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Referendum 12 e 13 giugno. Primo quesito, acqua pubblica o privata? * di Francesco Masut

Il primo quesito che verrà sottoposto a referendum abrogativo riguarda la normativa approvata dall’attuale Governo, che stabilisce come modalità obbligatoria di gestione del servizio idrico, l’affidamento a soggetti privati, attraverso gara (a livello internazionale), per almeno il 40% del valore azionario.
In questo modo si pongono le basi affinché l’acqua sia gestita con le leggi del mercato, fuori dal controllo dei cittadini e a vantaggio del profitto di pochi.
Questa norma, se non sarà abrogata attraverso il SI, comporterà la scomparsa delle gestioni a totale capitale pubblico (in house), come il BIM GsP e la privatizzazione del servizio idrico diventerà obbligatoria e irreversibile.
Ci hanno raccontato che l’acqua rimane comunque sempre un bene pubblico, ma questa affermazione è priva di ogni fondamento.
In economia va  distinta la proprietà formale da quella sostanziale ed è quest’ultima che conta.
La sorgente, da cui deriva l’acqua una ditta di acque in bottiglia, continua ad essere formalmente demaniale e pubblica, ma non si può certo affermare che quell’acqua non sia stata privatizzata: profitti e decisioni rimangono del gestore e sono funzionali al profitto.
Quando l’Enel costruisce una centrale, l’acqua rimane pubblica, ma chi fa profitto e chi detiene ogni potere decisionale è il consiglio di amministrazione di Enel, e non di certo i cittadini e le amministrazioni del territorio.
Quando un privato vince un bando per la gestione di un acquedotto diviene contestualmente il monopolista del servizio, visto che l’utente non può rivolgersi ad altro gestore per scelte in concorrenza di qualità e di prezzo.
La privatizzazione del servizio idrico metterà fuori gioco la partecipazione di istituzioni e cittadini, in quanto le decisioni operative competeranno ai soli consigli di amministrazione.
La sconfitta del SI, determinerà l’ingresso obbligatorio di gruppi privati o multinazionali nella gestione del servizio idrico, con le inevitabili conseguenze della mercificazione dell’acqua, di una gestione completamente estranea al territorio ed alla gente che ci vive e di una perdita di competenza e dignità delle amministrazioni locali.
Da 15 anni, da quando cioè è iniziato e si è affermato il processo di privatizzazione del servizio idrico, le tariffe sono cresciute di più del 60%, mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo, è stata di poco superiore al 25%.
I cittadini di Agrigento ed di Arezzo, pagano il servizio idrico privato più del doppio della media nazionale, con erogazione di servizi insufficienti. Ad Arezzo negli ultimi 10 anni è stata slacciata l’acqua a 8 mila famiglie perché non riuscivano a pagare le bollette.
Gli investimenti dall’inizio degli anni ’90, sono letteralmente crollati a circa 6-700 mil euro/anno rispetto all’inizio degli anni 2000 (ridotti di 2/3), con quello che ne consegue in termini di mancata ristrutturazione delle rete idrica e delle perdite ad essa connesse.
Non si tratta di demonizzare il mercato e il profitto (che possono funzionare per altri beni e servizi). Si tratta di avere chiaro che quando si parla di acqua, servizio idrico, e di beni comuni in generale, il profitto si costruisce intervenendo in modo contrario agli interessi generali: incrementando le tariffe, non investendo ed aumentando i consumi.

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