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Lavoro. Marotta (IdV): Safilo, allarme delocalizzazione, acceleriamo progetti di legge in Regione

«Licenziare mille persone è un provvedimento che angoscia l’intera regione, che la spaventa. Lo ripeto, contando le famiglie di questi lavoratori, è come se Safilo mettesse in mezzo alla strada un comune di 5mila abitanti. È inaccettabile». Così il consigliere regionale di Italia dei Valori Gennaro Marotta ritorna sugli esuberi annunciati negli stabilimenti di Padova, Santa Maria di Sala (Ve), Martignacco (Ud) e Longarone (Bl).

«Quando gli imprenditori, non importa se di una multinazionale o meno, slegano il profitto dalla responsabilità e dall’etica, la strada si fa in salita. Quando poi – osserva il dipietrista – si sente puzza di delocalizzazione in Cina (l’allarme lanciato dala Cgil) è ancora peggio. Nel 2011 oltre settecento imprenditori del Nord Est hanno chiuso stabilimenti, con la perdita di circa 13mila posti di lavoro. Negli ultimi anni l’unica ragione per delocalizzare è stata la massiccia riduzione dei costi di manodopera e il “law shopping”, la ricerca di forti incentivazioni pubbliche di altri Stati».

«A fine gennaio – dice Marotta – per contrastare il fenomeno della delocalizzazione delle imprese venete, che vengono trasferite in paesi più “vantaggiosi” soprattutto perché il costo del lavoro è minore, come gruppo di Italia dei Valori in Consiglio regionale abbiamo presentato un progetto di legge. Adesso giace nei cassetti della Commissione Lavoro, in attesa di essere discusso. Anche per contrastare il dramma-Safilo, acceleriamo l’iter ed uniamolo ad altri due testi con obiettivi simili che sono fermi in Consiglio. Poniamo la tutela dei nostri posti di lavoro al primo posto dell’agenda, con ogni mezzo che abbiamo a disposizione».

«Il nostro progetto di legge – racconta Marotta – prevede un vincolo della durata di quindici anni per tutte quelle aziende che abbiano ricevuto finanziamenti pubblici da parte della Regione. In caso di delocalizzazione le imprese sono obbligate alla restituzione dei contributi regionali. Si interviene anche sulla destinazione d’uso delle aree produttive: per evitare la speculazione edilizia non possono avere una destinazione diversa per almeno vent’anni».

«Favoriamo anche – conclude il segretario regionale IdV – la riconversione di aree dismesse, con l’esproprio per pubblica utilità, e la trasmissione della proprietà delle imprese in crisi a quei dipendenti che decidano di proseguirne l’attività, organizzandosi in cooperativa».

 

 

 

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