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Agricoltura intensiva: uno studio effettuato a Trento rivelerebbe tracce di fitofarmaci in cortili e verande di abitazioni. La preoccupazione del Movimento 5 Stelle, per non consegnare il Bellunese nelle mani della chimica

Nella Val di Non, patria della mela, un gruppo di cittadini abitanti nei pressi di piantagioni ha commissionato di tasca propria una ricerca tecnica sia nel 2008 che nel 2009 per capire se i residui dei numerosi trattamenti di medicinali sui meleti finiscono anche negli orti, nei cortili, nelle verande di casa, oppure in spazi pubblici come scuole ed asili. La risposta delle analisi è stata affermativa per cui la preoccupazione dei cittadini è fortissima. Esistono normative sulle distanze minime di sicurezza tra meleti e abitazioni (rispettate ma evidentemente non sempre sufficienti), così come i trattamenti usati sono consentiti dall’Unione Europea anche se ogni tanto si sente di quel medicinale usato fino a poco tempo prima che ora finisce al bando perchè potenziale cancerogeno.
Nello stesso periodo è uscita la notizia riguardante l’incredibile quantità di fitofarmaci venduti nel solo 2007 nel trevigiano (oltre 3mila tonnellate) e largamente usati tra gli altri nei vitigni del Prosecco. I produttori sostengono che sono medicinali innocui, ma da ciò che si vede, quelli che trattano indossano tute e maschere impermeabili, segno che proprio innocui non saranno. Mele e vino quindi ottenuti con la cosiddetta “agricoltura intensiva”, che usa il terreno locale per produrre e poi vendere ad un mercato sempre più mondiale. Due zone il trentino ed il trevigiano con dei territori saturi e impoveriti dalla loro monocoltura che cercano nuovi spazi su cui espandersi possono trovare sfogo nel nostro territorio, il bellunese, dato che i terreni pare verrebbero via a buon prezzo e sono del tutto incontaminati. Non a caso si è cominciato con un meleto di discrete proporzioni a Calliol, nella zona di Cesiomaggiore, non a caso si parla di prosecco bellunese, e sembra solo un inizio. Auspichiamo naturalmente uno sviluppo dell’agricoltura bellunese, anche di vigneti e meleti, ma non crediamo che la strada da seguire sia quella della colonizzazione da parte di importanti marchi che darebbero certo prestigio alla nostra provincia ma finirebbero per peggiorare la qualità dei terreni con la perdita di biodiversità a causa della monocoltura (o “bicoltura”) e dell’uso massiccio di medicinali (38 trattamenti in un anno per i meleti), con tutti i possibili rischi per la salute riguardo a quanto citato all’inizio. Crediamo che, dato l’alto livello d’incontaminazione e basso sfruttamento dei territori bellunesi bisogna puntare su un modello agricolo fatto di piccoli-medi produttori, su una buona varietà di prodotti a garantire la biodiversità e soprattutto con metodi biologici o che riducano al minimo l’uso di trattamenti pericolosi. E crediamo anche in un agricoltura libera da ogm, un metodo che contrasterebbe con le produzioni di qualità e tipicità che identificano il nostro territorio e che metterebbe i nostri agricoltori fuori mercato, per questo ci fa piacere che il presidente Zaia abbia preso posizione precisa in questo senso nonostante che il consigliere regionale Bond e la Lattebusche si schierino a favore del genetico. Riteniamo che la provincia di Belluno sarebbe terreno ideale per costituire un cosiddetto “distretto del biologico”, passaggio putroppo politico-burocratico ma che darebbe lustro alla qualità dei nostri luoghi anche da un punto di vista turistico, oltre che sostenere con opportuni aiuti tutti quei produttori biologici “nei fatti” ma non ancora certificati.
Noi crediamo molto nelle produzioni locali da rivendere nel territorio (il famoso km zero) tramite i mercati contadini in diffusione o tramite i gruppi di acquisto tra cittadini. Ci auguriamo che le amministrazioni locali nell’insistere con la retorica della “specificità bellunese” vogliano mantenere inalterata la qualità del territorio scegliendo bene quale futuro dare all’agricoltura di montagna.
La lezione dalla Val di Non è significativa, chi governa il territorio ne deve tener conto: la vivibilità e la salute sono beni essenziali che non si sacrificano solo per mettere il marchio famoso di fianco al nome della Provincia o del Comune senza che ci sia un particolare ritorno per i cittadini.

Ivan Sovilla – MoVimento 5 Stelle Belluno
www.belluno5stelle.it

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