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Venerdì ore 21 alla Sala della cooperativa di Cirvoi Michela Fregona presenta il libro Buenos Aires caffè

Un viaggio a quattro mani lungo le strade di Buenos Aires, tra epiche di quartiere, taxi, vecchi caffé, silenzi, naufragi, lune alla rovescia. E, naturalmente, tango. Ma si può veramente conoscere un luogo che ha per padre il porto e per madre l’emigrazione? Quando si parla di Buenos Aires non è possibile essere lineari: due dimensioni non bastano, tre sono troppo poche. E allora serve chiedere aiuto a più linguaggi: il cinema, la musica, i fotogrammi del passato, le voci raccolte nei bar. Così la presentazione del libro “Buenos Aires Café”, edito da Postcart nel 2009,  già vincitore del premio Bastianelli della rivista Reflex nel 2010: Michela Fregona, autrice dei testi, ne parlerà venerdì 27 gennaio alle 21, alla Cooperativa di Cirvoi, per l’organizzazione dell’associazione Amici dei Cortivi. “Buenos Aires Café” è il terzo lavoro dedicato al mondo del tango da Michela Fregona e dalla fotografa toscana Lucia Baldini, che collaborano da una decina di anni: insieme, hanno già pubblicato “Anime Altrove – luoghi e genti del tango argentino in Italia”  (2001, Colombi ed.) e  “Tangomalìa – storie, miti e abbracci nelle milonghe italiane” (2005, Postcart), di recente scelto dalla rivista Il Fotografo come miglior titolo della giovane casa editrice romana.

Lucia Baldini e Michela Fregona

Dire Buenos Aires è come dire tango. Ma dire Buenos Aires è anche come dire Evita; o Borges; o cielo immenso sopra una metropoli immensa, immigrazione italiana e concrezione di dialetti in una lingua immaginaria – il lunfardo. E, ancora, dire Buenos Aires è come dire: golpe, esilio, desaparecidos, quartieri della miseria, scandali politici ed inflazione galoppante. Ad ognuna di queste parole la città presta la propria faccia: interpreta la parte che le è stata assegnata e poi, ancora, cambia di nuovo. Non è possibile essere lineari, quando si parla di questa città: due dimensioni non bastano, tre sono troppo poche. E allora serve chiedere aiuto a più linguaggi, mescolarli e dare vita a qualcosa di diverso: così fanno Lucia Baldini e Michela Fregona in questo libro, Buenos Aires Café. Una decina di anni fa avevano indagato, insieme, la risonanza che aveva portato in Italia l’ultima ondata del tango argentino attraverso echi, imitazioni e mutazioni. Avevano dragato, prima in Anime Altrove (2001, Colombi ed.) e poi in Tangomalìa (2005, Postcart) le notti della Penisola in cui si infilava una nuova generazione di entusiasti tangueros. Ora le due ribaltano la prospettiva: vanno di là del mare per costruire questo libro, che è, insieme diario di viaggio; guida sentimentale; romanzo fotografico. Non si può semplificare una città che è, sin dalla sua nascita, il risultato della stratificazione e dell’imitazione. Per questo è necessario ricorrere a più forme dell’espressione, occorre ibridarsi. E Lucia Baldini e  Michela Fregona fanno esattamente questo:  mescolano i linguaggi, raccontano attraverso le fotografie, fermano un’immagine nella parola. La macchina fotografica di Lucia Baldini è più che mai precisa. Ascolta i particolari, fa parlare le ombre, rapisce il pensiero di un albero, di una piazza, di un salone da tango, di un selciato. É inquieta fino all’angoscia, e lucida fino all’impudicizia. Dal canto suo Michela Fregona mette in fila i personaggi, i caratteri, le assenze: crea un singolare mosaico di voci, di suoni, di musiche. Così il diario del viaggio delle due diventa, in un tempo solo, il racconto dell’amicizia instaurata di strada in strada con la vita di Buenos Aires e il luogo dal quale scaturisce una inedita galleria di fantasmi. Lucia Baldini e Michela Fregona fanno, insomma, l’esperimento di una differita sulla memoria della città; sul suo passato recente e lontano. Sulla mescolanza perenne e inestricabile di queste due dimensioni (la mitica e la quotidiana) che sono la sostanza di cui Buenos Aires, da sempre, si nutre. E, in questo, sono i caffé il luogo d’elezione: quello dove la metropoli si fa piccola; dove l’enormità, l’assurdo, lo spaesamento cercano di sopravviversi attraverso il calore e l’intimità rassicurante del contatto umano. Basta chiedere ai grandi, del passato ma non solo, e ognuno del proprio passaggio formativo a Buenos Aires citerà il proprio locale preferito: Pirandello aveva il nobile Tortoni; García Lorca la confiteria dell’Hotel Castelár;  Roberto Arlt il Café Margot; Borges il giardino esterno de La Biéla. Per ciascuno un locale, uno stile, una storia. Lucia Baldini e Michela Fregona si muovono sull’inflessibile reticolato stradale della città come in una scacchiera della memoria. E più la costruzione geometrica delle avenidas appare rigida, più inaspettati sono gli incontri che ne scaturiscono. Perchè Buenos Aires è, insieme, la città più a sud dell’occidente; e la città più occidentale del sud. Ed è, fondamentalmente,  una sola cosa: una lunga insonnia.

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