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Vincent Van Gogh, genio e follia di un artista morto senza un soldo in tasca, raccontato da Bruno Giordano Guerri per Liberal Belluno

Fuma l’ultima carica di pipa e poi spara con la pistola sotto le costole con la canna rivolta in alto. Cade nella buca di letame, luogo che aveva scelto per compiere l’ultimo gesto, e muore all’età di 37 anni, dopo un giorno di agonia. Al fratello che gli chiede il motivo dice: “perché mi scocciavo, avevo già fatto tutto”! A raccontare la storia del pittore Vincent Van Gogh per I grandi incontri di Liberal, il circolo presieduto da Rosalba Schenal, sabato sera al Teatro del Centro Giovanni 23mo di Belluno, c’era Giordano Bruno Guerri, professore di Storia contemporanea all’Università Guglielmo Marconi di Roma, giornalista e scrittore e presidente del Vittoriale degli Italiani (la residenza di D’Annunzio a Gardone Riviera allestita tra il 1921 e il 1938, e caldeggiata da Mussolini per togliersi dai piedi il poeta che avrebbe potuto rubargli la scena). Moderatore della serata Flavio Devetag Chalaupka, direttore dell’Unità operativa Neurologia dell’Ospedale Santa Maria del Prato di Feltre. «La sua vita è stata un incubo, triste e rara da trovare» ha spiegato Giordano Bruno Guerri, che al grande artista dell’800 dedicato il suo ultimo libro dal titolo “Follia? Vita di Vincent van Gogh”. Nasce da un prete ortodosso in un paesino dell’Olanda. Tutti i giorni per andare a scuola Vincent passa davanti al cimitero e vede la tomba con il suo nome. E’ quella del fratellino morto due anni prima della sua nascita. Per alcuni psichiatri questo fu una delle cause dei disturbi di Van Gogh. «Un pittore squattrinato che fumava, beveva, faceva il vagabondo, portava una dentiera di ferro perché perse i denti, taciturno, poco cordiale, piccolo di statura, sproporzionato. Insomma –  dice Giordano Bruno Guerri – nemmeno allora era quello che si dice un “buon partito” per una donna». Prova anche a fare il missionario, ma nelle miniere dell’800 dove lo mandano per esercitare una sorta di praticantato, rimane traumatizzato dalla vita dura dei minatori. Si batte per loro, per un salario dignitoso. Viene cacciato, nel 1888 va ad Arles dove gli rimangono 2 anni di vita e dipinge al ritmo di 2 quadri al giorno per la galleria del fratello Teo, che gli passa l’equivalente degli odierni 500 euro al mese. Insieme al pittore Gauguin frequenta i bordelli e bevono assenzio. Van Gogh s’innamora della prostituta Raquel, ma Paul Gauguin gliela ruba. E’ disperato, si taglia l’orecchio con il rasoio e lo porta incartato a Raquel. E’ pazzo? No. E’ la rappresentazione della sua sconfitta, come quando il torero nell’arena taglia l’orecchio al toro sconfitto e lo offre alla sua bella. «Nelle sue ultime lettere Van Gogh dice “se avessi ancora forza, farei delle sinfonie di colore”. Lui insomma, pensava già all’astrattismo – spiega Giordano Bruno Guerri – E tuttavia gli artisti del suo tempo lo consideravano solo uno che con i pennelli ci provava. Oggi le sue opere sono vendute a 80 milioni di dollari»! Cosa ci affascina in lui? «Il genio, la capacità di trasmettere la forza agli oggetti che raffigura. La capacità di uscire dalla cultura del suo tempo per affermare che qualcosa deve cambiare. Un rivoluzionario che ha capito ed anticipato di decenni l’esistenzialismo di Jean Paul Sartre. Van Gogh dipinge solo sconosciuti, perché conosceva le sue capacità nel tirare fuori l’anima dei personaggi. E spesse volte questo non piace agli interessati. Venticinque autoritratti, 25 persone diverse raccolte in un solo uomo».   In sala le opre foto-pittoriche di Lisa Borgiani (fotografa) e Massimo Nidini (pittore).

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