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Grandi incontri di Liberal Belluno. Vittorio Emanuele Parsi: “utopistico pensare che la guerra nel mondo sia destinata a sparire”

  «Io credo sia utopistico che la guerra o l’uso della forza nel mondo sia destinato a sparire. Anche le armi nucleari finiranno nella pattumiera della storia, perché la tecnologia sta lavorando sulle armi elettriche». Lo ha detto ieri sera (sabato 28 novembre) alla Sala Muccin del Centro Giovanni 23mo il professor Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali presso l’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano ed editorialista de La Stampa, ospite sabato sera dei Grandi incontri di Liberal Belluno, l’associazione presieduta da Rosalba Schenal. Una lunga chiacchierata informale, mderata dal capocronista del Gazzettino di Belluno Gianluca Salvagno, dove il docente ha analizzato la complessa trasformazione determinata dalla caduta del Muro di Berlino il 9 novembre del 1989. Cos’è cambiato per l’Europa?  «La guerra fredda Usa-Urss ha inizio nel 1947 e con essa cade l’idea di una possibile alleanza tra le due potenze com’era accaduto nella II Guerra mondiale. Nel ’49 l’Unione Sovietica diventa anch’essa una potenza nucleare. Poi nel ’52 la Gran Bretagna, nel ’60 la Francia e nel ’64 la Cina comunista. Cinque potenze nucleari, con diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Benché per Inghilterra, Francia e Cina si tratti solo di una rivendicazione di status, che non modificherà nulla negli equilibri internazionali, dominati dai due attori principali Usa e Urss. La corsa al nucleare, tuttavia, avrà un’escalation che porterà nel 1986 a una concentrazione di 70 mila testate tra Usa e Urss».Con la caduta del Muro di Berlino, qualcosa cambia. La politica estera americana, per tutti gli anni ’90 e fino al 2001, ritorna ad accarezzare il vecchio progetto di governo del mondo da condividere con l’Unione sovietica. In termini economici, dopo l’89 il mondo si globalizza, ma rimane suddiviso in aree. Avviene, insomma, una regionalizzazione che dà spazio a nuove manovre per raggiungere un nuovo status. Ecco allora una nuova proliferazione nucleare. Negli anni ’70 India e Israele, nel ’98 il Pakistan, nel 2006 la Corea del Nord e l’Iran che ne annuncia per il 2015 il raggiungimento, si dice grazie al know-how del Pakistan. Qualcosa sta per cambiare. Il Medio oriente è un’area dimenticata dove la cartina geografica degli stati (a parte Israele) era rimasta ferma al 1923. E che fino agli anni ’70 non aveva influenzato il resto degli equilibri. Nel 1979 c’è la Rivoluzione iraniana che trasforma la monarchia persiana in una Repubblica Islamica. Per questo gli americani decidono di affrontare la questione, e avanza l’idea di un’America potenza mediorientale. Dopo l’11 settembre del 2001 cambia la strategia americana. Perché appare evidente che la minaccia ora viene dal Medio oriente. Si avvalla quindi la strategia dell’attacco preventivo laddove vi siano possibili minacce. «Il diffondersi del radicalismo islamico militante si poteva risolvere solo con la missione in Afghanistan» spiega Parsi. In assenza di reazione militare da parte degli Usa, infatti, il messaggio che sarebbe arrivato agli estremisti islamici sarebbe stato quello che la loro strategia poteva essere vincente.  Oggi ci sono numericamente meno testate nucleari del passato, il rischio è minore, ma sulla scena vi sono molti nuovi attori.

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