Saturday, 19 April 2014 - 14:00

terza pagina

I carnefici italiani dei Balcani

Ci hanno sempre detto che gli italiani durante la II Guerra mondiale non si macchiarono mai di crimini odiosi, né di atti di violenza ingiustificata. Non è vero. La leggenda degli “italiani brava gente” con la quale siamo cresciuti, ed autoassolti per oltre 60 anni, è solo un falso storico. Un po’ come quello del bollettino di guerra russo n. 630 dell`8 febbraio 1943, dove si affermava “l`unico Corpo che può ritenersi imbattuto in terra di Russia è il Corpo d`Armata alpino italiano”. Del resto, le carte rese note qualche anno fa dal procuratore militare Antonino Intelisano nel procedimento contro ignoti per individuare i responsabili, ancora in vita, degli eccidi avvenuti dal 1941 al 1943 nei Balcani parlano chiaro. Ovviamente, dopo tutti questi anni, non è il caso di parlare di giustizia, tutt’al più servirà a mettere a posto i libri di storia. Anche perché i principali responsabili l’hanno fatta franca e oramai sono quasi tutti morti. Mi riferisco, ad esempio, al generale Mario Roatta, comandante della II Armata in Croazia, e al generale Mario Robotti, comandante dell’11mo Corpo d’armata e grande deportatore di Lubiana, quello che disse “qui si ammazza troppo poco”. Ma l’elenco sarebbe molto lungo e comunque è contenuto nei 70 fascicoli prodotti dalla Commissione Gasparotto nel giugno del 1951. Un secondo armadio della vergogna, insomma, rimasto chiuso grazie a un cavillo giuridico contenuto nell’art.165 del Codice penale militare di guerra. Per il quale si potevano processare i militari italiani che avevano commesso reati in territori occupati, solo a condizione che si garantisse lo stesso trattamento ai responsabili di reati commessi nei confronti di italiani. Insomma, noi italiani processiamo i nostri generali e voi jugoslavi processate i responsabili delle foibe. Tutto venne insabbiato. Ma quella clausola di reciprocità che permise di tenere tutto sotto chiave, non esiste più dal 2002. Ecco allora che riemergono i fantasmi del passato. La regola della “testa per dente”, della rappresaglia, di dieci civili fucilati per ogni soldato ucciso non era solo dei tedeschi! L’abbiamo applicata anche noi in Jugoslavia e in Grecia contro i “ribelli”; quelli che in realtà difendevano le loro terre, perché in questo caso eravamo noi gli invasori che avevano dichiarato guerra. Una serie di brutte storie. Come quella del 16 febbraio 1943 a Domenikon, in Tessaglia, dove gli italiani uccidono per rappresaglia 150 civili. Come quella dei battaglioni Ivrea e Aosta che rastrellano 11 villaggi in Montenegro e fucilano 20 contadini. Come quella contenuta nella denuncia del 12 luglio 1942 agli atti della Commissione Gasparotto, che indica il famigerato prefetto del Carnaro, Temistocle Testa, quale responsabile dell’eccidio di Podhum, un villaggio a pochi chilometri da Fiume. Dove reparti dell’esercito italiano coadiuvati da carabinieri e camicie nere fucilarono oltre 100 uomini, deportarono 200 famiglie, confiscarono beni e 2000 capi di bestiame. E ancora i rastrellamenti di Lubiana dove dei 40 mila abitanti maschi, ne furono arrestati 2.858 e altri 3 mila catturati in una seconda operazione. Tutti deportati insieme a vecchi, donne e bambini nei campi di concentramento dell’isola di Arbe (oggi Rab) in Croazia e dove poi morirono di stenti in 1500. Regista di questi crimini era il generale Taddeo Orlando che nel 1945 diventa comandante dell’Arma dei carabinieri e lascia evadere il suo collega generale Mario Roatta che era stato condannato all’ergastolo per l’assasinio dei fratelli Rosselli. Roatta si rifugia in Vaticano, poi fugge in Spagna con la moglie e, dopo l’amnistia, nel 1966 ritorna in Italia e muore a Roma impunito nel 1968. Come rimarranno impuniti praticamente tutti i massacratori italiani dei Balcani, protetti da una lunga cortina di omissioni e dalla ragion di Stato.

Roberto De Nart

 

Datemi tre reti e modificherò il vostro pensiero

“Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo” diceva Archimede nel 200 avanti Cristo. Se fosse nato oggi probabilmente avrebbe aggiunto “Datemi tre reti televisive e modificherò il vostro pensiero”. Inauguriamo questa Terza pagina parlando male della tv. Canale 5 nasce negli anni ’80, tv cosiddetta generalista, con palinsesti contenenti sport, quiz, intrattenimento, notiziari ecc. Dall’83 all’89 la nuova tv vive una strepitosa crescita, proponendo film americani in prima serata (Dallas, Dynasty, Uccelli di Rovo) che appassionano il pubblico e fanno raggiungere quota 15 milioni di telespettatori. Ebbene, cominciamo con la prima punzecchiatura: non avete notato nessun cambiamento in questi ultimi trent’anni nella tv italiana? La domanda, ovviamente, è retorica e rivolta per motivi puramente anagrafici agli ultracinquantenni che probabilmente ricordano la vecchia Rai lotizzata, con Rai 1 alla Dc, Rai 2 ai socialisti e Rai 3 ai comunisti. Con tutti i suoi difetti, c’erano però dei servizi speciali eccellenti, realizzati da giornalisti del calibro di Sergio Zavoli, tanto per fare un nome. In tempi più recenti è approdato alla tv dalla carta stampata il compianto Enzo Biagi, altro pezzo da 90, con Il Fatto; un giornalista sicuramente moderato, ciò nonostante epurato da Berlusconi. Qualcuno ha notato, insomma, una certa differenza tra i Tv7 di allora, Zavoli, Biagi, Montanelli e un Emilio Fede di oggi (attenzione, Fede degli anni ’70 in Rai era un’altra cosa). Lo stesso discorso fatto per i giornalisti lo si può fare per i programmi. Concentrando l’attenzione sul fatto che la televisione, più ancora di stampa, radio e internet, ha il potere di riuscire a plasmare nel tempo i modi di pensare, perché si rivolge a una platea enormemente più vasta. Sono solo 5 milioni i lettori di quotidiani in Italia e probabilmente sono sempre gli stessi che si informano navigando in internet. “Datemi una qualsiasi canzone -  ha detto qualche tempo fa un produttore musicale che era stato qui a allo Spazio giovani – ed io ve la faccio passare tutti i giorni nelle principali radio. Alla fine vi piacerà”! Come una goccia d’acqua che col passare del tempo buca la pietra. Nessuna forzatura, intendiamoci, è un processo lento e indolore, come la caduta dei capelli. La Tv alla lunga determina dei “modi di pensare” di base, lasciando l’illusione della scelta del singolo su “cosa pensare”. Può lasciar sviluppare dei comportamenti istintivi e bloccare quelli intelligenti. Oppure far sviluppare uno schema di vita piuttosto che un altro. Qualcosa del genere, tanto per fare un altro esempio, succede anche nei gusti alimentari. Se per 20 anni ci hanno fatto mangiare pollo e patatine fritte del McDonald’s, poi finisce che non ci piace più il sapore del pollo ruspante e delle patate dell’orto, perché il nostro palato non lo riconosce più. La tecnica di indurre gusti e sistemi di vita è quella di agire sempre alla base e mai nel particolare. E i risultati sono tanto più efficaci quanto più sono prolungati nel tempo. Nei notiziari, ad esempio, la quantità di informazioni, comunicati stampa e cronaca a disposizione di chi decide è talmente ampia che non occorre nemmeno manomettere la realtà. Questo vale per tutta l’informazione e Bellunopress non fa eccezione. Gli addetti ai lavori sanno benissimo che c’è ampia discrezionalità sui pezzi da pubblicare e quale risalto dare loro. Immaginate allora di avere una fotografia grandangolare con un paesaggio davanti a voi e di dover scegliere un particolare da proporre. Basta metterlo a fuoco, ingrandirlo tralasciando tutto il resto e presentarlo in una adeguata cornice. Questo significa selezionare ciò che la massa dovrà conoscere, decidere quanto panorama di quel paesaggio far vedere al pubblico e lasciare che poi ognuno scelga, ma solo all’interno di quel fotogramma. Il tutto confezionato con professionalità, con immagini e colori attraenti, piacevoli, desiderabili, descrivendone minuziosamente tutti i lati positivi possibili. La realtà della massa si svilupperà poi autonomamente solo fra ciò che viene presentato. I sogni, le aspettative, i desideri, i modelli da imitare e in cui identificarsi, per cui vivere e soffrire, infatti, vengono accuratamente scelti fra ciò che continuamente e senza sforzi conosciamo sempre meglio. Il resto del paesaggio, e quindi della realtà, non viene fatto vedere, oppure viene allontanato come immagine negativa, disfattista. E quindi non è costantemente nel campo di attenzione della massa, non ci sono pensieri e desideri costanti su di essa. E alla lunga smette di esistere. La tv può imporre qual è l’argomento, l’idea, il modello, lo schema più conosciuto e quale meno. Può decidere a quali questioni dare più visibilità e su quali argomenti incentrare la discussioni e quale argomento ignorare completamente. Cosi determina qual è lo stile di vita dominante e quindi quello su cui si focalizzano i desideri. Un controllo della massa senza filo spinato, dove si promuovono tutti gli aspetti positivi dell’immagine individualista e forte, furba e determinata e magari anche un po’ aggressiva, il manager rampante o un ricco playboy, tralasciando gli altri aspetti positivi o negativi della vita. Un sistematico declassamento “in seconda pagina” insomma di tutto ciò che non fa parte di un modello, di un modo di vivere del sistema. Nell’arco degli anni, la massa si sente libera di decidere e pensare, e non si accorge che tutto ciò che vede e sceglie è all’interno di quel famoso fotogramma ingrandito.  Nel “campo” dalla tv, dei palinsesti proposti, l’individuo si fa domande e prende decisioni, ma lo fa nei modi e nei tempi della dettati dalla tv stessa, su argomenti proposti dalla tv. Inizia così la lenta e dolce manipolazione. La possibilità di gestire le mode e le culture di una popolazione è alla base del moderno potere economico e politico. Una maniera molto profonda e sofisticata di controllare i consensi delle masse e di limitarne il rinnovamento è quella di farle abituare a dei comportamenti piacevoli che siano il più possibile continuati nel tempo. Si inizia sempre con abitudini leggere e attraenti fino ad arrivare a delineare degli schemi di comportamento che siano influenzabili dall’alto. Una volta che si crea una tendenza, a cui un enorme massa di persone preferisce non rinunciare, allora si è instaurata una sorta di dipendenza. Gran parte del controllo sulla popolazione nasce dalla prevedibilità di questo consenso. Non si impone l’acquisto di uno specifico prodotto, ma si agisce alla base della formazione delle scelte per anni. Fornendo a milioni di persone un modello di vita irreale. Con personaggi ricchi e famosi che stimolino le fantasie e i desideri, oppure con programmi che distribuiscono soldi a palate a uomini più o meno palestrati e donne siliconate che se guardate bene sanno fare poco o nulla. Passa così la convinzione negli spettatori che la vita, il mondo del lavoro, sia un giochetto dove tutti possono diventare ricchi e famosi senza sacrificio, senza fatica. Dopo un po’ di anni di questo “trattamento televisivo” , quando un certo grado di persuasione di massa è stato raggiunto, e il modello è diventato parte del sentire comune, il gioco potrebbe irrigidirsi. I manovratori potrebbero organizzarsi politicamente in una casta che tende solo a conservare se stessa all’infinito e i propri privilegi. Vi ricordate come abbiamo votato alle due ultime elezioni politiche? Con il sistema “porcellum” dove deputati e senatori (opposizioni comprese s’intende) sono stati decisi dalle segreterie di partito e dunque da un pugno di uomini. I più giovani sono quelli che pagano il prezzo più alto di questa dolce manipolazione. Perché non hanno mai assaggiato “il pollo ruspante e le patate dell’orto” , sono cresciuti in una monocoltura televisiva fatta di prodotti preconfezionati. E allora è comprensibile che  ragazze molto giovani cadano in depressione se non possono rifarsi seno e labbra come quelle che vedono in tv. E i ragazzini s’incollino al monitor del pc alla disperata ricerca su eBay dell’ultimo modello di iPod touch. E ci accorgiamo che un pezzo consistente di gioventù vive oggi con l’unica aspirazione di entrare in tv. E per raggiungere l’obiettivo, anche di una semplice particina, è disposta a passare per i letti di chi in quel momento ha il potere di decidere. Oppure, come è emerso da varie interviste, si scopre che la massima aspirazione, in alternativa a quella di entrare genericamente nel mondo dello spettacolo sia quella di andare in Parlamento! Come se le due cose fossero uguali, sullo stesso piano. E d’altra parte, come si può condannare questo modo di pensare? Se in Parlamento oggi c’è chi fino a qualche anno fa era ritratta sui calendari appesi dai camionisti nelle cabine dei Tir.