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Lo scrigno del Monte Serva, dove vola l’aquila reale, il gheppio, il falco pecchiaiolo e il falco pellegrino

Monte Serva
Monte Serva

«I nomi e i panorami raccontano la storia, e possono insegnare molte cose ha chi ha le competenze per comprenderle. Per poi trasferirle anche ai nostri amministratori». Lo ha detto martedì sera al bar “Col di Roanza” Marco Perale, giornalista-scrittore e storico, all’incontro “Monte Serva – natura e storia”  durante il quale è stato presentato l’opuscolo “Le praterie del Monte Serva… uno scrigno di biodiversità” realizzato dalla  Comunità Montana Bellunese, in collaborazione con il Comune di Belluno e cofinanziato dalla Fondazione Cariverona. La serata, introdotta dal presidente della Comunità montana di Belluno e Ponte nelle Alpi Giorgio De Bona, ha avuto per relatori Marco Perale che ha trattato la parte storica del Monte Serva e del Bellunese e Michele Cassol che ha spiegato l’aspetto della flora e la fauna, oltre che progettista dell’intervento. Perale ha iniziato dagli insediamenti Paleoveneti del VI secolo avanti Cristo proseguendo con i Celti e i Romani. «Il nome Monte Serva deriva dal latino, Monte Selva, Monte boscato» ha spiegato Perale, che ha sottolineato come le mutazioni climatiche nei secoli e l’azione dell’uomo abbiano modificato i paesaggi. Nei 400 anni di dominazione, la Repubblica di Venezia requisisce i grandi boschi del Bellunese per procurarsi il legname necessario alla costruzione delle sue navi. Di conseguenza, per alimentare le fiorenti fucine di spade, i bellunesi sono costretti a disboscare tutto ciò che Venezia ha lasciato nella loro disponibilità. Poi con l’arrivo delle armi da fuoco crolla l’economia delle spade e nell’800 avviene il tracollo economico e l’emigrazione. Michele Cassol ha parlato dei sentieri e dei manufatti esistenti sul Monte Serva, soffermandosi  a descrivere la natura circostante, gli animali e le piante. Il geranio argentato, il giglio di monte, il giglio di San Giovanni, il gladiolo reticolato. In prossimità del “Col de le Breghe”  c’è anche un bosco di abete bianco, popolato dal picchio nero, la rarissima salamandra nera. Oltre al gallo forcello, camosci, il falco pecchiaolo, che è un uccello migratore proveniente dall’Africa equatoriale. E ancora il picchio cenerino, il falco pellegrino, il gheppio e anche l’aquila reale. Uno “scrigno di biodiversità” appunto, conosciute fin dal 1600, quando il farmacista bellunese Nicolò Chiavena diede alle stampe l’Historia Absinthii Umbelliferii esaltando le virtù officinali delle piante del Serva.

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