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giovedì, Dicembre 1, 2022
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Autopsia del voto, di Franco Ferracci

A diversi giorni dal recente voto amministrativo è chiaro a tutti chi ha vinto: la coalizione di destra ha prevalso in 6 regioni, 4 delle quali amministrate precedentemente dal centrosinistra e il P.D. è uscito con le ossa rotte. Tuttavia, non è il P.D. il solo sconfitto in queste elezioni. Di certo, almeno stando all’analisi dei dati reali e non percentuali, sembra che abbiano perso tutti. Qualcuno di più, qualcun altro di meno, ma, di fatto, tutti hanno perso dei voti. Anzi, ha vinto proprio chi ha perso meno elettori. Se è vero inoltre che la somma tra astenuti e voti non validi raggiunge il 49%, vale a dire un italiano su due, ha perso la politica, intesa come strumento affidabile per intercettare i bisogni dei cittadini e proporre un modello credibile di futuro. Hanno perso anche l’antiberlusconismo militante, che in questi giorni è cattivissimo nei confronti del P.D. e del suo segretario, e l’idea, mai abbastanza sottaciuta a sinistra, che Berlusconi possa essere sconfitto attraverso scorciatoie giudiziarie o tramite la cattiva fama che il premier, coi suoi comportamenti, sembra coltivare con tanta faciloneria, oppure cambiando l’ennesimo segretario di partito. Ha perso il P.D.L., inteso come partito maturo e autosufficiente: gli oltre 2.000.000 di elettori in meno, le dimissioni di Fitto, e la sconfitta di Brunetta, dimostrano che al di fuori della dimensione movimentista imperniata sulla figura carismatica del suo leader, il partito è in affanno. E’ Berlusconi il marchio vincente. Se il premier smette di spendersi in prima persona e di recitare il personaggio del magnate di buon cuore, amareggiato dagli italiani che non lo capiscono, sono guai. A perdere, però, è anche l’illusione dei cosiddetti partiti liquidi che ha accompagnato la nascita sia del P.D.L. che del P.D. La ricetta vincente della Lega Nord, riassumibile in poche idee, chiare, contatto costante con gli elettori, leadership forte e capacità di rinnovamento, dimostra che di partiti radicati sul territorio e che lavorino c’è un gran bisogno. Certo il compito per la Lega è più facile. Il suo messaggio, federalismo, immigrazione e difesa del giardino di casa,  è semplice ed immediato e il suo raggio d’azione è più limitato rispetto a quello dei partiti nazionali. In più, si dirà, in questi anni la Lega ha saputo avvantaggiarsi della garanzia costituita da Berlusconi. E’ un dato di fatto, però, che molti italiani vogliono sapere che cosa sono i grandi partiti del centro-destra e del centro-sinistra, in che cosa credono e che cosa hanno da proporre su temi concreti. Questo vale soprattutto per la sinistra: priva di un capo carismatico, che non dovrebbe mai essere necessario, deve ripensare se stessa e dire con chiarezza e univocità che cosa ha in mente di fare (possibile che non lo sappia?). Perde, quindi, anche chi pensa che il consenso dipenda esclusivamente da un leader da amare (Berlusconi o Vendola che sia) o da una fede ideologica da resuscitare. Sempre più, al contrario, il politico verrà giudicato per come fa il suo mestiere; e tra i suoi compiti c’è la ricerca dell’orecchio degli italiani, se necessario, uno per uno. Per far questo servono ideali, non ideologie, chiarezza, fatica e alcuni strumenti. Presenza costante sul territorio e partito aperto possono, infatti, non essere sufficienti: è tempo che anche la sinistra si doti dei media che sono a disposizione della destra da anni e che non sono i talk show della RAI. Un programma di informazione politica locale e “casereccio” contribuisce alla costruzione di un’identità politica molto più di Ballarò o Anno Zero. Perdono per ora anche Casini, il cui contributo complessivo agli esiti elettorali è stato abbastanza ininfluente, e il suo progetto di creare un terzo polo. Il bipolarismo italiano, ancorché zoppicante e immaturo e fomentatore di scontri violenti, è vivo e vegeto. Ha il pregio di essere chiaro, meno costoso e di obbligare i contendenti ad una salutare concorrenza per la ricerca del consenso. In una parola, ad essere stata punita in queste elezioni è una certa superficialità che assomiglia sempre più ad un’incomprensibile arroganza, mentre si profila la necessità, per tutti, di concepire la politica come un lavoro faticoso, da fare con umiltà e disponibilità. Una professione che porta onori, senza dubbio, ma che non dovrebbe conoscere pause tra attività istituzionali e di apostolato sul territorio. Alternative non ce ne sono o, se ci sono, sono fallimentari.

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