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Centralina sul Vajont? No, grazie. Dopo quarantasette anni da quella tragica notte, la lezione non è bastata* di Riccardo Sartor

Non è bastata la falsità della Sade e la complicità degli organi statali. Non è bastata l’arroganza degli uomini che allora portarono alla catastrofe il 9 ottobre 1963. Non è bastata nemmeno la compravendita delle licenze dopo il disastro, il miracolo economico della legge Vajont, i grossi industriali e le loro speculazioni, le ignobili pene inflitte ai colpevoli, il mancato sostegno morale per i sopravvissuti, la diversa ricostruzione dei paesi disastrati, la verità insabbiata per anni nell’oblio e le ruspe sopra i morti nel cimitero rivoltato come un calzino. Forse nulla di tutto questo ci ha fatto capire i profondi valori che si celano dietro la parola “Vajont”.   A cosa è servito istituire la giornata della memoria delle vittime dei disastri industriali e a ricordare ogni anno quei duemila morti, quando poi si decide di riutilizzare le acque del Vajont a scopo idroelettrico? Con le carte già in mano (ovviamente la questione morale è un “surplus” eventuale, l’ultimo dei problemi), ci hanno rassicurato sul fatto che il progetto della centralina «non interferisce nel bacino del Vajont, né reca turbative di carattere ambientale». Poi ci hanno detto il motivo di questa nuova centralina: «Visti i continui tagli alle amministrazioni locali, la centralina ci consentirà di avere risorse». Ecco! Oggi come allora gli stessi interessi: certo più contenuti, manovrati per scopi forse ben più nobili di allora, ma in fondo parliamo sempre di “schéi”. Soldi, maledetti, che fanno gola a molti, ed una cordata di imprenditori, fra cui la nota En&En, pronti a mettere le mani su quell’acqua. Cosa non è disposto a fare l’uomo per l’odore del denaro? I comuni italiani, pur di far cassa per coprire debiti e bilanci in rosso, stanno facendo qualsiasi cosa. Spesso svendono il proprio patrimonio storico e artistico. Qui si vuole svendere per qualche soldo la memoria di questa valle e di un importante pezzo di storia italiana, così pure la propria coscienza e la consapevolezza di essere cittadini del dopo Vajont, di vivere e di camminare ogni giorno sul teatro di quella “tragedia greca”. Si vuole svendere il proprio passato, che poi è anche il futuro delle generazioni che verranno. Coloro che, anche solamente, pensano a queste idee dovrebbe vergognarsi. E noi tutti dovremo indignarci per tale oltraggio alla memoria. Non solo per quelle duemila vittime innocenti, ma per tutto ciò che il Vajont è stato, è e sarà. Forse tutto questo alcuni amministratori non l’hanno ancora capito. Il teatro di quella tragedia, che forse troppo spesso dimentichiamo essere stata causata dall’uomo, ha un valore simbolico imprescindibile, preponderante ed invalicabile da qualsiasi idea di sfruttamento delle acque del Vajont. Perché, invece, sindaci e amministratori non si attivano per impedire ogni possibile futuro utilizzo idroelettrico di quell’acqua? Meditate gente. Meditate. Perché sulla memoria del Vajont non si scherza.
Riccardo Sartor – Feltre

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