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Presentazione di Crash test, oggi al Cubo in Crepadona dopo le 16

Sarà presentata oggi (domenica 31) nel Cubo di Palazzo Crepadona “Crash test”, mostra personale dell’artista Alessandro Pavone (Trento 1973, vive a Folgaria), curata da Gianluca D’Incà Levis. Pavone è il vincitore della 24ma edizione dell’Ex tempore Internazionale di Scultura su legno di Belluno, svoltasi nel 2009. (sulla simistra l’opera in fase di allestimanto, foto di Giacomo De Donà)

Crash Test – le relazioni dell’oggetto artistico con lo spazio * di Gianluca D’Incà Levis curatore del progetto
 
Crash test è una scultura installativa. La struttura geometrica, costituita da stecche d’abete di 3 per 4 cm., ognuna lunga 4 metri, assemblate con viti, costituisce lo scheletro di un grande volatile, probabilmente preistorico, forse un gigantesco archaeopteryx. L’uccello aveva un’apertura alare di almeno 16 metri, ed una lunghezza di 20. L’uccello precipitò nel buco, sfracellandosi al suo fondo. Crash. Da allora, da un tempo immemore, esso giace lì, nella posizione innaturale assunta dopo l’urto, fissata per sempre. Oggi abbiamo aperto il buco, scoprendo quest’immagine. Il collo spazzato, i calami saltati, l’ala destra ritorta all’insù, quella sinistra staccata dal corpo, i resti radi di alcuni nervi e legamenti e inserzioni muscolari e tegumenti fossili. Pochi scarni brandelli di una lattiginosa pelle sottile, lucida e semitrasparente, coprono i nodi vertebrali ed una parte del cranio. Questo oggetto, uccello, relitto, struttura, insieme geometria ed animale, volatile e velivolo, è però anche altro. Ovvero un misuratore di spazio. L’artista, in generale, è un misuratore di spazio. Ogni opera pittorica, o scultorea, è un’ipotesi spaziale, una composizione spaziale.
La scultura verifica lo spazio nelle tre dimensioni. Una tela per un quadrato. Una scultura per un cubo. La verifica dello spazio è il test. Al di là della forza, della complessità, dell’estetica e delle caratteristiche geometriche e formali del soggetto rappresentato (l’uccello schiantato), questo lavoro và letto anche come il tentativo di un’interpretazione ed una misurazione dello spazio in cui è sorto.Da quando, alcuni anni fa, Mario Botta realizzò il Cubo di Palazzo Crepadona, nessun artista aveva ancora pensato e prodotto un’opera che intendesse parametrarsi a questo spazio particolare. Questa ricerca, e cura, del rapporto spaziale è un aspetto centrale dell’arte installativa, che non si occupa delle sole logiche interne alla figura, ma anche della rete dei suoi rapporti con l’esterno. Se un’opera è ugualmente leggibile in una piazza, in una sala col soffitto a quattro metri, ed in una alta quattordici, la sala da quattordici è inutile, e l’opera è cieca rispetto al contesto spaziale (non lo sta leggendo, lo sta ignorando). Piazzare nel Cubo una serie di sculture alte 150 cm., sarebbe stata senz’altro un’operazione più semplice,  meno problematica, e meno significativa. Avremmo avuto lo sguardo inchiodato ad un metro e mezzo d’altezza.  Questo spazio pretendeva che qualcuno, per una volta, lo impegnasse nella sua interezza. Non per riempirlo. Per vederlo. L’arte deve muovere  il senso, lo spazio, gli occhi, le anime, i cervelli. Non deve fornirci quello che ci aspettiamo, o a cui siamo abituati, ma ALTRO.

 

 

 

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