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Dissidenti e poltrone. E intanto la crisi comunale va anch’essa in vacanza in attesa che qualcuno parli chiaro

Joseph Pulitzer (giornalista-editore ungherese naturalizzato statunitense in memoria del quale venne istituito nel 1917 il prestigioso Premio giornalistico Pulitzer) diceva che “Non credere a ciò che dice un politico è il buongiorno a ogni giornata di lavoro. Il buon pomeriggio è andarlo a verificare”. Così, quando i dissidenti della prima ora che il 30 settembre 2009 tennero sotto scacco la giunta Prade per un po’ di giorni urlarono ai quattro venti di non volere poltrone, non c’era da crederci in prima battuta. E del resto anche la verifica del “buon pomeriggio” per dirla alla Pulitzer, dimostrava che due dei 7 dissidenti la poltrona l’avevano ottenuta: Marrone nel consiglio d’amministrazione di Longarone Fiere e Visone in DolomitiBus. I dissidenti della seconda ora, quelli che lunedì 13 luglio 2010 hanno fatto mancare il numero legale, dando origine all’attuale crisi all’interno della maggioranza, dicono – per bocca di Michele Palumbo – che non è una questione di “careghe”, ma di metodo. Possibile che non ci sia un politico che ha il coraggio delle proprie azioni? Che con molta tranquillità ed onestà politica dica, ad esempio, cari signori io ho ricevuto dagli elettori bellunesi un centinaio di preferenze all’interno di un partito che ha raggiunto la maggioranza relativa dei voti e dunque ritengo di poter rappresentare a pieno titolo l’elettorato nella carica di presidente del consiglio comunale. Oppure di vicepresidente. Oppure di assessore. Dichiarazioni di questo tipo non se ne sentono. Succede, invece, che Prade avvia il suo mandato licenziando il vicesindaco leghista Franco Gidoni con in tasca 381 preferenze e un partito con il 7,5%; fa lo stesso con l’assessore Denio Dal Pont (359 preferenze) che tra l’altro faceva parte del suo stesso partito Forza Italia (25,80%). Di più. Prade dopo la diserzione del 13 luglio somministra il suo sermone dove invita alla “gratuità politica”. Benché egli stesso abbia distribuito incarichi remunerati ai suoi uomini (portavoce Agostini e consigliere personale Vescarelli nel Cda della Ser.Sa). Insomma, le poltrone c’entrano, eccome. Chi ne ha titolo si faccia avanti e lo dica chiaramente, senza filosofeggiare troppo su improbabili metodi. Perché oramai è sotto gli occhi di tutti che, a determinare le scelte, sono i rapporti di forza più che le belle maniere.

 

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