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sabato, Novembre 28, 2020
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Lettera aperta al sindaco Prade

Egregio signor sindaco,
sono un giornalista bellunese e in questo periodo mi sto occupando di un film documentario riguardante il periodo 1943-1945, quando la nostra provincia fu annessa al Reich nazista insieme con Trento e Bolzano nell’area amministrativa denominata Alpenvorland (Zona di operazione delle Prealpi). Come noto, i bellunesi opposero una resistenza diffusa all’occupazione straniera e alla barbarie nazifascista, pagando a caro prezzo questo coraggioso atteggiamento patriottico e democratico (un migliaio di morti, circa trecento i feriti, 1600 deportati, 7000 internati, paesi incendiati, rastrellamenti, rappresaglie, soprusi, violenze…). Leggo sulla stampa che sarà costruita una pista da pattinaggio in uno dei luoghi che furono teatro di alcune delle pagine più raccapriccianti dell’oppressione: la caserma Tasso (l’ex distretto militare, già collegio dei gesuiti), all’epoca sede della gendarmeria tedesca, dove furono rinchiusi e torturati centinaia di “sospetti” bellunesi (e non). Qui fu seviziato fra gli altri Mario Pasi, il comandante Montagna, poi impiccato moribondo con gli altri nove partigiani al Bosco delle castagne, il 10 marzo 1945. Qui fu uccisa nella stanza delle torture la signora Domenica Filippin da Erto, accusata di conoscere e proteggere i partigiani.

Tenente Georg Karl comandante Sez. Gestapo Belluno

Come lei altri resistenti esalarono l’ultimo respiro dentro le mura della “Tasso”, davanti allo spietato tenente Georg Karl – criminale  rimasto impunito, probabilmente fuggito oltreoceano – e ai suoi solerti e crudeli assistenti come i sudtirolesi Karl Tribus, Karl Lanznaster e Ludwig Pallua. Qui erano rinchiusi i quattro fratelli Schiocchet da Sant’Antonio di Tortal (Trichiana) che furono riportati a casa nelle ore in cui la loro madre si recava a Belluno, alla “Tasso”, per chiedere al tenente Karl di poter rivedere i suoi figli. “Torni a casa e li rivedrà”, le fu risposto. I quattro giovani nel frattempo erano stati impiccati davanti alla loro abitazione.
Qui fu rinchiusa nel ’44 la partigiana di Trichiana Tea Palman, poi deportata come tanti bellunesi nel lager di Bolzano/Bozen dove venne anche torturata; nelle sue memorie dei giorni alla “Tasso” ricorda anche Mario Pasi, ormai morente per la cancrena alle gambe non medicata (“lo sentivo urlare tutta la notte, i suoi lamenti mi trapassavano il cuore”), del quale fu lei a far uscire dal carcere il famoso biglietto: “Compagni mandatemi del veleno, non resisto più”. Sono purtroppo innumerevoli le tragedie consumate dentro quelle mura negli ultimi due anni di guerra, compresi i morti i cui cadaveri venivano gettati nel Piave dai nazisti. La caserma Tasso è un luogo simbolo della memoria dell’orrore subìto dai bellunesi. Un luogo forse rimosso troppo in fretta dalla consapevolezza collettiva invece di valorizzarlo meglio per ricordare le vittime, la brutalità del totalitarismo, il coraggio di chi scelse di resistere, la miserie di chi stava dalla parte sbagliata (compresa qualche spia) e dopo la guerra tornò al quieto vivere come se nulla fosse accaduto, l’obbligo di tenere vivo lo sforzo per evitare che la storia si ripeta con nuove forme di crudeltà e oppressione. Oggi la città di Belluno ha finalmente la disponibilità di questo luogo e non approfittarne per riesplorarne quella tragica memoria sarebbe davvero miope e ingeneroso nei riguardi di chi là dentro ha sofferto o ha perso la vita, ma anche nei riguardi della storia vera di una intera comunità. Un primo passo, semplice ma significativo, sarebbe apporre un’insegna nella futura pista da pattinaggio per ricordare ai giovani (e non solo) la storia di quel luogo e onorare la memoria delle molte persone che vi furono rinchiuse perché lottavano per la libertà del Bellunese e dell’Italia soggiogati dal Terzo Reich e dal suo alleato fascista.

Zenone Sovilla

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