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domenica, Febbraio 28, 2021
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Lettera di una generazione tradita…

Caro avvenire,
questa è l’aria che ci tocca respirare, ma se l’aria è irrespirabile, allora il sospiro diventa rantolo. Come disse Celan. Il rantolo è la voce di una generazione tradita. Tradimento che si svela in un triplice senso: tradire è tra-dere, vale a dire condurre, cioè questa generazione è stata condotta in un mondo dove il futuro evoca un orizzonte di minaccia e non di speranza.
Un mondo dove si sperperano le maggiori risorse intellettuali e biologiche, perché se non hai almeno quarant’anni non puoi avere un’idea e i figli, non te li puoi permettere, se non per capriccio.
Così tradire è dissimulare, fingere che il benessere dei nostri padri possa sia sufficiente per anestetizzarci all’università o in un bar. Però l’anestetico non poi così difficile da inalare e ci si siede volentieri, rifiutandoci di stare al mondo, per questo il tradire e innanzitutto un tradirsi, cioè mettere in evidenza, esaltare i limiti di quella società dove dominano efficienza e conformismo, nel confort di “gabbia d’acciaio” (Max Weber), ma sta volta full optional.
Credo che la mia generazione abbia pertanto un fondamentale compito storico, quello di raggiungere il massimo grado di autocoscienza dell’impraticabilità del terreno percorso dall’occidente.
Terreno, che ormai è diffuso su scala planetaria. E allora dove trovare le forze necessarie a virare la direzione di un’ imbarcazione ormai alla deriva? Nei centri sociali o nei pressi del parcheggio di una discoteca?
Saturi di oppio emotivo ci aggiriamo in una repubblica fondata sul televoto, incapaci di indignarci, non abbiamo nemmeno la forza di bestemmiare.
E, come dice Celine, sono sempre i padri a essere bestemmiati, ma noi ci accontentiamo di tradire l’avvenire che ci è stato assegnato, ma che non possiamo raggiungere perché in centro ci sono le ronde.
Ma di questo non ci si preoccupiamo perché troppo occupati a deificare il proprio ventre. E solo alcuni, forse, si desteranno nelle corsie dei supermercati. O commossi di fronte alla vetrina di un’agenzia di lavoro interinale sospireremo:

“Io sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda
passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti in
aureo stile
in cui danza il languore del sole” (Paul Verlaine).

Oppure sarà solo troppo tardi e saremo già saliti sul furgoncino del sert.

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