Leggo solo oggi sui media della presentazione della proposta di ristrutturazione delle “Gabelli” di Belluno elaborata da alcuni studenti dell’ITIS “Segato” cui, per impegni di lavoro, non ho potuto assistere.
Faccio in particolare riferimento a quanto pubblicato dal Corriere delle Alpi in data 14 giugno u.s.
Ora, per fare subito chiarezza e per evitare che dalle mie parole nascano equivoci o polemiche, preciso che quella illustrata è già appropriatamente definita nel citato articolo quale “proposta di ristrutturazione e riutilizzo dell’edificio” elaborata da studenti dell’ultimo anno dell’indirizzo edile dell’ITIS Segato.
Cioè un mero esercizio didattico, limitato peraltro da quanto leggo solo ad alcuni degli aspetti tecnici necessari in una vera valutazione progettuale anche preliminare.
Un lavoro che, visto nella sua dimensione reale, è certamente positivo e felice e merita i miei complimenti agli alunni che si sono voluti misurare con l’impresa.
Alla vigilia della presentazione della proposta, interpellato in merito da una giornalista, ho pubblicamente affermato che non sta a me, in qualità di Presidente dell’Associazione Cittadini per il recupero della Gabelli, giudicarla o valutarla.
Non lo farò quindi neanche ora.
Devo però aggiungere che dalla lettura della cronaca emerge qualcosa che mi inquieta e che vorrei commentare.
Non nel merito (non mi esprimo) ma nel metodo.
Prima di tutto il taglio che si è voluto dare all’evento, perché come un evento mi pare sia stata concepita, organizzata e pubblicizzata la presentazione. L’esposizione di dettagliate previsione di spesa, articolazioni in stralci, ecc., non ultimo il parterre, mi sembra tendessero ad accreditare la “PROPOSTA” al punto di darle forma e consistenza di “PROGETTO”.
Va affermato senza equivoci che questo è un esercizio didattico, non è un progetto e non ne può neppure rappresentarne il nucleo da sviluppare.
Ogni cosa resti al suo posto.
Poi mi inquieta in particolare un’affermazione dell’insegnante di Tecnologia e progettazione e responsabile del progetto, arch. Palma.
Riporto per correttezza le testuali parole pubblicate dal Corriere delle Alpi.
«La struttura originaria è molto ben fatta», aggiunge Palma, «per vulnerabilità sismica appartiene alla III classe ed è sicura. Ciò che in termine tecnico è chiamato “sfondellamento”, e che si è verificato nel 2009 con il distacco parziale degli elementi del solaio, non è un problema di origine strutturale».
Non so a quale titolo parli l’architetto.
Io mi esprimo ora non da presidente dalla già citata Associazione, ma da semplice cittadino che però ha qualche competenza in merito agli argomenti trattati, costruita in quasi trent’anni di esercizio professionale d’ingegnere laureato in Ingegneria civile edile con indirizzo di strutturista nel lontano 1984 con una tesi che, guarda caso, concludeva e sintetizzava le ricerche e le analisi di altri miei colleghi laureandi proprio sul tema dello “sfondellamento” delle pignatte in laterizio.
Non voglio dar corpo alla sterile e banale contrapposizione tra architetti ed ingegneri ma sul piano delle competenze e sul terreno reale della professione probabilmente non competerebbero a lui, ovviamente come architetto non come persona, le valutazioni che così sbrigativamente ha esposto.
Le affermazioni sopra citate sono, ad essere benevolo, del tutto gratuite ma poiché risultano pericolosamente fuorvianti dovrebbe esserci l’onestà di dire ai cittadini bellunesi che il giudizio su una questione di tale rilevanza è il risultato di una lunga, costosa e complessa valutazione tecnica da svolgere, con competenza, secondo regole complesse, precise e vincolati, definite da normative statali.
Non si può sempre banalizzare tutto.
Ing. Marco Rossato
