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mercoledì, Ottobre 28, 2020
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Lettera aperta al Vescovo di Belluno-Feltre, monsignor Giuseppe Andrich

Eccellenza, ero presente ieri sera alla presentazione, in Chiesa di Santo Stefano, del volume “Tesori d’Arte nelle Chiese del Bellunese. Belluno”, ennesima dimostrazione delle peculiarità, non solo artistiche, del nostro territorio. Ho ascoltato con immensa attenzione e trepidazione il suo accorato appello al mantenimento dell’integrità della nostra splendida Provincia.

In questo momento di incertezza per il suo futuro, di mancanza di riferimento per tutte le forze che dovrebbero tendere a questo obiettivo, nella evidente incapacità delle stesse di esprime con convinzione un progetto unitario, tanto esse sono dipendenti da legami esterni ed avulsi dalla nostra realtà, in primis la maggioranza dei rappresentanti politici, le sue parole hanno risuonato decise ed hanno richiamato noi tutti cittadini ad un esame di coscienza su quanto sia possibile, ma soprattutto doveroso fare.

Con mirabile sintesi Ella ha descritto le motivazioni sociali, morali, artistiche, culturali che conferiscono al Bellunese quelle caratteristiche che sono il fondamento della nostra specificità. Spero che quanto ha detto in quell’occasione venga da tutti meditato, memorizzato e divenga la linea di difesa oltre la quale si presagisce la nostra dissoluzione.

Mi permetto di chiederLe, da umile fedele e convinto difensore della nostra Autonomia, di riflettere sulle motivazioni che spingono innumerevoli cittadini, in decine di Comuni sparsi tra le nostre meravigliose vallate, a richiedere il passaggio ad altre realtà amministrative, abbandonando così il Veneto, non senza sentire, mi creda, un tuffo al cuore.

Lei è uomo di montagna. Dalla montagna, specie dal suo Agordino, proviene un vero grido di dolore, rappresentato principalmente dai giovani che vedono via via scemare ogni speranza di realizzare un degno percorso lavorativo ed una vita di relazione degna di questo nome.

I Comitati referendari sono composti per la maggior parte da essi. Ci sarà un motivo valido che li spinge a questa scelta drammatica, paragonabile solo a quella dei nostri vecchi che a più riprese hanno scelto la via dell’emigrazione, col dolore nel profondo del cuore. Speriamo non debbano provarlo pure loro.

Li interroghi, se non l’ha già fatto; senta dalle loro voci come si sentono abbandonati dalla Istituzioni che a voce proclamano la difesa della montagna, ma nei fatti operano per la sua progressiva emarginazione. E’ in atto una rivoluzione che difficilmente potrà essere fermata; il tempo restante è minimo.

Essi, noi tutti, ci attendiamo che la sua voce risuoni forte nelle stanze del potere, provocando anche lì un ripensamento su quanto è stato, o non è stato, fatto in questi anni ed il risultato negativo che ne è derivato e che nessuno può contestare.

Con devozione filiale.

Tomaso Pettazzi

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