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Carmine Abate a Una montagna di libri di Cortina. Il vincitore del Campiello 2012: “amo Pavese, Fante e Atzeni”. Mercoledì 26 dicembre si ricomincia: Montanaro, Slepoj, Mogol, Mieli, Veneziani e molti altri

Carmine Abate foto Giacomo Pompanin“I miei scrittori preferiti? Cesare Pavese, John Fante, Sergio Atzeni. Ho cominciato a leggere Marquez dopo che un critico mi ha paragonato a lui, e lo trovo grandioso”. Si racconta con un filo di autoironia Carmine Abate, portatore dell’ancora fresco alloro del Campiello 2012 vinto con La collina del vento (Mondadori), ospite per il Ponte dell’Immacolata di Una Montagna di Libri, la rassegna di incontri con l’autore di Cortina d’Ampezzo. E il vento lo ha veramente accompagnato e accolto in una Regina delle Dolomiti bellissima e quanto mai invernale.

Abate è partito dalla collina che dà il nome al suo libro. Un’altura ben particolare: il Rossarco, in Calabria, a poca distanza dallo Jonio e dalla Sila. Una collina misteriosa e leggendaria, di olivi secolari, di arbusti profumati e di vigneti dall’ottimo vino, non senza molti segreti sepolti. Un eden naturale che nasce grazie alla fatica di un uomo: il patriarca della famiglia Arcuri, protagonista di questa saga familiare che attraversa la storia, dall’antichità, perché sotto la collina vi è probabilmente una città magnogreca, al Novecento, alle due Guerre Mondiali, al fascismo, al dopoguerra con le sue speculazioni.

UNA PROMESSA. “La collina del vento è nata da un’immagine e da una promessa” ha affermato Abate. “Io scrivo sempre partendo da immagini. L’immagine è proprio quella della collina del Rossarco, che esiste realmente in Calabria vicino il mio paese d’origine: Carfizzi, un paese arbëreshe – cioè italo-albanese. Questa collina mi ha sempre affascinato per i suoi profumi e i suoi colori e perché avvolta da un alone magico. Per anni non sono riuscito a scrivere questa storia: mi mancava l’urgenza. Necessità che alla fine è scaturita dalla promessa che ho fatto a me stesso di fronte a mio padre vicino ad andarsene. Mi sono ripromesso che avrei scritto tutte le storie che mio padre mi raccontava, prima che morissero con lui”.

L’ARBERESHE. La collina del vento, come tutti i libri di Abate, ha degli inserti dialettali di arbëreshe: la lingua gelosamente custodita da queste comunità emigrate dall’attuale Albania nel ‘400 per scampare alla dominazione ottomana. “Sono proprio queste parole che si impigliano nella pagina spontaneamente, mio malgrado, – ha svelato l’autore – a portare a galla le storie: non le posso dire in altro modo.”

Abate si è rivelato molto ironico e realista a riguardo della critica: nei primi tempi infatti è stato paragonato a Marquez, che Abate all’epoca non aveva mai letto, ma che ora considera un Maestro. “Se c’è qualcuno a cui sono veramente grato – ha detto – sono i contadini, gli artigiani e gli anziani della mia terra, a mio padre: coloro che mi hanno insegnato a narrare. E se oggi sono un narratore è perché da bambino ho saputo ascoltarli.”

LA LEGALITA’. Sollecitato da Alberto Sinigaglia, che ha prospettato all’Autore un posto da “ministro del Mezzogiorno”, Abate ha infine concluso affermando che i problemi creati dalla criminalità nel Meridione “si possono risolvere portando la legalità nel Sud, creando un clima di legalità che sarebbe senz’altro d’aiuto”.

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