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sabato, Settembre 19, 2020
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La perdita dei beni pubblici

Per capire bene ciò che è avvenuto in passato occorre spesso non solo rivolgersi alla storia ma anche far uso dell’immaginazione. Occorre sia conoscere l’accaduto ma anche ciò che sarebbe dovuto e potuto accadere.
Quando, al termine della seconda guerra mondiale, l’Italia divenne una Repubblica democratica e la sovranità passò al popolo, politici e docenti universitari umanisti, non appena superato il drammatico momento storico, avrebbero dovuto iniziare a darsi da fare per comprendere cosa questa trasformazione, da monarchia a repubblica, da un monarca al popolo sovrano, da autoritarismo a democrazia, significasse ed avrebbe dovuto comportare.
In particolare i docenti universitari, sulla cultura impartita dai quali poggiano tutti gli altri componenti di un popolo, compresi gli stessi politici, avrebbero dovuto porsi diverse domande sul senso del vivere in una Repubblica e quali trasformazioni questo avrebbe dovuto indurre nella appena rinata società italiana. Evidentemente il corpo accademico non dovette avere però gran simpatia per questa nuova forma di organizzazione democratica, perché la consapevolezza, che il disporre di una Res Publica avrebbe comportato una gestione collettiva della stessa, manca ancora oggi a tutti noi oltre che, a quanto pare, agli stessi emeriti statali.
Ed infatti fu, è stata ed è tuttora l’assunzione a vita in ruoli centrali pubblici, che automaticamente trasforma chiunque in uno statale, a far sì che la condivisione democratica del potere, conquistata nientemeno che a seguito di una guerra mondiale, rimanesse circoscritta al solo ambito di governo, mentre il ben più corposo, ricco, sostanzioso potere esecutivo e funzionale rimase ed è ancora, ahituttinoi, nelle mani degli statali.
Ma la mancanza dello sviluppo di un maturo pensiero repubblicano causò un blocco evolutivo anche in un altro settore economico-politico. Venendo il concetto di Res Publica mantenuto in disparte, non potè essere seguita una politica di mantenimento e persino di accrescimento dei beni collettivi, pubblici o comuni che li vogliamo chiamare. Non avendo i docenti umanisti messo in risalto il senso ultimo della parola “repubblica”: proprietà collettiva, perché altrimenti i loro stessi poteri, privilegi e redditi avrebbero dovuto immediatamente essere restituiti al popolo, la nostra società non potè evitare un ripetuto debilitante impulso alla privatizzazione.
E’ stato così che i beni della collettività (non dello Stato, come preferiscono ancora oggi dire gli statali, ma della Repubblica) comprese diverse attività economiche e gli stessi terreni di proprietà del popolo italiano (non del demanio, come storicamente si dice, ma della Repubblica) sono stati ceduti, spesso svenduti ai privati. Così sventuratamente facendo è venuta a mancare sia una res publica (centrale e regionale) da amministrare saggiamente sia è sparita lentamente anche quel poco di democrazia che era stata conquistata a prezzo di così tanto sangue.
Sì, perché, non disponendo più i Governi della Repubblica di una Res Publica da gestire, si sono subito rivolti verso la Res Privata, mettendovi sopra le mani in vario modo. Proprio per questo malefico meccanismo vediamo svilupparsi quell’economia privata ad alta commistione statale, che sprizza corruzione da tutti i portafogli, e quella limitazione della potestà dei cittadini sui loro stessi beni (vedasi ad esempio l’istituto di Parchi e Riserve) che ha compromesso rispettivamente l’evoluzione della nostra economia ed i diritti e libertà della persona.
Se i docenti universitari avessero insegnato ai loro studenti senso e contenuti concreti di una Repubblica, per i Governi sarebbe stato facile accrescere la proprietà pubblica, tanto produttiva quanto immobiliare, e gestire questa nel più esemplare dei modi. Al contrario, mancando nelle Università, pure con l’arrivo dei docenti di sinistra, statali anch’essi, gli importanti insegnamenti sul carattere di condivisione del potere (decisionale, esecutivo e funzionale) necessariamente insito in una Repubblica, non c’è stato scampo dalla privatizzazione di beni importanti regalati agli ultra-ricchi e dalla gestione coatta di tanti beni modesti della gente comune.
E così ora ci troviamo in una situazione di grande complessità che però si chiarisce e districa immantinente scoprendo l’infausto ruolo di stoppisti dell’evoluzione avuto dai docenti universitari umanisti, di destra quanto di sinistra, nelle cui indegne mani è ancora ostaggio la nostra per questo gracile cultura.
Ringrazio e saluto calorosamente, ricordando che una società non può avanzare oltre la propria cultura. Se si ferma questa si ferma anche la società. Se permettiamo alla cultura di muoversi sarà invece tutto un fermento di genuino rinnovamento. La domanda da porci è: quando le pubblicazioni alternative, non-violente e pacifiste, ecologiste, associazioniste e progressiste, si degneranno di raccontare tutto ciò ai loro ignari lettori? Quanto a lungo chi scrive su tali giornali e riviste pretenderà mantenere il buio su tutto ciò, facendo permanere in un confuso avvilimento ed in una vieppiù pericolosa condizione il nostro Paese?

Danilo D’Antonio
Laboratorio artigiano di idee Eudemonia

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