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martedì, Aprile 20, 2021
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Lettera aperta alla Città di Tib teatro

Siamo stanchi di doverci difendere con le sole armi della verità, dell’onestà e del lavoro. Perché queste sembrano parole obsolete, dimenticate, retoriche, inutili di fronte all’arroganza del potere, di una politica sporca che sporca.

Siamo artisti, gente di teatro cui è stato tolto il proprio luogo di lavoro e a cui si sta tentando di togliere identità, trascinati nei tribunali, sbattuti in prima pagina come ladri, da chi della menzogna, dei ricorsi, delle cause, ha intessuto la propria esistenza.

Siamo stanchi di trascorrere le nostre giornate a difenderci per la sola colpa di aver lavorato tanto e bene per un sogno che a nulla serve, come l’arte, e che nella sua “inutilità”, nella sua gratuità rintraccia la sua più profonda ragion d’essere: il legame con l’esistenza. Perché l’arte rende umana la vita, che, gratuitamente, come l’arte, ci è donata, l’arte che non serve a niente, se non, semplicemente, a vivere.

Che c’entriamo noi del teatro e dell’arte, con tutto questo gioco sporco di poltrone, di prebende, di incarichi, con le parole distorte e fatte armi, con le parole svuotate di senso, usate e abusate da chi pensa di fare politica ma della polis ha totalmente smarrito il significato, se ne disinteressa, per smanie di protagonismo, un protagonismo guadagnato nel sottobosco dei corridoi di partito o tra le scrivanie di chi può a sua volta dispensare favori, piccoli poteri senza ragione alcuna se non quella di soddisfare frustrazioni e desiderio di onnipotenza e di denaro, sulla pelle delle persone.

Per questo smetteremo di difenderci con le parole giuste della verità che risuonano inutili laddove la bugia dilaga, inquina, stravolge ogni cosa, la bugia, che a forza di ripeterla, diviene verità persino per chi quella bugia, quelle bugie si è inventato.

Eppure è così facile capire, basta chiedersi perché.

Perché si fa una nomina a poche settimane dalle elezioni?

– Solo per pochi mesi – recita il copione del momento!

Perché e per chi?

Solo un mese fa si nominavano commercialisti per metterlo in liquidazione quell’Ente per il quale oggi, gli stessi commercialisti, ritrovatesi Presidenti a loro insaputa, procedono (dopo aver dichiarato di essere lì solo per spirito di servizio, per chiuderlo quell’Ente), procedono a nominare consulenti per dar vita al moribondo, che non è neanche in grado di formulare una previsione, un bilancio, per il suo futuro.

Perché un futuro non c’è più per quell’Ente, né per quella politica, e lo sanno bene coloro che nominano per accontentare le ultime volontà di chi, da un posto di potere interno a quella stessa politica, già sa, già prevede che quella parte politica è destinata a perdere. E allora arranca, tenta di accaparrare più che può, ora, perché dopo sa che sarà più difficile, trovare il link.

Perché dopo, non ci sarà più, chi quel gioco asseconda, chi reagisce con stizza quando cliccando sulla parola teatro a Belluno, appare la parola altra, quella che si vorrebbe cancellata, dopo averla infangata in ogni modo: TIB.

Ma TIB, significa Teatro, che è emozione e arte, delicatezza e umanità; Impresa che non coincide col concetto di lucro ma con quello di lavoro; Belluno che è la città della luce splendente, Belo-dunum (altura-splendente), una luce che si è tentato di spegnere offendendo il lavoro, una luce che risorgerà come la Fenice dalle ceneri; le ceneri di chi ha offeso e tentato di distruggere, pretendendo che non si alzino i toni, rivendicando un rispetto delle Istituzioni che loro, per primi, col loro operato, hanno offeso. I toni li vorrebbero lievi, per poter, nel silenzio, far dimenticare, confondere con le menzogne, celare la verità di chi dal dolore del suo lavoro offeso esprime indignazione con fermezza, e con un tono lieve afferma, invece: noi della comunità dell’arte e del teatro, noi della comunità degli uomini, che c’entriamo noi con tutto questo?

 

Tib Teatro

 

 

 

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