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Marcolin, Safilo, Fedon: la monocoltura dell’occhiale abbandona il Cadore. Intervento di Sergio Reolon

“La decisione della Marcolin di lasciare il Cadore e concentrarsi nello stabilimento di Longarone fa venire meno la presenza dell’ultima grande impresa rimasta sul territorio cadorino e mette ancor più in evidenza la drammaticità della situazione sociale ed economica e la problematicità del suo futuro. Dopo la crisi delle piccole e piccolissimi realtà produttive, dopo l’abbandono della Safilo e della Fedon si vive la fine di una fase, quella della monocoltura dell’occhiale, grazie alla quale il Cadore ha conosciuto un cinquantennio di prosperità e di stabilità. Ma lo sviluppo dell’occhialeria è stato gestito come se dovesse essere eterno ed oggi si intenderebbe far pagare solo al territorio tutte le conseguenze di un modello di sviluppo monoculturale che da decenni si sapeva obsoleto . Come ben sappiamo tutte le altre attività sono state praticamente tralasciate o rese del tutto marginali ed ininfluenti nelle scelte, o meglio, non-scelte operate negli ultimi decenni. Così è stato per l’ attività principe del Cadore, il turismo: ma analoga sorte hanno avuto l’agricoltura, i servizi, la politiche del territorio. Macroscopici sono stati i ritardi per quanto riguarda le infrastrutture viarie, ferroviarie ed informatiche. Come sempre le scelte di cambiamento più efficaci sono quelle che si fanno quando si è sulla cresta dell’onda e non quando si è obbligati dai fatti. Nel Cadore (ma non solo) ciò non è avvenuto e oggi, per affrontare una crisi di così vaste e inedite proporzioni, siamo obbligati a tirar fuori tutta la forza, la determinazione, la lungimiranza, il coraggio e l’inventiva che la gravità della situazione richiede. Intanto dobbiamo però dirci in modo chiaro, cominciando a fare le scelte conseguenti, che il futuro non consiste nella semplice difesa, ammesso che ci si riesca, di ciò che si ha. Il futuro del Cadore, e non solo del Cadore, sta nell’operare una grande riconversione e diversificazione della economia locale facendo del territorio la propria, nuova, grande impresa, coinvolgendo tutti: istituzioni, rappresentanti politici, partiti, il mondo della cultura e delle associazioni. Cioè il territorio, la sua società. In modo organizzato e senza distinzioni. E a questo impegno va chiamata anche l’associazione industriali Belluno Dolomiti, che non può occuparsi degli interessi generali del territorio quando deve salire sul pulpito per dire agli altri quello che devono fare e poi chiudersi nel suo ruolo sindacale quando deve parlare di cosa fa un suo associato. E’ quindi giusto, come richiesto dai lavoratori e dai sindacati, che tutti si muovano con l’impegno di mantenere il lavoro a Vallesella . Oggi il lavoro significa ancora occhialeria. Ma oggi possiamo anche, concretamente, preparare, il lavoro di domani. Domani un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro, tra persone e comunità, tra tutela e diritti, tra protezione e opportunità, dipenderà da quanto oggi riusciamo a rimettere al centro le condizioni di nuove forme di sviluppo sostenibili per il territorio. E non è un mistero per nessuno che la sua praticabilità si fonda su un serio approccio alla responsabilità sociale delle imprese e, tramite essa, al buon governo, ovvero al sistema delle regole e dei controlli, dei controllori e dei controllati, della partecipazione degli attori alla vita e alle decisioni aziendali. In definitiva, della democrazia economica come sviluppo logico della democrazia politica. Questo richiede grande governo del locale, investimenti pubblici (e privati) notevoli, formazione e riqualificazione, capacità imprenditoriali. Si tratta appunto di fare una grande impresa. Questa è la sfida che il Cadore deve lanciare alla Regione Veneto. Sapendo che ogni minuto perso rischia di essere decisivo e che una simile impresa deve avere un protagonista: il territorio”.

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