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Centrali e territorio. Il Consorzio Bim incassa qualche migliaio di euro dalle bollette dei bellunesi e li ridistribuisce con criteri elitari

La lettera di Benito Palla pubblicata il 10 gennaio 2013 sul Corriere delle Alpi merita attenzione. Prima di tutto per la storia personale di Palla, conoscitore, con le sue stesse mani, della montagna e delle sue risorse. Fa considerazioni che meritano un tentativo di critica costruttiva. Parla dell’uso dell’acqua come «Santa Identità», richiama al buonsenso da contrapporre alla «cocciutaggine» di chi ha voluto fermare i lavori per la centrale idroelettrica del Mis. Elenca i vantaggi delle piccole centrali. Come gli introiti per le imprese che ottengono la concessione, la mano d’opera occupata durante la costruzione delle centrali, la quota di ricavi che i gestori girano annualmente ai comuni, l’energia pulita di cui l’Italia ha bisogno.

Di contro, sulla bilancia dei pro e contro, Palla pone qualche albero tagliato, pure di scarso valore. È evidente che, messa così, i comitati dei cittadini, unici reali oppositori della centrale, finiscono col fare la figura degli sciocchi i quali, per vendicare qualche pianta, mettono a repentaglio l’economia montana. E a metterla così, esattamente come fa Palla, sono le persone che propongono e progettano le centrali, le imprese private e il consorzio dei sindaci. Primo tra tutti, naturalmente – non se ne avrà a male se citato per questa sua battaglia “verde” – Giovanni Piccoli, che è progettista, sindaco, presidente del consorzio che amministra la “tassa locale” sulle centrali, nonché aspirante senatore.

Come Palla la pensano in tanti nel Bellunese. Il massimo grado della giustizia italiana, però, ha deciso che la «Identità» – per legge non divina – di quel pezzo di territorio della Valle del Mis fosse l’essere “area protetta”, non “area in cui sfruttare l’acqua”. Lì la risorsa preziosa era (vorrei poter dire: tornerà ad essere) la bellezza dell’ambiente. Si potrebbe qui aprire un dibattito su vincolo versus opportunità nell’istituire parchi, oppure sulla classifica dei valori che il montanaro vero debba far valere: in cima mettiamo il denaro o la montagna?

Piuttosto, quello che manca davvero è un po’ di verità e consapevolezza sull’economia di questo idroelettrico e sul suo governo. Così usiamo la stessa scala di valori, signor Palla, e vediamo che effetto fa.

I soldi, dunque. La centrale ne produce, quasi certamente. In realtà Bim Gsp spa, che ha investito in questo business tramite Energie Comuni srl, non sta dando, bensì chiedendo di più ai cittadini. Ciò meriterebbe altri approfondimenti, ma qui alziamo la lente. Di tutte le società che costruiscono e gestiscono centrali, pubbliche o private, conosciamo i progetti grazie al lavoro dei comitati, non certo grazie alla trasparenza degli enti locali. Sappiamo così che per un certo numero di anni (non per sempre) esse si aspettano introiti sicuri dalla vendita di energia e dagli incentivi. Gli incentivi sono soldi pubblici, servono a spingere verso la produzione di energia da fonti rinnovabili. Li paghiamo nelle nostre bollette, che aumentano. Forse, però, il signor Palla non ha riflettuto sul fatto che mentre la segheria di una volta, perla d’Identità, sfruttava l’energia dell’acqua per fare tavole di legno e doveva vendere quelle, i proprietari delle centrali sfruttano l’energia dell’acqua per ricavare incentivi (soldi nostri), senza i quali non ci sarebbe business. Macinano grano di tutti, nel senso di monete e banconote. Così il ciclo dell’acqua fa sgorgare i soldi di tutti nelle tasche di pochi.

Cosa torna alla comunità? Canoni e sovracanoni. In pratica, ogni centrale promette 20-30 mila euro l’anno al comune di residenza. Un imprenditore ci spiegava un giorno che lui, a differenza degli altri meno illuminati, avrebbe pattuito un lauto compenso al Comune, per «rendere accettabile l’opera alla comunità». Ma come, risponderebbe qualcuno, di per sé non è già meritoria e benvenuta?

I comuni più fortunati possono aggiungere più centrali in fila sul loro torrente : il criterio non è democratico, ma orografico. Inoltre, il Consorzio Bim guadagna qualche migliaio di euro per centrale da redistribuire sul territorio. In questo modo una piccola percentuale dei soldi che escono dalle tasche dei bellunesi per finire nelle bollette torna a casa, ma autografata Bim. Qui il criterio non è democratico, ma elitario, nel senso che ogni sindaco è una testa, un voto, un (possibile) contributo.

Gli altri soldi, quasi tutti, finiscono nelle tasche delle società che costruiscono le centrali. Le quali produrranno finché esisteranno gli incentivi, poi rimarranno monumenti di cemento caratteristici delle nostre vallate. Non è un dibattito confortevole per i politici d’oggi: ne riparleremo verso il 2025.

E l’energia prodotta? Irrisoria, una goccia nel mare. Decine di piccole centrali non spostano significativamente la produzione di energia idroelettrica nazionale, già altissima e per la quale pare che il Bellunese abbia già dato, anche in termini di vite umane.

E l’acqua? Ha visto, signor Palla, capita la siccità. Cambia il clima. Per i proponenti è un rischio d’impresa: meno acqua, meno soldi. Ma che rinnovabile è una risorsa che un anno c’è l’altro manca? In realtà, dicono gli esperti , se non stiamo più attenti la perdiamo, l’acqua, che prima di tutto ci serve per bere. Poi anche per irrigare e pulire i nostri scarichi. Poi, se ne avanza, per fare energia.

Ci chiediamo, inoltre, se i giovani troveranno più opportunità di lavoro nell’industria idroelettrica o in quella del turismo. Se possiamo barattare qualche kilowatt con la bellezza del paesaggio, la flora dei nostri torrenti, le discese in gommoni o kayak che da altre parti “tirano”, le escursioni, la pesca. Le Dolomiti, le credo signor Palla, si ammirano incomparabilmente dalla cima dell’Agner, ma tanti – e sempre più, speriamo – turisti si limiteranno a camminare lungo le vallate solcate dai nostri torrenti.

Infine, sommati tutti questi dubbi più o meno retorici, come si spiega che la Regione Veneto permetta la costruzione di più centrali consecutive sullo stesso torrente – quindi deprivato d’acqua da sorgente a foce -, non controlli il minimo deflusso vitale (abbiamo richiesto ma non ci è pervenuto il numero dei controlli effettuati ), faciliti l’iter di autorizzazione, non abbia ancora adottato dei criteri per tutelare le aree protette, non abbia preso spunto dalle norme più restrittive delle altre regioni, non abbia in definitiva governato il fenomeno, salvo alimentarlo? Questo, allo stato, non si spiega. E nessuno ne chiede conto al governo regionale.

Enrico Costa

Lucia Ruffato

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