Tuesday, 29 July 2014 - 18:46

A come Autonomia

Il saggio che segue, è stato realizzato da Tomaso Pettazzi, del Movimento Bard Belluno Autonoma Regione Dolomiti, e si prefigge di evidenziare le motivazioni storiche, territoriali, culturali che stanno alla base del progetto autonomistico. “E’ un lavoro “in fieri” – come definisce l’autore -  perché è soggetto al continuo mutare della realtà politica ed amministrativa del nostro territorio, ma i principi basilari, quelli restano saldi in ogni caso. Lo scritto si compone essenzialmente di tre parti; una prima che enumera la varie specificità che abbiamo riconosciuto nel nostro territorio, la seconda che pone l’attenzione sulle criticità che ci contraddistinguono. Vi è poi una parte finale che prende in considerazione i punti di affinità con le altre due Province dolomitiche, in base ai quali abbiamo sviluppato la nostra proposta per una nuova Regione Dolomiti. (ultimo aggiornamento al 07.06.2013)

PILLOLE DI AUTONOMIA

Quanto segue si propone, in modo semplice, di evidenziare i motivi che stanno alla base del progetto autonomistico del Movimento Belluno Autonoma Regione Dolomiti – BARD. Ci rendiamo conto infatti che decenni di governo regionale improntato al perseguimento di politiche incentrate solo sullo sviluppo della pianura hanno fatto sì che molti Bellunesi si siano rassegnati e si lascino sommergere dal senso di impotenza di fronte al “nemico troppo grande” che tanto “farà quel che vuole qualunque cosa noi diremo o faremo”. Quasi soffrissimo di una sorta di sindrome di nimby perché lo sguardo si posa su ciò che più si ama intorno a sé e che si teme di perdere per sempre. E’ forse una colpa amare il proprio territorio e volerlo trasmettere integro ai propri figli? Il disprezzo che il potere politico ed economico dimostrano nei confronti del Movimento farebbe pensare di si. La speranza è che alla fine della lettura si possa aver generato i princìpii di una mentalità autonomista, che deve stare alla base di ogni progetto politico di autogoverno. Dobbiamo infatti superare l’idea invalsa e riduttrice che autonomia significhi solo disponibilità di risorse finanziarie, quasi fosse un bancomat. Questo semmai è il punto d’arrivo di un percorso che ha visto il riconoscimento di numerose peculiarità di una popolazione in un dato territorio, per molteplici motivazioni. Cammino che ha come logica conseguenza l’assunzione da parte di quella popolazione, con responsabilità ed onore, di competenze amministrative, giuridiche e finanziarie. Competenze (si pensi soltanto a sanità, trasporti, viabilità, demanio idrico, col correlato valore energetico, turismo e relativa partita Unesco) che non devono essere disperse in uno stuolo di enti frammentati, ma necessariamente essere assunte da un unico Organo che sovrintenda a tutto il territorio provinciale. Sgombrando subito il campo da possibili fraintendimenti, l’organo provinciale cui noi aspiriamo non si rifà a quello ordinario cui eravamo assuefatti, bensì a quello speciale presente nelle vicine Trento e Bolzano/Bozen. Allo stesso modo affermiamo chiaramente che la ricerca della nostra Autonomia non significa demonizzare le altre comunità venete; al contrario, essa farà a maggior motivo risaltare le loro caratteristiche, degne anch’esse di essere valorizzate. Semplicemente difendiamo il nostro diritto a sopravvivere. Siamo inoltre fermamente convinti che l’unità della Provincia, territoriale ed amministrativa, sia l’unica possibilità che ci resti per ottenere quanto da noi sperato e confermato dal nuovo Statuto regionale. I voli pindarici di esponenti politici o benpensanti che auspicano il ritorno ai vari dipartimenti prenapoleonici ( per essere espliciti la riedizione politica della vecchia Magnifica Comunità del Cadore, vagheggiata ed auspicata recentemente anche da alcuni Sindaci nostalgici, o il ritorno di Feltre ai tempi della Diocesi, quale fulcro di un Dipartimento a sé, staccata da Belluno e capace di attrarre Primiero e Valsugana,) denotano una mentalità ancorata ad una visione storica sorpassata, anacronistica, destinata a soccombere al solo pensiero dell’esiguità dei numeri in campo. Già il totale degli abitanti dell’intera Provincia è inferiore ai 215.000; le micro/macro zone da essi proposte resterebbero senza alcuna rappresentanza politica e soprattutto senza capacità di fare lobby. Risultato analogo si avrebbe con l’assurda unione con Treviso, in cui, oltre a rappresentanza politica, perderemmo pure una serie di uffici pubblici territoriali, con l’obbligo per i cittadini, specie delle Terre Alte, di lunghi viaggi nella Marca per svolgere pratiche amministrative. L’auspicio è anche che chi legge queste note giunga alla convinzione, o la consolidi, che la nostra terra non ha alcunché da invidiare a quelle contermini del Trentino-AltoAdige/Südtirol, dal punto di vista storico, culturale, linguistico, geomorfologico, ambientale, paesaggistico, di autosostenibilità economica e nel contempo ne è simile per ciò che riguarda la specificità e gracilità territoriale e deve condividere le impostazioni da esse adottate per la sua tutela. Inoltre desidero sottolineare come tutti questi aspetti concorrano alla proposta di una proficua convivenza tra le popolazioni che da secoli custodiscono quell’immensa zona caratterizzata dalle Dolomiti, giustamente proclamate dall’UNESCO “Patrimonio mondiale dell’Umanità”. Tralascio volutamente in questa trattazione il punto di vista legislativo e normativo che dovrebbe creare la cornice amministrativa della nuova entità, per rappresentare solamente gli aspetti storico/culturali ed economici. Infine cercherò di evidenziare le ragioni per cui anche le due Province autonome possano ottenerne proficui vantaggi.

SPECIFICITA’ TERRITORIALE

Orografia. L’orografia è quella branca della geografia fisica che studia i rilievi della Terra, sia quelli della superficie sia quelli sottomarini E’ lampante che la nostra terra ha caratteristiche che la differenziano da gran parte non solo del Veneto, ma d’Italia e che nel contempo la accostano ai territori Trentino e Sudtirolese. Tutto ciò è mirabilmente riassunto nel termine Dolomiti. Queste nostre meravigliose montagne sono state inserite nel ristretto numero dei Patrimoni mondiali dell’Umanità dall’UNESCO. Esse sono disseminate in un territorio che fa parte di tre Regioni e di cinque Province. Non per sterile polemica, ma per obiettiva realtà, gran parte di esse gravita nella nostra Provincia. Addirittura da vent’anni è stato costituito il “Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi” (PNDB), seguito dal “Parco regionale delle Dolomiti d’Ampezzo”(PDA), a dimostrazione della profonda volontà delle nostre genti per le loro tutela e valorizzazione.Un territorio che nei millenni è stato lavorato, plasmato e manutentato dai nostri predecessori che contemporaneamente ne sono stati forgiati quanto a spirito di adattamento e resistenza alle difficoltà e alle privazioni. Una terra che ora taluni vorrebbero considerare tout court semplice terra di svago o, peggio, di transito per altre mete. Riassumo, come esempio di mentalità prevalente, quanto detto dal Presidente Zaia, che pure difende la nostra specificità, a Longarone all’inaugurazione della Mostra Internazionale del Gelato nel novembre 2011: “Col completamento dell’autostrada potremo andare in poche ore a gustare un gelato a Monaco di Baviera”. No! Noi ribadiamo con forza ed orgoglio che Belluno e le Dolomiti sono Alpi da vivere e non corridoi da attraversare! Ritornando al confronto col resto del Veneto, la differenza è evidenziata dalla semplice constatazione che tra Belluno e Vittorio Veneto, che distano in linea d’aria pochi chilometri, le condizioni climatiche sono estremamente dissimili. “8 gradi in meno mediamente nella stagione invernale comportano gelo e neve, con maggiori disagi e spese per i cittadini, per le amministrazioni pubbliche e per le aziende…basti pensare alle maggiori necessità per il riscaldamento, alle più costose esigenze dell’edilizia, alle difficoltà del traffico e dei trasporti, alla manutenzione delle strade con la neve da spalare e l’asfalto’sbriciolato’ da rifare a fine stagione…(paragone poi che ovviamente acuisce le differenze se consideriamo i disagi climatici nelle terre alte)… A questo deve aggiungersi che i servizi in montagna costano di più e sono economicamente meno redditizi per chi è deputato a garantirli.” (Dal Progetto di Legge N. 22, Consiglio del Veneto, nona legislatura. Norme speciali per l’autonomia amministrativa della Provincia di Belluno). Ho riportato queste note perché finalmente, a distanza di decenni, la Regione Veneto ha iniziato un cammino di riconoscimento delle legittime aspirazioni della nostra popolazione. Il processo non è tuttavia ancora compiuto, ed anzi è messo in forse dalle recenti decisioni del Governo Monti sui tagli alla politica (riordino Province) e con la recente impugnazione del nuovo Statuto veneto. Tuttavia esso dimostra come la forza della cittadinanza unita, mi riferisco alla mobilitazione a favore del referendum per la proposta della Regione Dolomiti con Trento e Bolzano/Bozen (19.000 firme raccolte in due mesi) e alla manifestazione del 24 ottobre 2012, sia in grado di forzare una volontà ostinatamente contraria ed anzi tutta tesa alla nostra omologazione in un Veneto spiccatamente di pianura. Tale risultato potrà essere raggiunto solo quando tutti i rappresentanti bellunesi in Consiglio regionale e nel Parlamento nazionale smetteranno il loro “vestito partitico” e si presenteranno uniti in nome della comunità Bellunese. Il nostro Movimento ambisce, forte del sostegno riconosciutoci da due anni a questa parte, ad essere il lievito di questo processo e se ne farà carico, conscio delle difficoltà, delle incomprensioni e delle trappole che incontrerà in tale cammino. Faccio infine presente che nella malaugurata, ipotetica possibilità che Belluno venga unificata con Treviso, verrebbe ridisegnata anche la mappa dei Collegi elettorali, chiaramente a favore di quest’ultima, che, grazie alla superiorità numerica, potrebbe avocare a sé la totalità delle rappresentanze politiche, a livello provinciale, regionale, nazionale. Il Bellunese diverrebbe in definitiva il nulla e la città stessa di Belluno perderebbe centinaia di posti di lavoro legati alla soppressione di uffici a valenza nazionale.

SPECIFICITA’ VEGETALI ED ANIMALI.

Il nostro territorio è noto fin dal XVII secolo per la ricchezza e la rarità della flora e vanta gloriose tradizioni di visite da parte di illustri studiosi. Per alcune specie, ad esempio nei confini del PNDB, si tratta del “locus classicus”, cioè il sito dove esse sono state originariamente scoperte e descritte. Si tratta in totale di migliaia di specie endemiche e di rilevante valore biogeografico e questo dato è tra i maggiori di tutto l’arco alpino. Specie che oltretutto trovano qui l’ambiente ideale per la sopravvivenza, altrimenti già gravemente compromessa altrove.

Altrettanto possiamo affermare per la fauna. La benemerita attività di monitoraggio da parte di Provincia, PNDB e PDA ha permesso di verificarne lo stato ed il numero. La fauna ittica dimostra tutta la propria sofferenza a causa della povertà di portata dei nostri corsi d’acqua, impoveriti da un prelievo dissennato a favore dell’industria idroelettrica che negli anni passati ha fatto scempio d’essi con la regimazione artificiale delle portate. La crescita anomala in alveo della vegetazione ne è stata una ulteriore penalizzazione e ripropone la necessità del rilascio effettivo di una portata minima, il cosiddetto “minimo deflusso vitale”. Gli uccelli al contrario sono numericamente e qualitativamente presenti in quantità, anche in riferimento ai Galliformi alpini, che più sono rappresentativi del territorio montano. Anche gli ungulati selvatici godono di buona salute. Caprioli, camosci, stambecchi, cervi e mufloni (questi ultimi importati) sono presenti in gran numero, anzi talvolta rappresentano un pericolo per l’incolumità delle persone. Da alcuni anni si è riaffacciato anche l’orso e vi sono segnalazioni di presenza della lince.

Questa ricchezza e varietà floro-faunistica, oltre che definire specificamente la nostra Provincia, può essere un aiuto all’attività turistica, costituendo un ulteriore motivo di richiamo sulle nostre montagne. In particolar modo i Galliformi alpini e gli Ungulati selvatici, per non parlare del grande predatore, sono entità del tutto assenti nei territori di pianura e solo da noi è possibile godere di tale presenza. Ricordo che analoghe realtà nei territori delle vicine Province autonome sono state occasione per un battage pubblicitario su vasta scala che ha portato ottimi risultati come presenze turistiche. Ironia della sorte vuole che in tal caso si trattasse addirittura della appropriazione della figura dell’orso Dino, così chiamato in onore del nostro illustre conterraneo, che gironzolò per mesi nel nostro territorio, per far poi una fugace apparizione oltre confine trentino, ma tanto bastò.

SPECIFICITA’ GASTRONOMICHE

La gastronomia (dal greco gastèr = ventre e nomìa = legge) è l’insieme delle tecniche e delle arti culinarie; il far buona cucina. La cucina bellunese è ricca di profumi e sapori, varia di prodotti e di ricette dovute alla fantasia delle nostre donne, anche nelle zone più impervie e nei momenti più miseri, fosse essa borghese o popolana. E’ stata descritta nei secoli da personaggi che hanno dato lustro alla nostra terra, quali il notaio e poeta rinascimentale Bartolomeo Cavassico, il religioso Pierio Valeriano, che portò a Belluno il fagiolo, il gourmet monsignor Gio. Battista Barpo. Di alcune sue specialità troviamo traccia addirittura nelle raffigurazioni sui lati del sarcofago del cavaliere romano Caio Flavio Ostilio, ove si narrano l’uccisione di un cinghiale e la cattura di un cervo, prede molto ambite fin da allora. Per i rapporti sociali, economici e commerciali con le terre dell’Impero Asburgico e con la cultura alimentare mitteleuropea, essa si è arricchita anche di materie prime e preparazioni arrivate da oltralpe. Innumerevoli sono attualmente le sue specificità, da tutto il territorio provinciale. Le più conosciute sono il fagiolo di Lamon Igp (ma non dimentichiamo gli altri: bonel, bala rossa, del papa, dalla riga d’oro, fumolet, de la tesera, mame,…) la Birra Pedavena, la Pecora Alpagota (presidio slow food), il “Pastin” ed il mais sponcio (prodotti agroalimentari tradizionali nazionali), il formaggio Piave Dop, il Miele Dolomiti Dop, il cavolo cappuccio di Vinigo di Cadore. A titolo d’esempio, ponendo attenzione sul miele, giova ricordare che la produzione italiana (circa 20.000 tonnellate annue) soddisfa solo il 50% del consumo e che il resto proviene dall’estero, specie dalla Cina, di cui non si conoscono precisamente le modalità di produzione, preparazione, conservazione e distribuzione, né l’eventuale, ma quasi sicura, contaminazione da elementi OGM. Il territorio bellunese soddisfa appieno tutte queste richieste, anche grazie alle fioriture spontanee differenziate per aree altimetriche che favoriscono la produzione di mieli di grande pregio. Si tratterebbe quindi di una notevole potenzialità economica autoctona di elevatissima qualità, biodinamica, ecosostenibile. Medesimo ragionamento vale per gli altri prodotti, tra i quali ricordo i piatti a base di selvaggina, presenti in ogni nostra vallata. Nell’attuale scenario turistico in evoluzione, “la riscoperta delle radici, l’interesse per la zona di provenienza, la sensibilità per gli aspetti antropologici, il desiderio di conoscere la storia, la dimensione estetico-sensoriale” …fanno sì che il cibo “trascende la gola e il palato” e diviene “una serie di icone ed immagini che servono ad identificare un luogo”(Davide Paolini); gli esempi sono gratificanti: Montalcino col Brunello, Zibello col culatello, Acqualagna col tartufo, Alba che unisce vini e tartufo bianco, ecc. Una ricchezza quindi di offerte che distinguerebbe addirittura le singole vallate del nostro territorio, a differenza della pianura dove coltivazioni intensive e di scala lo hanno uniformato in modo pesante. Inoltre l’uso comune dei nostri prodotti garantirebbe la valorizzazione della filiera corta, la salvaguardia e la promozione di coltivazioni ed allevamenti tradizionali, all’interno di un distretto rigorosamente biodinamico, e darebbe un sostegno economico al comparto agricolo, ora asfittico, ma che a sua volta è fondamentale per un’attrattiva turistica basata su un sano stile di vita in un ambiente incontaminato. Da tempo molti giovani hanno intrapreso coraggiosamente la conduzione di alcune aziende agricole, anche nelle zone più limitrofe ed impervie del nostro territorio, dedicandosi all’allevamento qualitativo bovino (latte e carne), ma pure ovino e caprino, alla produzione, appunto, di miele, alla coltivazione di ortaggi specifici, frutta, alla pulizia del bosco con contemporanea produzione di legname e cippato ad uso energetico. Attività tutte che concorrono alla gestione del territorio, favorendo in tal modo l’attività turistica (in questo senso le due Province autonome sono modelli da seguire). Sono giovani preparati culturalmente e tecnicamente, spinti a ciò da un innato amore per la loro terra, ma perché il loro entusiasmo non si spenga in breve tempo scontrandosi con le difficoltà economiche e burocratiche che massimamente avversano tali attività in alta montagna, è doveroso che la politica attui normative e interventi finanziari ad hoc, che purtroppo non è possibile sperare dall’attuale Governo regionale, sbilanciato in una visione prevalente di attenzione alla pianura.

Discorso a parte meritano purtroppo i vini del Feltrino: di antichissima tradizione, con una storia databile fin dall’anno 1226, vantano intensi scambi commerciali con l’Impero Austro-Ungarico. Ne vengono ancora allevati alcuni rari vitigni (Bianchetta, Gata, Paialonga), ma a livello quasi amatoriale. La medaglia recentemente guadagnata dal vino Cuss, prodotto dal giovane produttore Marco De Bacco di Seren del Grappa, al concorso nazionale di Aymavilles tra i vini di montagna, fa ben sperare in una inversione di tendenza, anche se per ora l’esperienza del giovane De Bacco brilla per la sua unicità. La Denominazione Vitigni delle Dolomiti I.G.T (Indicazione geografica tipica), nata per definirne le caratteristiche, è stata successivamente ampliata alle vicine Province autonome che, con le abituali capacità di marketing e congrue dotazioni finanziarie, ne hanno determinato di fatto il dominio totale. Allargando il discorso alla Valbelluna, osserviamo che anche qui si assiste all’acquisto di terreni e messa a dimora di barbatelle (piccole pianticelle) di vitigni Prosecco, ma da parte di produttori della vicina Valdobbiadene, con l’intento, neanche larvatamente nascosto, di approfittare della specificità dei luoghi per trarne ulteriore vantaggio. Assistiamo quindi a continui atti di appropriazione o colonizzazione indiretta, senza che le autorità politiche locali (e pure le associazioni di categoria) si muovano per arginarle o ricavarne utili in partnership, vantandosi addirittura dei pochi posti di (basso) lavoro derivanti.

 

 SPECIFICITA’ LINGUISTICA

Contrariamente a quanto comunemente si creda, tale caratteristica non è specifica solo della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, anzi trova a Belluno una varietà di popolazioni ben più numerosa. Oltre alla prevalente parlata veneta, nella parte sud, Valbelluna, Feltrino, Alpago, Basso Agordino, è presente la Lingua Ladina che copre 39 Comuni in Alto Agordino, Cadore, Comelico, Zoldo e nei tre Comuni “assurgici” (perché appartenenti fino al 1918 all’Austria) di Cortina d’Ampezzo/Anpezo, Pieve di Livinallongo/Fodom e Colle Santa Lucia/Col; si tratta di quasi 60.000 persone, quindi notevolmente di più che non i Ladini residenti nelle Province di Trento e Bolzano/Bozen. La cultura e la parlata ladina sono vive e presenti in tutti i Comuni della Ladinia bellunese e vengono tutelate e propagandate dall’ Istituto Ladin de la Dolomites, con sede a Borca di Cadore, per mezzo della rivista “Ladin!”; con opere librarie ed audiovisive, trasmissioni radiotelevisive; in collaborazione con Istituti universitari ed altri Enti organizza corsi di formazione e consulenza linguistica; possiede presso la propria sede una biblioteca altamente specializzata in lingua, cultura, folklore, storia e geografia dei paesi ladini. “Va però registrata una differente situazione di tutela tra il gruppo insediato nella Provincia di Belluno e quello della Provincia autonoma di Bolzano/Bozen”… “Pur non giungendo al riconoscimento del bilinguismo, che in Trentino-Alto Adige è limitato alla lingua italiana e tedesca, in base all’art. 99 dello Statuto di autonomia, i ladini della Provincia di Bolzano/Bozen godono di importanti strumenti giuridici per la valorizzazione e la conservazione della loro identità linguistica ed etnica. Per il gruppo bellunese, invece, non può dirsi la stessa cosa… “il legislatore regionale veneto non può spingersi oltre la mera erogazione di contributi alle associazioni regolarmente costituite” (Trabucco), e ciò avviene in base alla legge regionale n. 73/1994. Vi sono inoltre una comunità tedescofila a Sappada/Plodn ed infine una enclave cimbra nei Comuni di Tambre e Farra d’Alpago, limitatamente alla zona del Consiglio, con una vivace Associazione Culturale, un Centro Cultura e un Museo etnografico. In definitiva la varietà linguistica è davvero un tratto caratteristico della nostra Provincia.

SPECIFICITA’ LETTERARIA

Sconosciuto ai più, ma degno di essere diffuso in tutte le nostre scuole, il Ritmo bellunese è una delle prime attestazioni dell’uso letterario del volgare in Italia . Composto alla fine del XII secolo, tramanda gli avvenimenti del Comune di Belluno negli anni 1183-1196. In particolare è narrata la guerra che Belluno, in alleanza con Feltre, intentò contro Treviso e che le permise la conquista di territori prossimi alla città. E’ inoltre una chiara dimostrazione che l’unione di parti importanti del nostro territorio non può che portare a notevoli risultati.

De Castel d’Ard havi      li nostri bona part:

i lo zetta tutto      intro lo flumo d’Ard:

e sex cavaler       de Tarvis li plui fer

con sé duse       li nostri cavaler.

Ad esso seguirono numerose altre composizioni che denotano il fermento letterario che da sempre contraddistingue la nostra terra. Importanti personaggi letterari furono Bartolomeo Cavassico, Vittore Villabruna, Valerio Da Pos, Don Pietro Follador, Don Natale Pellegrini. Tra tutti eccelse Pierio Valeriano, che fu tra i protagonisti della vita culturale nella Roma di Leone X e Clemente VII col suo apporto non solo alla storia della letteratura italiana, ma anche alla “questione della lingua”. A lui, ricordo ancora, si deve l’introduzione della coltivazione del fagiolo nel Bellunese. Segnalo poi don Natale Talamini, cadorino di Vodo, che fondò nel 1887 il quotidiano “Il Gazzettino” ancora oggi in edicola. Cito infine Dino Buzzati, scrittore, giornalista, alpinista, pittore che sempre, anche durante la sua lunga permanenza a Milano, con articoli, testi e quadri seppe dimostrare un profondissimo amore per la sua terra, dai colli bellunesi a sud del Piave, alle Dolomiti, specie le più umili e meno conosciute. Volutamente abbiamo fatto coincidere il giorno di presentazione del nostro Movimento col quarantesimo anniversario della sua morte (28 gennaio 1972). Con ciò auspicando una continuità tra il suo forte senso di appartenenza territoriale e le nostre aspirazioni.

 

PERSONALITA’, MENTALITA’ ED ISTITUZIONI SPECIFICHE MONTANARE

La comunità Bellunese ha sempre espresso nel tempo personalità che hanno avuto ben chiaro il valore del nostro insediamento in un territorio unico e particolare ed il significato e l’importanza della vita associativa che ne scaturisce come naturale derivazione. Questa realtà affonda le radici nei secoli. Oltre al succitato Buzzati, di seguito accenno brevemente alle principali.

Caio Flavio Ostilio, ricco possidente bellunese, vissuto nella prima metà del III secolo d.C., volle impressa sul suo sarcofago, a perenne memoria del suo amore per il paesaggio bellunese, una scritta greca, tradotta dal Piloni in latino:“Vigila, vale, montium sempre memor” (Stai attento ed in buona salute, …e ricorda sempre i tuoi monti!). Il sarcofago è ora custodito nel cortile interno del Centro culturale bellunese della Crepadona.

Vittorino da Feltre, personaggio poliedrico, dal carattere forte che gli permise, nonostante le umili origini, di frequentare vari corsi universitari padovani e infine coronare il sogno di fondare le prime scuole convitto per i giovani che abitavano lontano dalla scuola, improntate agli ideali umanistici fusi con lo spirito cristiano. Il suo metodo fu talmente innovativo che tuttora molti istituti scolastici ne portano il nome, a dimostrazione della perdurante attualità del suo metodo.

Panfilo Castaldi, tipografo, quasi sicuramente l’inventore dei caratteri mobili della stampa, poi riutilizzati da Gutenberg che diede la possibilità a Martin Lutero di diffondere in migliaia di copie le proprie tesi rivoluzionarie.

Beato Bernardino da Feltre, propulsore dei Monti di pietà, primi esempi in fieri delle Casse rurali, poi divenute Banche di Credito cooperativo. Un tentativo di fondazione di una BCC in Provincia si è avuto lo scorso anno, ma è abortito per vari fattori, non ultimo l’opposizione di parte del mondo imprenditoriale, legato ad una visione degli aspetti decisionali individualistici ed incapace di adattarsi alla logica “democratica” della BCC (una testa, un voto).

Tiziano Vecellio, uno dei massimi pittori italiani e mondiali, innovatore nella tecnica e nei contenuti. Nei suoi dipinti il paesaggio assurse a rango di protagonista ed in essi descrisse, per primo, con fedeltà le forme dolomitiche a lui sempre care. Emblematica la raffigurazione delle Marmarole in “Presentazione della vergine al tempio” alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

Andrea Brustolon, uno dei maggiori scultori italiani, maestro del grande Barocco italiano ed europeo, definito “il Michelangelo del legno”, portò alla perfezione l’arte della lavorazione del legno, ben nota e sviluppata in Zoldo, Cadore ed Agordino.

Valentino Pancera Besarel, figlio d’arte, discepolo postumo di Andrea Brustolon, raggiunse rinomanza nazionale con la realizzazione di importanti arredamenti al Quirinale, al tempo della regina Margherita.

Brustolon e Besarel possono essere presi ad esempio quali valenti interpreti di una attività un tempo radicata nel territorio bellunese, al pari delle analoghe trentina ed altoatesina. La lavorazione artistica del legno, che potrebbe sicuramente essere ripresa e divenire una fiorente attività economica collegata alla specificità del nostro territorio. In particolare ricordo che a Cortina esiste l’Istituto statale d’Arte, erede di antiche tradizioni locali, con specializzazione nell’Arte del legno (ebanisteria, intaglio ed intarsio), che ha formato una significativa realtà che opera nel campo della scultura e ancor più dell’arredamento d’interni, conosciuta, apprezzata e richiesta in Italia ed all’estero.

Monsignor Antonio Della Lucia, personalità eclettica, che istituì il primo asilo rurale della Provincia di Belluno, diede vita alle biblioteche circolanti dell’Agordino e costituì nel 1872, a Canale d’Agordo, la prima latteria sociale d’Italia.

Antonio Ronzon, letterato e storico, fondatore della Biblioteca storica di Vigo di Cadore ed autore dell’Archivio storico cadorino, fu un profondo conoscitore degli Statuti Cadorini, primi esempi di autonomia territoriale, ai quali faccio un cenno particolare alla fine del paragrafo.

Carlo Rizzarda, feltrino, tra i più famosi artisti del ferro battuto del primo Novecento. La sua casa, già Palazzo Bovio-Villabruna-Cumano, oltre a raccogliere numerosissime sue opere, ospita una novantina di opere di artisti quali Ricasso, Chagal, Severini, Sassu…ed altri, Parmeggiani, Milano, Ocri,…che hanno animato il vivace ambiente feltrino nel ‘900.

Augusto Murer, falcadino, uno dei più significativi scultori italiani della seconda metà del Novecento, la cui produzione artistica spaziò dai temi dell’impegno civile, al senso profondo dell’esperienza umana, con un’intensa vicinanza alle dure esperienze lavorative dei suoi amici montanari e minatori. Fu consacrato a livello mondiale dalla Mostra antologica all’Ermitage di Leningrado. Il suo atelier/centro culturale a Molino di Falcade, in mezzo al bosco, testimonia il suo amore per le Dolomiti ed il legno dei loro boschi.

Papa Albino Luciani, di Canale d’Agordo. “Deve essere ricordato fuori dai clichè fioriti intorno al “parroco di montagna” finito quasi per sbaglio sul Soglio di Pietro. La sua opera Illustrissimi, la raccolta di quaranta lettere immaginarie a personaggi romanzeschi o a illustri autori del passato  –  da Dickens a Bernardo di Chiaravalle, da Péguy a Quintiliano, da Figaro, barbiere di Siviglia a Manzoni, da Ippocrate a Mark Twain, mette fuorigioco quanti si ostinano a scambiare l’humilitas e la semplicità di Luciani per sprovvedutezza o addirittura per mediocrità intellettuale Il suo “sermo humilis”, irrigato con le parole della Sacra Scrittura e del genio letterario, è il modulo espressivo più consono a una Chiesa che vuole essere amica degli uomini del suo tempo” (Gianni Valente). Metodo derivato dal contatto e confronto con la sua gente montanara dolomitica. Da taluni osservatori il nuovo Papa Francesco è considerato il prosecutore naturale di tale metodo.

Strettamente legata alla conformazione territoriale è la poliattività del “centomestieri”. I nostri antenati, pure i nostri anziani, soprattutto in montagna, data la facilità con cui i collegamenti stradali, già difficili, venivano interrotti in inverno, spesso avevano in scantinato una vera e propria officina meccanica, più spesso una falegnameria, per essere, all’occorrenza, quanto più autonomi ed indipendenti. Tali capacità sono tuttora importanti, pur in un mondo in cui è richiesta sempre maggiore specializzazione.

Per contro, esistevano anche numerose attività specifiche, ora in disuso, allora particolarmente sviluppate.

Gli zattieri (zater ), eredi dei vecchi ‘dendrophori’ romani, addetti nei secoli alla fluitazione del legname lungo i corsi d’acqua principali (Piave, Cordevole, Boite), sciolto o annodato in zattere. Attività che per secoli convogliò ogni anno verso la pianura e la Laguna veneta oltre 300.000 tronchi commerciali (4 metri abbondanti). La periodica rievocazione della fluitazione di tronchi e di zattere, che viene praticata in estate lungo il corso della Piave, alternativamente con altre realtà analoghe in Austria o Slovenia, è un’entusiasmante riscoperta di questa professione che coinvolgeva non solo i “zater”, ma numerosi altri mestieri artigiani che tramite essa esportavano in pianura i loro prodotti.

I minatori, operanti nelle numerose miniere di ferro, argento, rame, ecc. in Agordino, Zoldo e Cadore. Curiosa è la storia dei minatori che dalla Pustertal si portavano al Col Piombino, in territorio di S.Vito di Cadore, per l’estrazione della blenda, da cui si estrae lo zinco. Le valli da loro attraversate si chiamano ora Knappenfusstal, in territorio tirolese, e Val Canope in zona Passo Giau. Il termine tedesco ‘Knappe’ (in dialetto ‘Knop’), ‘chenopo’ in Ampezzano e ‘canòpo’ in Cadorino, significa appunto minatore. Soprattutto in Agordino l’attività mineraria ebbe un notevole sviluppo. Le miniere della Val Imperina, al confine tra Agordo e Rivamonte, furono attive per secoli nella produzione del rame per la Serenissima. La cultura della miniera fu infine consolidata con la fondazione nel 1867 ad Agordo dell’Istituto Minerario Follador. Ma la nascita della Scuola può essere fatta risalire al secolo precedente. Un decreto del Senato della Repubblica di Venezia emanato il 26 settembre 1775 trattava espressamente dell’istruzione dei giovani da avviare a tale professione. I diplomati dell’Istituto da secoli sono esempio nel mondo di capacità tecniche ed organizzative nel campo minerario ed in quello delle grandi opere idrauliche (si pensi alle grandi dighe). L’importanza della Val Imperina è avvalorata anche dalla presenza ad Agordo, dove morì, di Friedrich Mohs, il più grande mineralogista del tempo, che introdusse la scala di durezza dei minerali, ancora largamente usata. Altre miniere storiche furono quelle di Salafossa, a San Pietro di Cadore, di cui si hanno notizie dal 1544, e dell’Argentiera di Auronzo, attiva fin dalla fine del 1400. Purtroppo il lavoro di miniera e nel campo idroelettrico fu funestato a più riprese da numerose disgrazie (Marcinelle, Mattmark) che provocarono centinaia di morti tra i nostri emigranti, oltre che causare nel lungo periodo il decesso di migliaia di ex lavoratori a causa della silicosi (la cosiddetta pussiera di triste memoria). Possiamo dire con certezza, ed altrettanta tristezza, che buona parte del nostro benessere fu costruito col sacrificio della vita.

Un accenno infine alle centenarie cave locali oggi purtroppo dismesse (Castellavazzo, Erto, Piné, Alpago, Vedana, Cugnan, La Secca, Soccher, Fason, ecc). La loro varietà e ricchezza di venature e sfumature era apprezzata anche fuori dai confini locali e nazionali ed aveva dato luogo a vere e proprie consorterie di tagliapietra e scalpellini. I marmi che costituiscono i paliotti, le specchiature dei basamenti, le colonne, gli architravi e timpani degli altari della cattedrale di Belluno ne sono tuttora una spettacolare dimostrazione.

I “ciodaròt” (termine zoldano), diretta derivazione dell’attività mineraria, produttori di chiodi, e fabbri. Zoldo, i suoi passati minatori e fabbri ed i suoi attuali abitanti gelatai sono descritti in “Marco e Mattio”, opera di Sebastiano Vassalli, uno dei maggiori romanzieri attuali. In essa è descritto mirabilmente uno spaccato di vita settecentesca in quel lembo di territorio bellunese, traendo spunto dalla vicenda esistenziale di un povero figlio di ciabattai zoldani. Anche l’epopea degli “zater” trova qui una entusiasmante descrizione.

In questa sezione posso far rientrare anche personaggi stranieri che per primi hanno riconosciuto il valore intrinseco del nostro territorio e che l’hanno valorizzato e proposto all’attenzione della comunità internazionale. Mi riferisco in particolare a viaggiatori, escursionisti ed alpinisti, in prevalenza inglesi, irlandesi, tedeschi, che hanno lasciato notizie delle loro esperienze qui vissute in documenti quali taccuini di viaggio od opere letterarie. Dalla loro lettura possiamo rintracciare le caratteristiche della vita e delle abitudini dei Bellunesi di oltre un secolo e mezzo fa, che, reinterpretate in un’ottica moderna, possono essere di stimolo per un turismo forse non di grandi numeri, ma certamente più riflessivo ed in grado di cogliere e rispettare l’essenza vera e profonda dei nostri luoghi.

Con una nuova visione, figlia dell’avvento del Romanticismo, Amelia Edwards, Josiah Gilbert, Gorge Cheetham Churchill, Elisabeth Tuckett, Walter White ci hanno lasciato opere di gran valore letterario e demo-etno-antropologico (termine che designa tutte le discipline che studiano l’uomo dal punto di vista sociale e culturale).

Jhon Ball, Francis Fox Tuckett, Paul Grohmann, valenti scalatori, portarono a compimento sulle Dolomiti le prime scalate in assoluto delle principali vette, fino ad allora considerate, in un’ottica ancora medioevale, semplici capricci orografici, che impedivano un facile cammino verso e da Nord, avvolte da un’aura di mistero ed abitate, nell’immaginifico popolare, da creature diaboliche. Quelle loro imprese ed i libri da loro scritti per descriverle sono le pietre miliari per la nascita dell’Alpinismo ed hanno fatto conoscere le nostre montagne nel mondo.“Guida alle Alpi orientali. Cap. XVI Sudtirolo e Alpi Venete”di J. Ball, (a cura di E. Cason Angelini, Fondazione G. Angelini. Centro Studi sulla Montagna. 2007) si può considerare una delle prime guide turistiche dell’epoca. Tutti i viaggiatori, escursionisti e scalatori suoi contemporanei e seguenti, anche quelli citati in questo lavoro, se ne avvalsero per rintracciare le località e particolarmente le locande in cui soggiornare. Le opere cui mi riferisco hanno l’importante caratteristica di essere improntate ad una visione unitaria del territorio delle attuali Province di Belluno, Trento, Bolzano/Bozen, al di là delle loro collocazioni politiche, che proprio in quel periodo erano riviste in seguito alla terza Guerra di Indipendenza. Un unico territorio, quindi, le cui prerogative di eguaglianza predominavano sulla divisione politica. E questo è molto importante nel contesto del nostro ragionamento. Gran parte di questi scritti sono riproposti, con traduzione in italiano, dalla casa editrice Nuovi Sentieri, di Bepi Pellegrinon di Falcade, cui va dato atto di profondo amore ed attaccamento a tutto ciò che attiene alla storia del nostro territorio.

Volontariato e solidarietà. L’asprezza del territorio, in gran parte montano, la difficoltà di comunicazioni tra le vallate, il rigore e la durata della stagione invernale, la frequenza di incendi nei paesi con abitazioni prevalentemente in legno hanno fatto sì che in tutto il Bellunese si strutturassero e consolidassero molteplici forme di mutualità, associazionismo e volontariato popolari in grado di portare aiuto in caso di necessità. Ne sono attuali e significativi esempi i numerosi distaccamenti dei Vigili del Fuoco Volontari, sparsi in tutto il territorio; i vari gruppi di soccorso alpino, ora organizzati dal CAI CNSAS e supportati da Dolomiti Emergency Onlus, elisoccorso (Suem) con base a Pieve di Cadore; le numerose Associazioni (Croci) di trasporto con ambulanza. Questo sentimento di dedizione al prossimo è talvolta giunto all’espressione massima col sacrificio della propria vita, come accaduto recentemente all’equipaggio dell’elicottero Falco del Suem ed ai due esponenti del CNSAS di San Vito di Cadore Alberto Bonafede ed Aldo Giustina. La Protezione Civile è strutturata nel Bellunese in modo impeccabile e ne è prova il dispendio di uomini e mezzi messi a disposizione negli ultimi fatti emergenziali accaduti (terremoto a L’Aquila ed in Emilia, inondazione nel basso Veneto e in Liguria, nevicate in centro Italia). La sua struttura portante è l’Associazione Nazionale Alpini, che, pur presente in ogni angolo d’Italia, ha nella nostra Provincia 3 Sezioni e numerosi gruppi molto organizzati e pronti alla mobilitazione in ogni frangente. Tutte queste associazioni dimostrano il loro assoluto valore, in particolar modo ora che i vari servizi pubblici vengono gradualmente privati dei supporti economici per un corretto funzionamento, data la situazione economica di difficoltà in cui versa la Nazione. Ma anch’esse vivono un momento difficile, dato il taglio imposto dallo Stato e dalla Regione Veneto ai trasferimenti per coprire le loro spese vive, buon ultimo quello per le assicurazioni dei membri del CNSAS, che potrebbe essere preludio all’abbandono dell’attività. Né si può rivolgersi ad esse come fossero la panacea a tutte le privazioni che la Provincia subisce in seguito ai tagli effettuati dalle amministrazioni pubbliche. Volontariato e solidarietà devono rappresentare un plus in un contesto di servizi fondamentali che lo Stato deve fornire, in virtù della sua stessa essenza, non una facile alternativa, “scaricabarile” di impegni non mantenuti.

Gli Statuti Cadorini associano a sé gli statuti speciali noti come “Laudi”, raccolta di leggi e norme di diritto consuetudinario, documenti giuridici di età tardo-medioevale che caratterizzavano il Cadore in modo quasi unico rispetto al resto del territorio italiano. Essi regolamentavano la gestione autonoma del territorio, basata sulle “Regole” che, pur essendo presenti in buona parte dell’Arco Alpino, qui avevano trovato la massima espressione. Garantivano inizialmente la proprietà e il libero uso di beni comuni alle famiglie del luogo, soprattutto in campo forestale, per ampliarsi in seguito anche ad altri ambiti sociali e pubblici. Ad esempio ottennero, dal Patriarca di Aquileia e poi da Venezia, la libertà da contribuzioni, la permanenza dei propri soldati nel distretto del Cadore, e che il diritto e la Giustizia venissero esercitati in base agli stessi Statuti ed al diritto comune. L’Autonomia cadorina continuò nell’arco dei secoli fino alla caduta della Repubblica Veneta. Durante il dominio Austriaco essa fu riconfermata e rafforzata. L’Unità d’Italia sancì di fatto la prevalenza del latifondo, ma nel 1877 e più ancora nel 1894 riprese forza l’idea della proprietà collettiva. Nel 1927 le disposizioni fasciste sancirono che le proprietà chiuse, come le regole, dovevano essere di godimento anche dei “foresti” e si scontrarono con tale forma di autonomia. Finalmente, nel 1994, la Repubblica, con la nuova legge per la Montagna, assicurò che le Regole continuassero a conservare e valorizzare i propri beni, perseguendo interessi propri nelle proprietà silvo-agro-pastorali dal punto di vista produttivo ed ambientale. Nel 1996 anche la Regione Veneto, con apposita legge, riordinò la disciplina e favorì la ricostituzione delle Regole. Molte sono le Regole ancora attive, anche fuori dell’ambito cadorino; ricordo ad esempio la regola del Monte Salatis, istituita nel 2007, in Comune di Chies d’Alpago, molto attiva nelle proposte culturali e turistiche per la valorizzazione del territorio. Sinonimo di Regola è Favola, ed è sintomatico che anche a Belluno città, dai tempi del Medioevo fino a fine ‘800, i terreni posti a nord-ovest del Campitello, l’odierna Piazza dei Martiri, dove erano posti i campi e gli orti comunitari, fossero genericamente conosciuti col nome di “Favola”.

 

VENEZIA: MADRE O MATRIGNA?

Quanto sopra può far credere che la “dedizione” del Cadore a Venezia al grido di “Eamus ad bonos Venetos” (magnificamente rappresentata nel dipinto di Cesare Vecellio, conservato nella Sala consiliare del Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore), fosse un avvenimento ben visto dalla popolazione. In realtà una buona fetta di questa s’era chiaramente dichiarata a favore dei Duchi d’Austria. L’operazione in realtà fu guidata, concordata e condizionata da un gruppo dirigente legato da interessi commerciali con la Serenissima. La stessa “dedizione” era invece un atto condizionato, stipulato tra la nuova entità dominante e la subordinata. E si configurava “come vera e propria pattuizione attraverso cui le Comunità trattavano le modalità della loro annessione all’interno dello Stato…anche se la parte del leone era svolta sempre e comunque dal governo marciano. La dedizione era quindi uno strumento amministrativo [atto a dimostrare] ai contemporanei e ai posteri come l’ampliamento del territorio fosse dovuto ad una sottomissione volontaria delle varie località di Terraferma… espressa con diversificati mezzi propagandistici” (Monia Franzolin). Infatti il rapporto tra Cadore e Venezia non fu mai idilliaco. Numerosi furono gli episodi di frizione, se non di aperta ostilità, della popolazione con i rappresentanti della dominante; emblematica, a fine ‘700, la questione della vendita del tabacco tramite concessionario esterno, che provocò vere e proprie rivolte armate. La dedizione del territorio bellunese a Venezia giunse al termine di un periodo durato l’arco di tre secoli che vide la parabola ascendente e discendente delle nostre due più importanti realtà cittadine. Belluno, grazie allo spregiudicato Vescovo Giovanni nella seconda metà del 900, giunse a dominare un territorio che coincideva in pratica con la via del Piave, passando per Oderzo , fino a Jesolo. Feltre, dal canto suo, raccolse nel medesimo periodo molti privilegi imperiali che sancirono il suo ruolo principale nel controllo delle grandi vie di comunicazione tra Brenta e Piave. Situazioni entrambe di potenze regionali politiche e militari confermate dai privilegi papali concessi da Lucio III nel 1183-84. Ma l’uccisione in battaglia del vescovo di Belluno Gherardo de Taccoli, nel 1196, con la successiva fusione delle due Diocesi sotto la figura esterna di Drudo da Camino, diede il via a due secoli di ridimensionamento territoriale e politico, con l’ascesa di realtà quali Trento, Treviso, Padova e Verona che ricondussero Belluno e Feltre ad una sfera di influenza più limitata ed infine ad essere utilizzate quale merce di scambio tra le diverse potenze italiane e straniere. Così l’ingresso del nostro territorio nella realtà amministrativa e militare veneziana non fu certamente indolore. In rapida sequenza la Serenissima decretò l’abbattimento di tutti i castelli della piccola nobiltà e la perdita di ogni reale autonomia con le requisizioni delle fonti principali delle materie prime necessarie all’apparato bellico, cioè foreste e miniere. I grandi boschi del Cadore (Somadida di Auronzo), dell’Alpago (Cansiglio), di Caiada, tutti vennero posti sotto il comando di un Capitano che rispondeva direttamente a Venezia. Le miniere più importanti erano la Valle Imperina, per il rame, e la Argentiera, presso Auronzo, per il piombo. Entrambe furono gestite alternativamente dalla Serenissima o da società miste, tutte comunque sotto il controllo del Consiglio di Dieci. E a Belluno, come a Feltre, giunsero ed occuparono per lunghi periodi ruoli di primo piano sia politico (rettori) uomini come Francesco Foscari e Cristoforo Moro, futuri Dogi, che religioso: in questo caso Domenico Grimani e Pietro Bembo, canonici e decani e quindi cardinali. Il ridimensionamento della potenza veneta nei secoli successivi e la sua successiva neutralità rappresentarono la condanna dell’economia bellunese, venendo a mancare l’interesse strategico per boschi e miniere. Specialmente nel ‘700 vi fu un progressivo impoverimento, per l’evidente disinteresse veneziano di mantenere al meglio palazzi pretorii, opere difensive, ponti e strade. La stessa strada di Alemagna non era ormai che l’ombra della antica Via Regia. In definitiva il confronto tra la situazione attuale della nostra Provincia e quella conclusasi due secoli or sono porta ad analoghe considerazioni. Il nostro bene primario, l’acqua, è stato nuovamente depredato a favore della pianura, in ambito energetico ed agricolo. Questa realtà è stata drammaticamente resa evidente dalla tragedia del Vajont che tanti lutti ha portato nella nostra Comunità. Nonostante quel drammatico avvenimento, si vuol procedere nel saccheggio sistematico anche degli ambiti più fragili del nostro territorio. L’introduzione nel 1972 dell’istituto delle Regioni a statuto ordinario ha portato inoltre al trasferimento della nostra residua potestà decisionale a favore di un organo decentrato e lontano, non solo fisicamente, dalla nostra realtà. Dover prendere la gondola per acceder ai palazzi del potere è quindi, oltre che una visione surreale, un’amara constatazione che deve farci riflettere su quanto cammino si debba da ora percorrere per raggiungere l’agognata Autonomia della Montagna Bellunese. Il commissariamento dell’Ente Provincia, la sua eliminazione o in ogni caso declassamento ad ente di secondo grado, non fanno che aggiungere tinte sempre più fosche ad un quadro già desolatamente tetro.

 

SPECIFICITA’ CRITICHE

Le viviamo ogni giorno, quando ci rechiamo al lavoro, a scuola, o quando ci muoviamo per raggiungere una qualsiasi località della Provincia e del resto del Veneto. La gracilità del nostro territorio si manifesta naturalmente con il verificarsi durante tutte le stagioni di cedimenti, frane, alluvioni, slavine. Consideriamo poi che vaste aree del territorio sono indicate come altamente sismiche, con i costi aggiuntivi che la normativa impone alle costruzioni. Ne sono testimonianza continua i mass media che quotidianamente ne danno notizia, a tal punto che non ne poniamo quasi più attenzione. Questi sommovimenti naturali (che spesso non hanno cause prettamente naturali, ma derivano da incuria umana) di conseguenza provocano una serie di difficoltà correlate che, quando fortunatamente non producono lutti, non di meno intralciano il corretto svolgersi delle nostre attività. I trasporti sono i primi a scontarne le conseguenze, con ritardi nell’ambito stradale o ferroviario, che a cascata hanno ripercussioni in ogni settore economico. Talvolta ne derivano anche danni irreparabili alla salute, fino al pericolo di morte, in caso di ostruzione dell’unica via d’accesso alle strutture sanitarie. A questo riguardo poniamo attenzione alla realizzazione del nuovo Piano sanitario regionale, che, se se non tenesse conto degli appunti presentati dalle organizzazioni sul territorio, in più occasioni ed in ogni località provinciale, diverrebbe un esempio di pessima previsione delle evenienze sanitarie. Ma sembra che ciò nonostante si voglia procedere su disegni progettati solamente per la pianura. Ospedali aperti 12 ore, eliminazione di reparti specialistici, relativa operatività del servizio SUEM (Servizio di urgenza ed emergenza medica), terziarizzazione del servizio di ambulanza, tagli e ritardi nel conferimento dei contributi pattuiti coi volontari, ad esempio, della Croce Bianca di Pieve di Livinallongo/Fodom, eliminazione del differenziale del 25% tra costi di montagna e pianura, ecc. fino al ridimensionamento, preludio alla soppressione, di ospedali periferici (Agordo e Pieve di Cadore), in base a considerazioni prettamente numeriche che penalizzerebbero le comunità delle parti alte della Provincia. Faccio presente che nel febbraio 1978, in seguito alle forti nevicate ed alle conseguenti slavine, furono interrotte per oltre una settimana le comunicazioni stradali verso Agordo (con 4 morti in località Castei) ed il Cadore. Cosa sarebbe successo a quelle comunità in caso di mancanza degli ospedali? Ricordo infine che il suddetto Piano sanitario prevede ambiti di operatività di 200.000 abitanti per ospedale; quale sarebbe la situazione del Bellunese se venisse attuato alla lettera? Prima di sopprimere o ridimensionare servizi essenziali per la popolazione, specie di alta montagna, non sarebbe preferibile agire su razionalizzazioni dell’organizzazione amministrativa? A tal riguardo non deve essere tabù l’eventuale discussione sull’unificazione delle due ULSS; ciò comporterebbe un risparmio di milioni di € annui da investire nel territorio e nel mantenimento e potenziamento delle attuali strutture, altro che il loro smantellamento! Anche la presente, frammentaria struttura amministrativa che vede la compresenza di 69 Comuni deve essere rivista e semplificata mediante riunioni tra comunità affini, che nel contempo unifichino servizi troppo dispendiosi per le attuali realtà, addirittura in alcuni casi di poche centinaia di cittadini. Le Comunità Montane già raggruppano molti di questi servizi, con evidenti economie. Questa disponibilità alla semplificazione, con abbattimento dei costi, deve trovare però da parte del Governo e della Regione pari apertura nel discutere la nostra realtà all’interno della riorganizzazione delle Province.

Ma senza voler considerare le emergenze, è la quotidianità a porre i maggiori problemi. I trasporti, come detto, subiscono continui rallentamenti, annullamenti di corse, fino al taglio definitivo, sia su strada che su ferrovia. Si obbligano così i cittadini a sacrifici continui per svolgere attività che altrove non danno alcun problema. Raggiungere il posto di lavoro o la scuola diviene un’impresa da iniziare presto all’alba, e che in ogni caso impegna gran parte della giornata. Ci si deve avvalere sempre più di mezzi privati, con lievitazione delle spese. La scuola pure è vista (a livello ministeriale) in un’ottica di costo da comprimere anziché di opportunità da offrire alla fascia giovane della società. Con tagli e chiusure continue si ottiene come risultato l’allontanamento di larghe fasce di giovani dal percorso scolastico ed il loro isolamento in ambiti lavorativi di bassa fascia. Sembra un doloroso ritorno ai tempi passati, così ben descritti in “Gente di Montagna” di Vito Pallabazzer. Con ciò non intendo demonizzare i lavori umili, ma far presente che così si toglie ai giovani un orizzonte di prospettive lavorative che è invece logico poter loro offrire a 360°. Aggiungo che le voci sempre più insistenti di un possibile accorpamento dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Belluno a quello di Treviso vanno nella direzione opposta a quanto suggerisce il buon senso. Quanto più la direzione didattica sarà lontana dai Circoli didattici e dagli Istituti comprensivi, tanto più lo sarà dai loro specifici problemi, che nulla hanno da spartire con le analoghe realtà di pianura. Di tenore opposto è l’agire delle Province autonome che considerano la scuola un baluardo contro lo spopolamento e l’abbandono dei territori più marginali e ad essa dedicano ingenti fondi. Esemplare è in tal senso l’agire della Provincia autonoma di Bolzano/Bozen in Val Martello, dove ha investito risorse nella salvaguardia delle singole classi, pur se frequentate da pochi alunni; nella creazione di un ottimo servizio di trasporto dei pendolari, che permette loro di rientrare in tempo al paese per svolgere le attività nei campi e nella salvaguardia del territorio; nel supporto di tutte quelle attività commerciali che significano la sopravvivenza di una Comunità, altrimenti destinate alla scomparsa Altri servizi nel frattempo vengono ridimensionati o eliminati (uffici postali, bancari ). Il Comune di Ponte nelle Alpi ha supplito alla possibile defezione dell’Ufficio postale ospitandolo all’interno del Municipio, a Cadola; il Comune di Pieve di Cadore addirittura propone i locali in uso gratuito (50.000€ a proprio carico!) per mantenere in loco gli uffici della Agenzia delle Entrate; ma credo non sia corretto oberare di ulteriori impellenze realtà amministrative cui oltretutto si impongono tagli continui. Addirittura alcuni Sindaci, di fronte a ciò, hanno deciso di rinunciare, con decisione apprezzabile umanamente, ma non corretta politicamente, alla indennità di carica, perpetuando il meccanismo perverso che scarica sempre più la soluzione dei problemi avvalendosi dell’intervento del volontariato e della solidarietà, che come già detto non devono sopperire al dovere dell’Ente pubblico, sancito dal Patto Cittadino/Stato, bensì affiancarsi. Anche la Protezione Civile , che tanta importanza ha avuto in occasione non solo di tragedie, ma di innumerevoli accadimenti quotidiani, subisce tagli orizzontali che, se non fosse per l’abnegazione e l’attaccamento dei suoi addetti, ne avrebbero decretato da tempo l’effettiva eliminazione. Su tutto aleggia infine il diminuito finanziamento del Piano neve, che significa l’effettiva mancanza di sicurezza dello sgombero della neve. Teniamo presente che la nostra è una Provincia montana. Quindi, se da una parte potremmo essere contenti delle mancate precipitazioni invernali, dall’altra dovremmo mettere in conto una spesa considerevole per la realizzazione di neve artificiale, materiale indispensabile per la stagione invernale; un dualismo infernale che purtroppo s’è verificato nella stagione invernale 2011/12. E’ recente la notizia che il Comune di Livinallongo del Col di Lana/Fodom (altezza media quasi 2000 m/slm) dovrà rinunciare a oltre 40.000€ di contributo per gasolio, reputando gli uffici di ragioneria statale troppo alte le spese fin qui sostenute per riscaldamento e sgombero neve. Da parte sua la società pubblica Veneto Strade, cui compete la gestione di gran parte delle nostre strade, sta per dichiarare forfait, causa i diminuiti trasferimenti provinciali e regionali. E’ recente la notizia che la Provincia di Bolzano/Bozen si è dichiarata disponibile ad assumere a proprio carico le spese di manutenzione dei passi Campolongo, Falzarego e Valparola. Non posso che compiacermi di questa decisione che è la dimostrazione della giustezza del nostro ragionamento di fondo. Nel contempo rigetto preventivamente le obiezioni che i soliti “benaltristi” nostrani muoverebbero in base ad un supposto colonialismo da parte altoatesina; “ben altro”, è proprio il caso di dire, e di altra provenienza è il colonialismo che sta distruggendo la nostra economia ed il nostro essere Comunità.

Pure la legge regionale sul turismo, approvata in Commissione, ma spero che venga bloccata stanti i molti punti neri che sono stati evidenziati da più parti, è un esempio significativo di criticità ed incongruenza: i B&B dei nostri paesi, il più delle volte una o due camere (questa dimensione in verità è esclusa), destinate ad arrotondare una magra pensione, vengono equiparati a strutture ben più produttive di città turistiche come Venezia o Verona, imponendo loro incombenze amministrative (e conseguenti costi fissi) che ne vanificano la seppur minima redditività. B&B che magari sono l’unica realtà ricettiva in un paese sperduto nelle nostre bellissime valli minori. L’ultima revisione regionale del Piano casa ha poi avuto il demerito di escludere per certi aspetti la discrezionalità del Comune su interventi dubbi, scatenando appetiti speculativi mai sopiti, di ampliamento di immobili in zone delicatissime dal punto di vista paesaggistico, consentendo che si verificassero casi assurdi ed emblematici come quello di Cortina, riportato su tutta la stampa nazionale. Non mi dilungo oltre, ma ciò basta ed avanza per dimostrare che gestire le quotidianità e le problematiche di un territorio così particolare con logiche del tutto lontane da queste realtà non può che provocare immensi disagi e danni. Un altro esempio di visione del territorio calata dall’alto è la revisione dei Collegi elettorali preparata dalla Prefettura. Il Collegio di Pedavena comprenderà infatti anche Alano di Piave, che notoriamente è il Comune più a sud della Provincia e non confina col resto del Collegio, bensì sarebbe logicamente da comprendere nel Collegio Sinistra Piave. La ciliegina infine è data dalla reintroduzione, con contemporanea revisione di estimi ed aliquote, dell’ Ici sulla prima casa, denominata Imu. I Comuni sono trasformati in esattori sostituti d’imposta, in quanto gran parte del gettito deve essere riconosciuto allo Stato (con buona pace dell’iniziale intento federalista). La Provincia di Belluno, con poca popolazione, sempre più anziana, e con un patrimonio residenziale consistente ed in parte inutilizzato, assiste così all’introduzione di una vera e propria patrimoniale sugli immobili. Paesi come Selva di Cadore, con una percentuale di case vuote superiore all’80%, con numerosi pluriproprietari pensionati, impossibilitati a far fronte alla nuova, fortissima tassazione, saranno destinati a veder passare in mani foreste gran parte del patrimonio edilizio, già preso d’occhio da speculatori senza scrupoli. Siamo in definitiva di fronte ad uno stillicidio di azioni attuate con grave incompetenza, o scientemente volute, che, se non evitate o corrette in tempo, porteranno in breve alla dissoluzione di Comunità che, in secoli di radicamento nel territorio, lo avevano plasmato e ne erano state a loro volta formate, fino a creare un modello di vita unico ed irripetibile.

Ma la criticità maggiore, ed è un controsenso non solo in termini, si ritrova nella nostra principale industria, quella idroelettrica. Il monopolio dell’Enel in questo campo comporta una serie di fattori negativi per il territorio, dalle servitù del terreno al degrado del territorio, fino al deterioramento del tessuto turistico. Gli enormi interessi in questo campo hanno fatto sì che le Comunità locali, al pari delle stesse loro Pubbliche Amministrazioni, fossero state completamente estromesse dal business fin dagli anni della nazionalizzazione, più recentemente con la reiterazione delle concessioni dal 2009 (decreto Bersani) e lo siano tutt’ora, per le nuove concessioni richieste. L’altra faccia della medaglia di questo ossimoro prettamente Bellunese segue nelle “Potenzialità di sostentamento”.

 

POTENZIALITA’ DI SOSTENTAMENTO

Una delle obiezioni che più frequentemente ci viene rivolta consiste nel considerare insufficienti le risorse su cui potrebbe contare l’eventuale Provincia autonoma. Nulla di più inesatto. Consideriamo le principali risorse ‘autoctone’.

Acqua. Il Bellunese è ricco di fiumi e torrenti che da sempre hanno fornito energia alle varie attività umane e ne hanno caratterizzato la storia nei secoli. Si pensi all’ attività dei ‘zater’, cui ho accennato poc’anzi. Essa faceva funzionare, attraverso le rogge che la convogliavano in ogni dove, centinaia di mulini per la macinazione del granoturco, dell’orzo, nonché le innumerevoli officine, segherie e falegnamerie che realizzavano manufatti e tavolame per edilizia che venivano esportati in Italia e pure all’estero. Nel Feltrino poi si sviluppò l’arte della lana, che utilizzava la forza dell’acqua per la follatura dei tessuti. Questa attività giunse a tale redditività che si formò una potente Corporazione. Ad essa seguì la produzione della seta tramite l’organzino, con contemporaneo allevamento intensivo del baco da seta in tutta la valle. Questo spiega come fino a pochi anni fa esistessero in Provincia numerose fabbriche di tessuti, eredi di quell’ antica arte. La carta è un altro settore che ebbe un forte sviluppo tra Seicento e Settecento, specie a Vas, data la vicinanza di Piave e di risorgive naturali, che permettevano con continuità la battitura di stracci con battiferro dalla testa di legno. Erede di questo antico sapere è l’attuale Cartiera di Santa Giustina. Infine, sempre legata alla forza dell’acqua, ecco l’arte della concia delle pelli, con forte presenza a Feltre, lungo i torrenti Colmeda e Sonna, e a Belluno, lungo l’Ardo e il Piave (conceria Colle, attiva fino agli anni Sessanta del secolo scorso). Ma l’attività che rese famoso il Bellunese nel mondo fu certamente la produzione delle spade; a Belluno lungo l’Ardo, in località Busighel e Fisterre, nel XVI secolo, venivano prodotte dai fratelli Ferrara fino a 25.000 spade all’anno, destinate alle più importanti corti europee. Naturalmente ciò era dovuto all’utilizzo di ottimo ferro proveniente dalle miniere di Zoldo ed Agordino. Più recentemente, da un secolo in qua, l’acqua è divenuta fondamentale nel campo dell’energia elettrica. L’insieme delle Centrali idroelettriche realizzate in Provincia fa parte del Sistema nord-orientale e genera una quantità di energia notevole in campo nazionale, pari al 5% del totale prodotto. Questa tipologia di produzione dimostra sempre più il suo valore intrinseco, in riferimento al continuo aumento di costo dell’energia prodotta da fonti fossili (petrolio) e minerali (carbone) e alla loro ecosostenibilità (inquinamento ambientale), nonché all’ apprezzamento del Dollaro sull’Euro. E’ il primo esempio di energia verde, riciclabile. La rinegoziazione dei canoni pagati dai gestori delle centrali (Enel in primo luogo, ma pure da gestori privati, anche locali) in virtù di un utilizzo che deve essere remunerato alla collettività, nonché il pagamento di congrui tributi IMU (ora purtroppo destinati allo Stato, in virtù dell’ultima legge di stabilità) ai Comuni nel cui territorio esse sorgono, possono portare a consistenti gettiti economici. Ho detto volutamente utilizzo e non “sfruttamento”; in tal senso v’era stato un approccio a questo business a cavallo degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, ripropostosi purtroppo anche recentemente, che ha portato sciaguratamente alla tragedia del Vajont. L’acqua ha poi una enorme valore per i Consorzi irrigui di pianura, che se ne avvalgono per irrorare le coltivazioni. Attualmente la nostra acqua viene loro ceduta a prezzi irrisori, oltretutto se li paragoniamo al prezzo a noi addebitato dalle Società gestrici degli acquedotti. Il valore totale di queste potenzialità è di decine di milioni di € all’anno, ma tale realtà, nella sua giusta dimensione, sfugge ai più. Recentemente pure il 3% dell’ammontare della tariffa che da ciascuna Autorità d’Ambito territoriale ottimale (Aato) era tenuta a trasferire alla nostra Provincia (non per gentile concessione, ma quale concorso nella realizzazione delle principali manutenzioni in ambito idraulico), con decorrenza dal 2005, ma mai messa a regime, per un valore di circa 12 milioni di € annui, è stato messo in discussione con la revisione e la futura cessazione degli Aato stessi e con l’impugnazione da parte della Consulta di quanto deciso in tale ambito dal nuovo Statuto veneto. In questo senso il valore anche “economico” del territorio è stato rivendicato in un recente incontro organizzato dai Lions bellunesi, dove è stato sottolineato che la sinergia tra pubblico e privato può/deve basarsi sulla parità di valore tra apporto di capitali (privati) e disponibilità di siti (pubblici) atti all’utilizzo idroelettrico. Le decine di richieste ai Comuni di derivazione idrica a fini di produzione idroelettrica cui si assiste in questi ultimi tempi (grazie ad un sistema di incentivi, dai “certificati verdi” al “ritiro dedicato”) devono far ripensare ad una governance sovracomunale, che noi giudichiamo debba essere assunta con forza dalla Provincia. In tal modo il ritorno economico potrà essere distribuito su tutte le collettività, senza generare una sorta di cittadini di serie A e di serie B. Si assiste, al contrario, a continue, singole dispute tra Comuni e Regole, da una parte, e soggetti privati dall’altra. Questi ultimi, forti di una recente decisione regionale che dichiara la produzione idroelettrica di interesse nazionale, perché fonte rinnovabile, riescono a bypassare le competenze comunali, raggiungendo lo scopo di accentrare a sé la quasi totalità dell’utile risultante. Teniamo poi presente che il totale della eventuale, teorica produzione elettrica delle nuove centraline sarebbe pari solo al 2/1000 dell’attuale produzione (35 GW contro 18.000). Il loro contributo sarebbe quindi insignificante rispetto al totale della produzione nazionale, mentre l’impatto ambientale e paesaggistico sarebbe enorme, vanificando il concetto stesso di energia pulita, compromettendo l’intero ecosistema fluviale bellunese. A tal proposito il movimento Bard dichiara la sua totale contrarietà a questo modo di agire e la volontà di partecipazione ed appoggio ad ogni realtà che vi si opponga. Si aggiunga che l’art. 37 del decreto Sviluppo del Governo Monti introduce nuove procedure per l’assegnazione delle grandi concessioni scadute o in scadenza, che mira apertamente a far cassa a danno delle nostre Comunità, introducendo l’offerta economica a favore dello Stato quale criterio prioritario per l’assegnazione delle concessioni stesse. Che già sono regolate da disposizioni contenute in una legge datata 1933 che favorisce coloro che promettono la massimizzazione della produzione. Questi sono gli aspetti negativi di una partita che, se correttamente gestita, sarebbe di enorme beneficio per la collettività ed invece rientra a buon titolo fra i fattori di criticità. Faccio presente che il valore dell’energia elettrica prodotta nel Bellunese è di circa 1,2 miliardi di €. Ben diverso è l’approccio all’argomento delle due Province autonome, che alla scadenza delle concessioni di Enel o Edison, sono loro subentrate, con maggioranza di quote, potendo così realizzare enormi utili, oltre che mettersi in situazione di autosufficienza energetica in vista di un futuro energetico sempre più dubbio. E’ interessante notare che i timori sulla possibile perdita del bene acqua a favore di soggetti terzi furono evidenziati fin dalla fine dell’Ottocento. Un dibattito importante si ebbe in seno alla CCIAA bellunese riguardo un progetto di derivazione delle acque del Piave a scopi industriali ed irrigui della pianura, tramite canali, attraverso il lago di Santa Croce ed il Fadalto. L’Amministrazione evidenziava molti più danni che benefici, appoggiando in ciò gli odg di numerosi Enti locali, definendo il progetto “disastroso”, facendo voti che venisse promossa “la utilizzazione della forza idraulica del Piave lungo il suo corso naturale”, per favorire la nascita di nuove industrie e potenziare le esistenti. Anche nel 1911 un odg molto circostanziato e deciso si schierava contro la richiesta della ditta Zara Breda e C. di derivare l’acqua del Piave verso il Meschio in modo perenne, elevandosi “a difesa di sacrosanti diritti” contro “l’esclusivo vantaggio della speculazione privata, senza arrecarne alcuno ai paesi che risentirebbero tutto il danno”. E poi ancora nel 1917 il Consiglio Camerale si oppose alla concessione governativa di usare l’acqua del Piave deviandola verso il Vittoriose, qualificando ciò come una “sottrazione pura e semplice della ricchezza della Provincia di Belluno”, reclamando comunque almeno “adeguati compensi”. A metà del secolo scorso, ancora la CCIAA col Presidente De Conz, nell’ambito della futura legge per la montagna, propose risarcimenti ai danni che venivano arrecati con la privazione delle risorse idriche, attraverso una sovrattassa che gravasse sulle imprese idroelettriche e sul costo dell’energia stessa prodotta, devolvendone i proventi alle zone montane danneggiate. La proposta fu inviata alle consorelle venete e di tutto l’arco alpino. Al solito quelle venete furono le più fredde, mentre l’adesione più convinta venne da Bolzano, il cui Presidente Walther tenne a precisare che tale provvedimento era già in vigore nella regione Trentino-Alto Adige/Südtirol. Provvedimento ulteriormente rivisto, a favore, lo scorso 22 ottobre. Anche il Presidente Luciani, nel 1980, durante un convegno sulla questione energetica, toccò i nodi cruciali: uso della risorsa acqua, tutela del territorio, “sovracanoni” idroelettrici, politiche dell’Enel, ristori a favore dell’ambiente. La storia ci dice che invece avvenne il contrario degli auspici, la Sade (quindi l’Enel) divenne monopolista e si giunse al disastro del Vajont. Mi preme sottolineare questa mission, anche politica, che la Camera di Commercio di quei decenni avocava a sé a favore del territorio; auspichiamo che pari impegno venga profuso dalla attuale dirigenza e che essa, in questa situazione di stallo, si proponga decisamente come catalizzatore delle forze cui veramente sta a cuore il nostro futuro. Il risultato scaturito dai recenti “Stati generali”, indetti dal precedente Presidente, non lascia purtroppo ben sperare. Addirittura nel 1967 La Camera di Commercio votò una delibera “in linea di massima” favorevole all’istituzione della Regione delle Dolomiti, previa aggregazione della Provincia di Belluno alla Regione a statuto speciale Trentino Alto Adige/Südtirol, appoggiando un’analoga iniziativa assunta dalla Associazione Provinciale dei Commercianti. Cito infine gli “Atti della Commissione Interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo”, conosciuta come Commissione De Marchi, dal nome dell’ingegnere idraulico che la presiedette, istituita, a seguito della spaventosa alluvione del 1966, nel 1967 e pubblicati nel 1974. Il disastro viene ricordato soprattutto per le distruzioni provocate al patrimonio artistico di Firenze, ma si deve ricordare che esso causò nella nostra Provincia 24 morti ed enormi danni. Ebbene, proprio la Commissione tecnica nazionale, nella parte dedicata al Bacino del Piave, evidenziò chiaramente la pericolosità del continuo sfruttamento sistematico a fini irrigui ed idroelettrici e l’evidente depauperamento che ciò avrebbe in ogni caso provocato al tessuto orografico e allo sviluppo economico provinciale.

Legname. La nostra Provincia è ricchissima di boschi, con varia tipologia di essenze. Ricordo che essa possiede alcune tra le maggiori realtà ecologiche italiane: il Bosco del Cansiglio in Alpago (Bosco dei remi, per la Serenissima), la Foresta di Somadida in Cadore (Foresta di San Marco, da cui si ricavavano gli alberi maestri per le navi veneziane, le cosiddette “antenne”) e la Foresta di Caiada, nel Longaronese. Essi inoltre sono autentici polmoni verdi e località (i primi due) che richiamano turisti da ogni parte. Ricordo che don Luigi Sturzo, nei suoi scritti, si dichiarò sempre a favore della difesa della montagna, dichiarando che “la montagna comanda la collina e la pianura, non viceversa,…il forestale viene prima dell’agricoltore e non viceversa”; anche la salvaguardia della pianura, cioè, si costruisce in montagna. Nei secoli i boschi del nostro territorio si sono costituiti a risorsa per l’edilizia, per la nautica ed anche dal punto di vista energetico. Ma se in Comelico nel 1955 con la vendita di un metro cubo di legname si poteva retribuire circa un mese di salario di un operaio, mezzo secolo dopo lo stesso quantitativo non bastava a retribuire lo stipendio di una giornata. L’aspetto energetico è tornato d’attualità, come l’acqua, per le motivazioni precedentemente menzionate. In tal senso il valore dei boschi è aumentato quali possibili produttori di materia prima per le centrali a biomasse, che da tempo dimostrano tutte le loro potenzialità, grazie ad significativi progressi tecnologici, che le porteranno a confrontasi a breve in termini di parità di costi con quelle tradizionali termoelettriche, destinate, al contrario, a veder salire continuamente i propri. E questo al di là degli incentivi messi in campo dal Governo. Attualmente in Provincia vengono abbattuti circa 120.000 m³ annui di legname d’alto fusto, contro una disponibilità di oltre 150.000; gran parte viene lavorata fuori Provincia, una parte dell’eccedente viene addirittura importato dall’Austria, che poi lo rivende, anche in Italia, con un sovrapprezzo. Per il ceduo il valore medio annuo è di circa 250.000 q.li. L’equilibrio “colturale” non è intaccato, in quanto molta libera disponibilità (sia in m3 che quintali) esiste attualmente nelle migliaia di ettari di boschi in tutta la Provincia, dove sarebbe anche auspicabile un miglioramento qualitativo mediante “pulizia” e rinaturalizzazione con tecniche di coltivazione moderna dei boschi. Consideriamo inoltre che ultimamente il bosco si è talmente sviluppato, complice una erronea idea di tutela ambientale, da divenire addirittura un ostacolo ad una ottimale fruizione ambientale e turistica del territorio.

A questo proposito ricordo che in Austria, nel Burgenland, la cittadina di Gussing ha raggiunto, proprio con lo sviluppo delle energie alternative, l’autonomia energetica che ha cambiato e rafforzato l’economia locale, fino a pochi anni fa sottosviluppata e con poche infrastrutture. Numerosi pubblici amministratori bellunesi recentemente si sono recati a Gussing per conoscere a fondo tale esperimento. Ma realtà analoghe si trovano anche vicino a noi, basti pensare a quanto realizzato in tal senso a Dobbiaco/Toblach col teleriscaldamento termo-elettrico. Si potrebbe così generare una filiera corta di utilizzo totale del bene. Già oggi esistono aziende dedicate alla valorizzazione del prodotto legno, sia esso antico, riciclato, che derivato da produzione recente. Come sono attive imprese di boscaioli del “terzo millennio”, cioè dotate di tecnologie all’avanguardia. In un caso e nell’altro, abbattendo i costi, si è riusciti ad ottenere un utile non indifferente. Si pensi che il legno di abete rosso della Val Visdende recentemente ha raggiunto la valutazione di 173 €/m³ in piedi, cioè prima di taglio e trasporto. Il legno è inoltre materia base per la realizzazione di abitazioni caratterizzate dal contenimento, se non addirittura eliminazione delle emissioni nocive e nel contempo minimamente energivore, con relativa certificazione (si pensi alla“casa clima” altoatesina). Anche in questo settore il Bellunese può esprimere una importante filiera operativa. L’argomento è comunque molto delicato, perché, come detto in precedenza, si deve porre attenzione al confine tra utilizzo, sfruttamento delle potenzialità ed eventuali problemi ambientali causati soprattutto dalla combustione. Ma con un controllo locale molto attento, con una giusta sinergia tra economia pubblica e privata, sicuramente si riuscirebbe nell’intento, senza svilire il territorio. In virtù del riconoscimento UNESCO, una corretta gestione del rapporto bosco/pascolo in particolare in quota, permetterebbe di mantenere le condizioni paesaggistiche almeno alle condizioni attuali, che sono poi uno dei presupposti fondamentali del riconoscimento stesso.

Il valore che l’acqua, il legname e l’industria ad essi collegata (ma non solo ad essi) ha rappresentato nell’economia complessiva dell’area provinciale dai tempi passati fino al recente secondo dopoguerra è magnificamente espresso nella pubblicazione “Opere nel tempo”, a cura di Stefano De Vecchi, Nuove edizioni Dolomiti, 1991, ormai introvabile. Si tratta, come afferma lo stesso curatore, di un lavoro che si propone di “dare avvio ad una corretta politica di salvaguardia e riuso di un patrimonio che non è solo culturale ma che ha ancora, o potrebbe avere attraverso incentivazioni mirate, stretti legami con il mondo produttivo della nostra Provincia”, in un’ottica, aggiungo io, di un suo utilizzo anche ai fini turistici. Un altro interessante volume al riguardo è “Uomini e Macchine idrauliche” (‘Omin e machine a aga’) di R.Tabacchi e D.De Martin, Print House snc, Cortina d’Ampezzo, 2010, che fa rivivere una parte significativa della storia degli opifici idraulici cadorini, intrecciata indissolubilmente con gli affetti familiari di chi conduceva tali attività.

Turismo. Non si tratta di una risorsa naturale, tangibile, ma può considerarsi la risultante di aspetti legati alle diversità dei luoghi, alle specifiche se non uniche risorse territoriali ed alle loro peculiarità. Siamo ancora in grado, proprio per la relativa arretratezza in cui si trova questo comparto, a differenza dei nostri vicini autonomi, di costruire un turismo destagionalizzato, responsabile, attento alla salvaguardia dei luoghi, alla tutela e promozione dei prodotti locali (vedi “Specialità gastronomiche”) ed al mantenimento di un ecoambiente integro e salutare (si pensi solo alla potenzialità delle piste ciclabili). Un turismo quindi “sostenibile”, mutuando l’immagine dal titolo del recente libro di Enzo Rullani “Modernià sostenibile”. L’inclusione delle Dolomiti, da parte di UNESCO, nella Lista del Patrimonio Mondiale, con la caratteristica di “fra i più bei paesaggi montani che vi siano al mondo”, non può che essere di stimolo allo sviluppo di questa attività. Ma ciò non sarà sufficiente, se non vi sarà contemporaneamente una presa di coscienza della nostra popolazione e delle Istituzioni, pubbliche e private, sulla necessità di una nuova disponibilità ad intraprendere attività in tal senso, con una rinnovata forma mentis verso l’altro, l’accettazione del confronto, la massima predisposizione all’accoglienza e supporti economici adeguati e finalizzati ad un confronto a tutto campo in una competizione globale. Ma il confronto con l’apparato turistico delle contermini Province autonome è perdente doppiamente. In primo luogo per la disparità di budget a disposizione per le attività di marketing e propaganda (la sola Provincia di Bolzano/Bozen ha destinato per il 2012 una spesa di 67 Mil€, contro i 43 dell’anno precedente). E soprattutto perché esse hanno una visione totalizzante verso il prodotto montagna, mentre il turismo montano è inteso in Veneto come una fetta, e pure minoritaria, di una torta ove i numeri più importanti sono dati dai settori balneare, artistico e lacustre. Se aggiungiamo che le disponibilità a ciò destinate dalla Provincia erano già state decurtate in questi ultimi anni (buon ultimo la chiusura degli uffici Iat) e che i trasferimenti per il 2012 sono stati ulteriormente ridotti di un terzo (decreto 13 marzo 2012 del Ministero dell’Interno) ed altrettanto nel 2013, il quadro appare nella sua totale desolazione. A tal fine ricordo ancora l’importanza di conoscere i dati più recenti sull’economia e sulla dinamica demografica provinciali, per rendersi conto dell’impellenza di un urgente cambio di approccio anche sul problema turistico. Ma scomparsa della Provincia porterebbe pure all’eliminazione dell’ufficio statistica, con conseguente impossibilità di conoscere tali dati in tempo utile per essere correttamente utilizzati.

Industria. L’industria manifatturiera è molto sviluppata nel Bellunese, col settore metalmeccanico di precisione e con l’industria dell’occhiale, per la quale ultima si può parlare di vero “distretto”. Altri settori trainanti sono l’arredamento industriale (bar, alberghi, uffici) e il settore del freddo (impiantistica frigorifera). Essa rappresenta il 60% del pil provinciale, è quindi fondamentale per la nostra economia. Pil provinciale, per inciso, che equivale a quello della intera Regione Umbria.

Anche se attualmente è in corso una crisi, non solo legata al difficile momento mondiale, che vede un’evoluzione incerta ma fa presagire una sostanziale riduzione delle aziende e la sopravvivenza di quelle già dimensionate e votate all’espansione all’estero, ciò nonostante la società Bellunese non è assolutamente richiusa in se stessa. Anzi, percentualmente si colloca tra le comunità italiane maggiormente esportatrici. Ciò è sinonimo di apertura mentale sia degli imprenditori che dei lavoratori che spesso intraprendono a loro volta l’attività in proprio, artigianale, con successiva eventuale evoluzione nell’industria. Anche la presenza di numerosi migranti nel tessuto economico bellunese ed un passato di emigrazione comune a numerose nostre famiglie dovrebbero far riflettere sia i detrattori dell’idea autonomista, a torto associata ad una chiusura mentale, sia chi, pur condividendola, non riesce a cogliere gli aspetti positivi della nostra economia. Lo sbilanciamento della nostra economia verso il secondario deve però far riflettere sulla necessità di riequilibrio verso gli altri settori (agricoltura, turismo e terziario avanzato), verso i quali giustamente si sono indirizzate le due Province autonome. La prolungata crisi che investe tra gli altri un colosso come Safilo, come la media industria Sover, o più recentemente l’Invensis di Belluno e addirittura la ACC di Mel con relativo problema occupazionale, ne deve essere fermo monito. L’industria è inoltre un settore fortemente energivoro, per cui a maggior ragione si prospetta la necessità di poter utilizzare le proprie potenzialità di produzione idroelettrica con un occhio di favore, mentre al contrario subiamo pure un sovrapprezzo termico.

A ciò si aggiunga l’eventuale percentuale di tassazione diretta (Irpef, Ires, Irap, Imu …) o indiretta (fra tutte ricordo l’Iva e le Accise), che si traduce in un avanzo primario di oltre 600 milioni di €.Per dati aggiornati si veda in http://bellunoautonoma.regionedolomiti.it lo studio di Diego Cason.

Vi sono anche delle risorse esterne, sotto forma di finanziamenti che derivano da accordi con le contermini Province autonome di Trento e Bolzano/Bozen, per attività varie, legate in special modo a progettualità transfrontaliere. Si tratta del cosiddetto “Fondo Brancher. Tutti i Comuni interessati, 41 tra confinanti e co-confinanti, cioè di prima e seconda fascia, vi si aggrappano, come se esso fosse la panacea di tutti i mali. Ma non è così. E’ di questi giorni, finalmente, l’annuncio che la nostra Provincia ha ottenuto 44 milioni di € (altri 25 arriveranno, forse, da Bolzano/Bozen; tutto dipende dal mantenimento da parte dello Stato di quanto concordato a Milano del 2009). Ma il resto, col patto di stabilità da rispettare, i tagli già effettuati dalla Regione e quelli, ancor più pesanti, previsti nelle manovre approvate in Parlamento (cinque nell’arco di un solo anno), come potrà essere finanziato? Attendendo la prossima scadenza? Non è un fondo, ma una lotteria. Alla fine il “Fondo Brancher” si dimostrerà solo una mossa di propaganda, atta a temporeggiare e, purtroppo, una ennesima occasione per creare dissapori all’interno di una comunità (già alcuni Sindaci, come avevo preconizzato, si chiedono: “perché sì ad un Comune e no ad un altro”?). Mutuando dal Manzoni, una guerra tra “i capponi di Renzo”.Quanto durerà ancora la corda prima che si spezzi? Quanto durerà ancora la credulità della gran parte della nostra popolazione? Se infine pensiamo che da tempo sono stati presentati i progetti per il 2012, ma non si possono utilizzare i fondi del 2011 poiché alcuni Comuni esclusi da quel bando hanno fatto ricorso, c’è da rimanere allibiti. A ciò aggiungiamo il fatto incredibile che il Patto di stabilità di fatto non permette in ogni caso di utilizzarli. Precedentemente al Fondo Brancher era stato istituito un Fondo Lanzillotta/ Letta, con analoghi scopi. Scomparso dopo la prima annualità (2007), sembra ora ricomparire la promessa di rapida(!) emissione dei bandi per 2008/09/10/11/12. Non reputo necessario alcun commento. In ogni caso abbiamo bisogno di finanziamenti certi e strutturali, non aleatori come questi si sono rivelati.

 

I NUOVI BELLUNESI

La nostra Provincia è stata terra di emigranti per secoli. Si calcola che il numero dei nostri oriundi sia notevolmente superiore a quello dell’attuale popolazione provinciale. Se tuttora persiste una emigrazione “intellettuale”, da anni è in atto al contrario una immigrazione, come nel resto del nord Italia, sia da regioni italiane che da stati esteri, anche extracomunitari, che vede un notevole cambiamento nella composizione numerica, sociale, etnologica delle nostre comunità. Ciò comporta un continuo confronto di idee, abitudini, usi e costumi che, se talora può essere conflittuale, è certamente utile per l’apertura della nostra coscienza e conoscenza verso un mondo che si sta globalizzando. Nondimeno assistiamo anche da parte di questi nuovi arrivati ad una assuefazione, più veloce di quanto auspicassimo, delle nostre abitudini mentali e quotidiane. Anche da parte di persone che sbrigativamente avevamo catalogato come provenienti da civiltà da noi distanti, se non antagoniste. Gli stranieri che vivono stabilmente nel nostro territorio ci assomigliano sempre di più anche nella mentalità che ho precedentemente definito come montanara. Frequentano le nostre valli, non solo per lavoro, prendono qui la residenza e possibilmente acquistano casa, formano una famiglia, partecipano alla vita culturale, associativa, volontaristica. Stiamo cioè assistendo alla riproposizione nei nuovi arrivati di ciò che nei secoli passati ha contribuito alla formazione della nostra Comunità. Essi quindi riconoscono la peculiarità del nostro territorio, non solo vi si adattano ma ne apprezzano gli aspetti più caratteristici. A questi “nuovi Bellunesi” deve essere riconosciuta la buona volontà di contribuire alla crescita della nostra terra; essi possono divenire interlocutori preziosi di chi crede nell’Autonomia, perché fin dall’inizio della loro avventura presso di noi hanno dovuto combattere duramente per la sopravvivenza ed il raggiungimento di un tenore di vita decoroso. Come siamo vicini ai Trentini ed ai Tirolesi nella loro battaglia per il mantenimento dell’Autonomia, allo stesso modo difendiamo questi nuovi Bellunesi nel loro cammino verso l’eguaglianza economica e politica. Ripeto, ne trarrà giovamento pure la nostra causa.

Vi è poi un ulteriore tipo di nuovi Bellunesi: i nostri figli. Perché anch’essi differiscono notevolmente da noi nel modo di vivere il territorio, di riconoscerne le tradizioni e le abitudini. Sono la generazione 2.0, figli di internet, facebook; twitter, a loro modo sono cittadini del mondo, nel senso che non conoscono il significato della frontiera (almeno europea), che attraversano da sempre liberamente. Sono anche molto preparati nelle nuove tecnologie e nelle scienze, tant’è che con lungimiranza molti di essi sono stati cooptati in imprese avanzate del territorio, quali Sinteco, Patreider, DBA Progetti, ecc. Ma in un mondo così ampliato la nostra “piccola patria”, detto in senso affettuoso, rischia di essere relegata a mero luogo di residenza, con la possibile perdita della propria anima storica, l’ “Heimat” tedesca che invece troviamo fortemente radicata in Alto Adige/Südtirol. Il nostro Movimento deve quindi approfondire lo studio del nostro passato e saperlo trasmettere ad una società sempre più dinamica e ricettiva delle influenze esterne, ma che nel contempo tende a dimenticare la propria storia. Inoltre i nuovi Bellunesi, nostri figli sparsi nel mondo, considerati a ragione talenti affermatisi nelle società in cui operano, devono a mio avviso essere cooptati in questa iniziativa di valorizzazione del nostro territorio. Questo scritto si pone l’obbiettivo ambizioso di poter suscitare questa evoluzione.

 

SIMILITUDINI E SINERGIE CON TRENTO E BOLZANO/BOZEN

Quanto espresso precedentemente potrebbe anche adattarsi a Trento e Bolzano/Bozen, per le similitudini richiamate all’inizio. Ciò è vero limitatamente alla realtà oromorfologica, ma non lo è per le scelte che quelle Comunità hanno saputo attuare per contrastare tutti i problemi che invece ancora gravano nella nostra ed anzi rischiano di comprometterne non solo il normale sviluppo economico e civile, ma la stessa sopravvivenza. Le analogie comunque sono evidenti: i territori non differiscono affatto, anzi tra di essi non v’è soluzione di continuità. Conformazione, orografia, flora, fauna sono caratteristiche intercambiabili. Le realizzazioni umane evidenti (attrezzature di utilizzo quotidiano nei campi, in montagna, abitazioni di montagna e di città, invero con una significativa differenza architettonica in Alto Adige) palesano indubbiamente la medesima risposta data nei secoli a problemi del tutto simili in modi analoghi. La stessa presenza di Comunità Ladine abitanti le valli attorno il gruppo del Sella rappresenta un motivo di unità culturale tra le tre Province. Anche le attività sono le stesse da sempre: nel passato lavorazioni silvo-pastorali, legname, fluitazione, miniere; nel presente artigianato artistico, turismo estivo ed invernale. In quest’ultimo settore, in verità, si è sviluppata una forte sinergia che ha portato a risultati che vanno al di là della semplice sommatoria di sforzi. Mi riferisco al Consorzio Dolomiti Superski, che in pochi anni ha consolidato la prima realtà mondiale nel campo dello sci alpino. Anche in questo caso il collante è stato indubbiamente la comunanza di azione nel territorio dolomitico. Un servizio collegato col turismo, e non solo, vede una stretta collaborazione tra Soccorso Alpino Cnsas e Soccorso Alpino-Ajut Alpin , in caso di incidenti in montagna. Collaborazione figlia dello stesso spirito solidaristico che anima le popolazioni montane. La difficoltà di vita in montagna ha poi influito sulla disponibilità all’accoglienza del nuovo e dello straniero, nonostante una ritrosia nell’affabilità della parola, più evidente nelle popolazioni mediterranee. Altro esempio di collaborazione, a livello culturale, si rintraccia nell’organizzazione di “Oltre le Vette. Metafore, uomini, luoghi della montagna”, che da anni vede il CAI di Belluno e quella Amministrazione Comunale in sintonia con il prestigioso “Trento Film festival, Montagna-Società-Cinema-Letteratura”, dal quale attingono ispirazione e materiali e di cui recentemente è divenuto Presidente il cadorino Roberto De Martin.

Manca poco alla celebrazione del centenario dall’inizio della Prima Guerra Mondiale. Anche in questo campo Belluno , Trento e Bolzano /Bozen sono fortemente legate. Il campo di battaglia, uniformemente distribuito anche nei loro territori, ha fatto si che questi venissero costellati di innumerevoli costruzioni militari, alternativamente dedicate alla difesa dagli attacchi delle rispettive armate. Le varie linee difensive (denominate gialla, azzurra e rossa) attraversavano i nostri territori, dai fondovalle dove venivano erette le famose “tagliate”, ai valichi alpini fino alle vette più erte ed immacolate, queste ultime rese celebri dalle epopee che raccontano i sacrifici immani di Alpini, Kaiserjager ed Alpenkorps in Marmolada, Altipiano d’Asiago, Dolomiti di Sesto, ecc. Anche in questo caso però le discordanze di approccio all’avvenimento, dovute soprattutto alla differente disponibilità di mezzi economici, creano evidenti disparità per realizzare le manifestazioni a ricordo e di conseguenza per un ritorno ai fini turistici ed economici. Ricordo infatti che il Comitato organizzatore vede solo marginalmente la partecipazione della nostra Provincia. Questi manufatti furono opera di ingegneri del Genio militare dotati di particolari capacità estetiche ed architettoniche. Le loro vestigia quindi sono degne della migliore manutenzione per attirare la curiosità e la conseguente visita di appassionati della nostra storia recente, ma non solo.

Accenno anche a recenti studi di diligenti volontari locali che, consultando documenti del nostro Archivio storico, del Catasto napoleonico, di vecchie carte austriache e libri e memorie di nostri vecchi concittadini, hanno portato alla riscoperta di antichi “fortini” costruiti tra il 1797 e il 1805, posti sopra Soccher e Polpet di Ponte nelle Alpi, allo scopo di sbarrare il passaggio alle truppe francesi verso il Cadore ed il Tirolo. Si tratta di costruzioni ben più modeste e meno impattanti delle precedenti. Ma anch’esse contribuiscono a far comprendere l’importanza del nostro territorio come cerniera tra il mondo mediterraneo e quello tedesco, che ha comportato la presenza centenaria in loco di realtà di natura ambivalente in molti campi.

Vale infine la pena di ricordare che durante la Seconda Guerra Mondiale vi fu un periodo (10/09/1943 – 25/04/1945) in cui le tre Province furono riunite “d’imperio”, per motivi d’ordine militare e difensivo, in un’unica entità territoriale ed amministrativa denominata “Alpenvorland”. Tale zona venne di fatto unita al Terzo Reich, sotto il Comando di un Commissario Supremo, Franz Hofer, che aveva pieni poteri, compreso quello di vita e morte, e rispondeva solo e direttamente ad Hitler. Anche Ferruccio Vendramini, in occasione del 55° anniversario dell’impiccagione dei dieci partigiani al Bosco delle Castagne, sopra Belluno, avvenuta il 10 marzo 1945, afferma: “Infine, a Belluno, si registrò il contributo esterno di centinaia di antifascisti emiliani, saliti verso le montagne i quali funsero in un certo modo da catalizzatore e avviarono subito una guerriglia che ritenevano più difficile e meno efficace nella pianura padana”. La speciale conformazione del luogo era quindi anche da essi riconosciuta. Lungi da avere la minima nostalgia del periodo, è evidente che anche in quel caso ci si basò sulle evidentissime affinità che legavano i territori in questione. D’altronde anche De Gasperi, negli anni cruciali della formazione della Regione autonoma, auspicò l’adesione ad essa della nostra Provincia, proprio facendo riferimento agli assunti che stanno alla base del mio ragionamento. La politica nazionale ed i giochi di potere locali riuscirono a dissolvere un progetto che avrebbe sicuramente rivoluzionato la nostra esistenza.

Un altro fattore di similitudine, con Bolzano/Bozen in questo caso, è l’esistenza nel nostro territorio di una delle strade più antiche, sicuramente la più breve, che da Venezia portava al mondo tedesco, cioè Tirolo/Tirol e Baviera/Bayern. L’attuale Strada Statale di Alemagna, infatti, non è altro che la precedente Via Regia, percorsa nei secoli dagli Imperatori germanici verso le terre venete, inaugurata solennemente dall’Imperatore Francesco I nel 1832, già dichiarata “strada postale dell’Impero” e quindi dotata di speciali manutenzioni. Molti nei millenni lasciarono il segno. Romani, Longobardi, crociati, soldati di ventura, eserciti, mercanti, pellegrini, diplomatici, giovani europei di buona famiglia durante il loro “grand tour”. Era l’antica Strata Allemanorum. Nei secoli si verificò un’osmosi, uno scambio ed una compenetrazione di esperienze, di abitudini, tra viaggiatori ed indigeni, che hanno lasciato il segno indelebile in molti campi: solo per citarne alcuni folklore, cibo, toponomastica, architettura.

Un particolare esempio di modello abitativo di matrice culturale tedesca, quasi scomparso del tutto, presente ancora in Alpago , Nevegàl, San Boldo e Zelant, è la casa a scalinele. I frontoni del tetto non erano lineari ed obliqui, ma avevano un andamento, appunto, a scala, per poter provvedere velocemente allo spegnimento di eventuali, frequenti incendi, data la copertura sovente in paglia. Introdotta da maestranze tedesche nella metà del XIV secolo, in seguito al devastante terremoto del 25 gennaio 1348, essa si diffuse fino alle soglie del Cadore e dello Zoldano e nelle aree dove prevaleva l’attività di sfruttamento boschivo.

Una strada altrettanto importante in tal senso era quella che dalla Valbelluna, attraverso l’Agordino, Cencenighe e la Val Bios, valicando i passi San Pellegrino o Valles, giungeva a Trento. Talmente importante che il Duca d’Austria Leopoldo d’Asburgo la scelse più volte, tra il 1376 ed il 1381, per scendere in difesa dei Bellunesi dagli attacchi di Venezia. In quelle occasioni accordò agli ospizi presenti lungo il tragitto privilegi, esenzioni e protezione. Quattro di questi erano raccolti in fazzoletto di terra all’imbocco della valle del Cordevole: Vedana, San Gottardo, Candaten ed Agre; il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi ha realizzato un itinerario tematico denominato “La via degli Ospizi”, che permette di approfondire il tema delle antiche strutture di accoglienza sorte in epoca medioevale per viandanti, crociati e pellegrini che percorrevano la Val Cordevole. Questa situazione unica è un altro esempio di peculiarità che distingue il nostro territorio.

Concludo questa breve parentesi per evidenziare che le similitudini e le sinergie da me proposte sono ben riconosciute dalle menti più “aperte” delle Province di Trento e Bolzano/Bozen, con le quali abbiamo, dopo una iniziale, comprensibile ritrosia da parte loro, frequenti scambi di opinione. Caratteristiche, a ben vedere, che erano presenti fin dai tempi della Costituente, e che avevano spinto la parte trentina ad auspicare l’unione con l’intero Bellunese. Sono recenti gli interventi di personaggi del mondo politico, sportivo, accademico, dei media in tale direzione. Ricordo tra i molti l’alpinista Reinhold Messner; Luigi Casanova, rappresentante degli Ambientalisti nella Cabina di Regia delle aree protette; Maria Garbari, già mia Docente di Storia Contemporanea allo Iulm di Milano ed ora Presidente della Società di Studi Trentini di Scienze Storiche; Franco De Battaglia, storico giornalista trentino, fondatore de “Il Corriere delle Alpi”; Lorenzo Baratter, Presidente del Museo degli usi e costumi della Gente Trentina, membro di altre istituzioni a carattere autonomistico e autore di numerosi testi a riguardo. Ulteriore, importante appoggio alla nostra battaglia è venuto, in occasione della presentazione del nostro Movimento, da Walter Kaswalder, presidente del Patt di Trento. Ultimo, ma non l’ultimo, lo stesso Lorenzo Dellai, già Presidente della Provincia autonoma di Trento, che sta condividendo con noi un progetto di valorizzazione dell’idea autonomistica, che porti ad importanti sinergie tra le nostre Comunità. Altri esponenti di quel mondo politico e culturale hanno partecipato, e lo faranno anche in un prossimo futuro, ai vari incontri che organizziamo nel territorio provinciale, perché la popolazione sia conscia del momento storico che stiamo vivendo. Recenti sono i nostri incontri con personalità politiche di Trento e Bolzano/Bozen, di alto livello dirigenziale, con le quali abbiamo discusso il futuro delle nostre Province, anche in un’ottica di dimensione europea. Ultimo, ma non l’ultimo, il nostro stretto contatto col presidente Durnwalder in occasione della sua visita in Val di Seren, fortemente caldeggiata dal Bard.

 

VISIONARI O REALISTI?

Vi è ancora chi si ostina a descrivere come privo di prospettiva il disegno da noi caldeggiato. C’è chi lo fa per tornaconto personale, legato ritorni economici per una consuetudine invalsa da decenni di consociativismo con le lobbies venete e coi partiti tradizionali. Costoro sono i nemici più chiari da individuare, e pure più facili da combattere e si trovano sia in campo politico che imprenditoriale. Dimostrare la loro convivenza con ambienti a noi avulsi è un impegno costante che alla lunga porterà finalmente al loro isolamento e sconfitta. E’ una questione di tempo, ma in ciò siamo purtroppo agevolati dalla sequenza di tagli ed avvenimenti negativi costantemente evidenziarti anche dai mass media locali, che pure, in parte, si distinguono nel tentativo di lenire contrasti, nascondere manchevolezze dei nostri amministratori, affossare manifestazioni di scontento delle varie Comunità provinciali, legati come sono alla necessità di attingere al rivolo di sovvenzioni dall’establischment politico che in tal modo le condiziona pesantemente. Ad ogni nostra presa di posizione sui vari problemi ormai incancreniti (sanità, trasporti, scuola, economia, turismo, ecc.) essi non sanno cosa rispondere e quindi attuano o l’attacco più inconcludente o la tattica della non risposta, in attesa che il tutto si ricomponga nell’accettazione sconsolata, quasi ineluttabile, o nell’oblio della dimenticanza. Più difficile è invece la lotta per convincere i cittadini, e non sono purtroppo pochi, che dichiarano apertamente la volontà di non interessarsi più del bene comune, neppure nella direzione da noi proposta, non tanto per mancanza di fiducia in noi o nell’idea, quanto per aver ormai perso ogni speranza nella possibilità di un’inversione di rotta del cammino verso la nostra dissoluzione. In questo caso l’azione deve essere basata sull’evidenziare costantemente le falle che si aprono nel nostro vivere quotidiano, confrontandole con quanto sono in grado di opporre le vicine Province autonome per la loro soluzione. E questo è in effetti quanto si propone di sviluppare la presente pubblicazione. Ma c’è anche un’altra strada più obbiettiva e inconfutabile, che consiste nel far loro conoscere le conclusioni cui sono giunti studi sviluppati da organismi esterni, non a noi riconducibili. Ad esempio invito a verificare i risultati di “Convenzione delle Alpi”, trattato internazionale sottoscritto dai paesi alpini, tra cui l’Italia (www.alpconv.org ). I suoi protocolli, ovvero “misure specifiche di attuazione… e concrete misure da intraprendere per la protezione e lo sviluppo sostenibile delle Alpi” riguardano varie tematiche (pianificazione territoriale e sviluppo sostenibile, protezione della natura e tutela del paesaggio, agricoltura di montagna, turismo, energia, difesa del suolo, trasporti). Ebbene, tutti questi protocolli portano alla logica conclusione che il nostro territorio deve essere coinvolto in una vasta area omogenea alpina, pena il suo veloce dissipamento. Anche la “Fondazione Nord Est” (www.fondazionenordest.net), nel suo incontro del 15 aprile in CCIAA a Belluno, ha evidenziato con slides inequivocabili che la nostra permanenza in una regione di pianura è un fatto, come dire, “contro natura” e la logica conseguenza che ne deriva è la nostra doverosa appartenenza ad un ambito alpino apertamente identificato con Trento e Bolzano/Bozen. Concetto già concretizzato in un articolo su il “Sole 24 Ore” dello scorso 20 febbraio, con allegata una inequivocabile cartina a colori di questa nuova entità. Non mi dilungo oltre, pur essendoci ulteriori esempi. Questo basti per rendere l’idea della necessità impellente di attuare il nostro distacco dalla regione Veneto. Uno dei mezzi praticabili democraticamente, non essendoci stato concesso quello provinciale, sono i referendum comunali.

 

I REFERENDUM COMUNALI

“I referendum comunali, quelli già tenuti (Lamon, Sovramonte, Cortina/Anpezo, Livinallongo del Col di Lana/Fodom, Colle Santa Lucia/Col, Sappada/Plodn) come quelli in corso di preparazione (27 in totale al 6 febbraio), possono essere ricondotti ad un disegno di salvezza

per tutte le Comunità provinciali, solo se essi saranno la base per ricostituire

la Provincia non come Ente, ma come società ed istituzione formata da diverse Comunità

che hanno diritti e doveri identici e non squilibrati come avveniva nella precedente formulazione

dell’Ente. Solo con un nuovo patto fondativo della Provincia, cui volontariamente aderiscono i

residenti delle vallate, è possibile dare senso e speranza nel futuro dei Bellunesi. E’ evidente

che questo è possibile solo con la ripresa dell’iniziativa comunale che rivendica il riconoscimento

della propria dignità di popolazione e istituzione. I referendum comunali sono questo e a pieno

diritto costituzionale vigente. Se non vogliamo che diventino una centrifuga distruttiva per tutti

è necessario rifondare la Provincia e dotarla di autonomia sufficiente che sarà esercitata direttamente dalle Comunità per mezzo di un patto che dia a tutte riconoscimento e poteri per affrontare i problemi che le affliggono. La Provincia diverrebbe così ente di primo grado, con poteri di indirizzo e coordinamento e di amministrazione relativi alle materie sulle quali agirà su delega dei Comuni o delle Unioni di Comuni. Questa non è tattica o trucco per tenere buoni i referendari comunali, ma è una visione del futuro che inserisce la loro iniziativa (legittima e sacrosanta) in un disegno di consolidamento e  rafforzamento delle comunità provinciali.

Altrimenti tutto sarà perduto per tutti; chi starà sotto un giogo chi sotto ad un altro.

Sempre e comunque buoi sottoposti alla frusta di un padrone”. (Diego Cason) Fare i referendum comunali non è stata una scelta del Bard. Sono iniziative proposte da comitati di cittadini che, vista la latitanza dei partiti e delle associazioni nazionali hanno preso l’iniziativa. Non c’è altro modo di porre il problema politico delle condizioni di estrema difficoltà in cui si trova la montagna dolomitica bellunese. C’è piuttosto da chiederci perché solo il Bard abbia avuto la sufficiente umiltà e disponibilità a parlare con i comitati, quasi tutti formasti da giovani o giovanissimi, ascoltare le loro ragioni, valutarne le conseguenze e, dopo notevoli esitazioni e difficoltà, prendere la decisione di sostenerli e unificarli. Chi attacca i comitati non s’è nemmeno preso la briga di parlare con loro. Però pontifica e pretende con presunzione e superbia di insegnare loro come vivere in montagna, magari risiedendo da decenni a Roma. Chi li teme e li esorcizza con insulti (ricordate il termine “schizofrenici”?) e crede che siano cosa diversa da quel che sono, rende un cattivo servizio a sé stesso restando prigioniero di visioni politiche della società bellunese che stanno solo dentro la sua testa. Vecchie visioni nelle quali si afferma che i referendum sono secessionisti, volti a ottenere finanziamenti, che sono solo un modo per introdurre divisioni ed egoismi locali. Sono tutt’altra cosa. Ben altro giudizio va riservato a chi avanza dubbi sullo strumento referendario, chi individua problemi e ostacoli su questo percorso. Sulla loro strada i referendum troveranno il macigno degli iscritti all’Aire (anagrafe degli Italiani residenti all’estero), che obbliga in alcuni casi la partecipazione massiccia , se non totale, della popolazione residente. Vadano come vadano (per ora Taibon Agordino è l’unico degli ultimi ad aver avuto successo), il risultato in percentuale dei “si” alla Regione Dolomiti, perché questo è il senso profondo del quesito, non certo il distacco unilaterale dal Veneto, è più che evidente. E ciò porrà anche ai più scettici il dovere di trovare risposte ai problemi evidenziati da quelle iniziative. Il Bard, come al solito, propone anche ad essi la partecipazione convinta e condivisa ad un tavolo unitario, dove le varie ipotesi di soluzione siano proposte e vagliate senza pregiudizi, per il bene finale delle nostre Collettività, altrimenti destinate alla scomparsa in tempi ben più veloci e drammatici di quanto presupposto in apposite proiezioni.

 

PROSPETTIVE

Coerentemente con quanto detto precedentemente, il nostro Movimento si colloca in posizione opposta alla tendenza populistica che vede nelle prerogative delle due Province autonome una delle concause della attuale situazione di crisi economica italiana. Questa visione ottusa è figlia della volontà perversa della politica partitica nazionale che, col metodo del“divide et impera”, tende a ricercare continuamente capri espiatori esterni, così da distogliere l’opinione pubblica dalle colpe di un centralismo prevaricatore sulle giuste istanze locali, pervicacemente autoreferenziale, eticamente corrotto.

Al contrario, le due Province, pur non manchevoli di lacune, specie nell’elefantiasi di certi apparati, evidenziate anche in articoli di stampa recenti, nondimeno devono essere prese ad esempio di un corretto procedere istituzionale ed amministrativo, non egualmente rintracciabile in altre realtà autonome italiane. La volontà poi di livellare al basso la società è da biasimare sia moralmente che economicamente; ciò comporterebbe la spinta ad una mentalità rilassata e demotivata, che è l’esatto contrario di quanto è necessario nella situazione attuale.

E’ nostra intenzione costruire forti e durature alleanze con i Movimenti autonomisti e federalisti italiani ed europei e coi Parlamentari Amici della Montagna, provenienti da tutti i gruppi politici. Egualmente cercheremo contatti, anche in rete, con tutti coloro che non si accontentano di raccogliere le briciole sotto il tavolo del futuro banchetto. Questa sinergia, ben sintetizzata nelle parole di Mauro Ottobre, già Consigliere provinciale del Patt alla Provincia di Trento, ora Deputato al parlamento, è “la migliore strategia per rispondere con la forza degli argomenti e con l’orgoglio della nostra Storia a chi cerca di venire con arroganza nelle nostre terre” per dettarci un modello di vita e di sviluppo a noi avulso.

Siamo convinti che anche l’Autonomia di Trento e Bolzano/Bozen, alla luce degli attacchi cui è soggetta, ne trarrà beneficio, trovando nel nostro Movimento un appoggio sincero e convinto. Se ciò non dovesse avvenire, è chiaro che la nostra posizione potrebbe radicalmente cambiare, venendosi a configurare l’acuirsi della situazione di disagio che il nostro territorio patisce nei loro confronti.

Con la recente decisione del Governo Monti (ironia della sorte!) di eliminare/accorpare le Province e trasformarle in enti di secondo livello, con consiglieri eletti tra e dai Sindaci, quindi succubi di manovre squisitamente partitiche, Belluno, che ha appena avuto dallo stesso Monti il riconoscimento della sua specificità, rischia di vederla naufragare, se i Consiglieri regionali, al pari dei nostri rappresentanti nazionali, attuali e futuri, saranno troppo presi a difendere i loro privilegi, anziché prendere atto di quanto il nostro Movimento (allora semplice Comitato) aveva paventato in tempi non sospetti ed agire di conseguenza in unione di intenti per il bene del Bellunese innanzitutto. La decisione poi di non permettere alle Province attualmente commissariate di andare alla elezioni nella recente tornata si configura, non solo a mio modesto giudizio, come vero e proprio “attentato alla Costituzione”. Conseguentemente abbiamo opposto ricorso a questa decisione, col supporto di eminenti costituzionalisti, e ci attendiamo un appoggio, non solo morale, da parte di tutta la Cittadinanza, delle varie Associazioni di categoria e dei rappresentanti delle organizzazioni politiche. Vorremmo anche avere in prima linea, come già avviene in alcuni casi, i nostri Sindaci, che più di altri conoscono e vivono i problemi che ci attanagliano. La decisione sul ricorso, inizialmente presentato al Tar del Veneto e poi da questo dirottato al Tar del Lazio, è stata rimandata, su nostra richiesta, in attesa di comprendere cosa comporti in questo ambito la rinuncia del Governo ad introdurre la revisione delle Province nella Legge di Stabilità recentemente approvata. Lascia stupiti, e non solo noi, il fatto che tale ricorso non sia stato pubblicamente fatto proprio e sostenuto dalle Segreterie provinciali e regionali dei Partiti.E’ inoltre assurdo che il precedente ricorso della stessa Provincia contro il divieto del referendum proposto per la Regione Dolomiti sia “andato perduto” negli uffici della Consulta e per la cui ricerca il Bard ha dovuto chiedere aiuto ad un senatore trentino, essendosene disinteressati tutti i nostri rappresentanti politici. Dulcis in fundo il ricorso è stato rigettato dal Presidente della Repubblica con procedure che lasciano allibiti i nostri stessi consulenti. Tutto in ogni caso è “in fieri” ed il risultato sarà una paralisi di ogni attività amministrativa e propositiva, esattamente il contrario di quanto ora sarebbe necessario per rivitalizzare il nostro tessuto sociale e lavorativo. E così i nostri rappresentanti politici, al pari di quelli imprenditoriali, navigano a vista e sembrano andare al traino degli avvenimenti, anziché precorrerli. Tutti parlano di impegno, ma nessuno propone, come noi, un tavolo comune attorno al quale trovarsi, discutere ed infine proporre una tesi unitaria, che sola avrebbe forza in sede di decisione finale. Finalmente il 31 agosto 2012 s’è tenuto un incontro in tal senso, caldeggiato dal nostro Movimento, che ha portato ad un documento sottoscritto dai Sindaci e poi votato dalla stragrande maggioranza dei Consigli comunali (64 su 69). Così, anche a seguito di tale decisione, il

 

24 0TTOBRE 2012, E’ POSTA LA PIETRA MILIARE DELL’AUTONOMIA BELLUNESE

Quanto avvenuto la sera del 24 ottobre 2012 sarà ricordato tra le date più significative della storia del cammino verso l’Autonomia del Bellunese. La costanza propositiva del nostro Movimento, la sua tenacia nel rivolgere a tutte le parti sociali l’invito all’unità hanno finalmente ottenuto un risultato che solo pochi giorni prima era insperato.

Migliaia di Cittadini, da tutte le vallate, di ogni età e classe sociale, al di là dei diversi orientamenti politici, uniti da un forte ideale, con in testa tutti i loro Sindaci, hanno attraversato la città capoluogo per raccogliersi in Piazza del Duomo, in un incontro di Popolo che non ha avuto analoghi precedenti se non nei momenti più significativi e drammatici della nostra vita democratica. Una piazza illuminata da migliaia di lumi, con la contemporanea accensione di falò sulle principali cime dei monti della Valbelluna e delle nostre favolose Dolomiti, ha fatto da cassa di risonanza per i rappresentanti del Comitato “Salviamo la Provincia di Belluno”, impegnati nel sottolineare, ognuno da un particolare punto di vista, le specificità, le caratteristiche, le criticità del nostro territorio ed i motivi che stanno alla base della nostra richiesta di mantenimento territoriale ed Autonomia.

Non simboli di partiti, non manifestazioni di astio, collera, insofferenza, ma un fermo monito al Governo perché ascolti la voce delle Comunità che qui vivono e qui vogliono mantenere le principali Istituzioni pubbliche, delle quali la Provincia è l’espressione più democratica di chi conosce a fondo la realtà in cui vive e si considera conseguentemente il più titolato a farne parte, per il nostro bene comune.

Con le forze politiche coscientemente in secondo piano, è rifulsa a maggior ragione la figura del nostro Vescovo, monsignor Giuseppe Andrich che, alla fine di un sentito intervento a braccio, ha intonato il canto di montagna “Varda la Luna”, suscitando il plauso, la commozione e la partecipazione di tutti i convenuti. Nulla da quel giorno sarà più come prima. E deve egualmente essere chiaro che nessuno potrà appropriarsi di quel risultato che appartiene esclusivamente alla popolazione bellunese.

 

31 OTTOBRE 2012, SI SALVA LA PROVINCIA, COSTRUIAMO IL NOSTRO FUTURO

Anche se poi rimandata alla prossima legislatura, il Governo centrale, a differenza del Consiglio regionale veneto, prende coscientemente la decisione che la Provincia di Belluno, come quella di Sondrio, in virtù della specificità montana che la caratterizza, deve restare un corpo a sé, a maggior ragione con la presenza di tutti gli uffici, anche governativi, che devono essere al servizio di Comunità così fragili dal punto di vista della dislocazione territoriale in vallate con vie di comunicazione impervie, non solo nella stagione invernale. Riconosce quindi che raggiungere un capoluogo ancor più distante da Belluno sarebbe una penalizzazione insopportabile, oltretutto per una popolazione tra le più anziane del Veneto. Visione obbiettiva che lascia ben presagire per il futuro.

Si tratta ora di trasferire alla Provincia, pur se per ora di secondo livello, tutte le competenze riconosciutele dall’ art. 15 del nuovo Statuto veneto. La resistenza che il Consiglio regionale dimostra, da oltre un anno a questa parte, nell’ottemperare a tale trasferimento è sintomatica di quanta incomprensione ci sia ancora nei nostri riguardi. Altrettanto assurda è inoltre la mancanza di un minimo sussulto a riguardo da parte dell’establischment politico, imprenditoriale e mediatico bellunese.

Questo è il primo importante risultato da conseguire, specie da un punto di vista psicologico. Ma il successivo, cioè la piena Autonomia nella Regione Dolomiti, dovrà essere un traguardo da conquistare giorno dopo giorno, con la volontà e l’impegno di quanti più concittadini. E con l’appoggio anche delle Comunità trentina e sudtirolese, a noi vicine territorialmente e anche culturalmente che, come ho accennato all’inizio del mio scritto, ora come mai devono sentire la nostra battaglia strettamente legata anche al mantenimento della loro Autonomia. Già da ora con esse abbiamo instaurato ottimi rapporti, anche in prospettiva di avere aiuti e consulenze nell’ottenere finanziamenti europei cui esse sono avvezze accedere, a differenza della nostra Provincia, per incapacità o incuria dei nostri attuali rappresentanti politici. Ricordo, per chi l’avesse dimenticata, la vicenda dei famosi 75 milioni di € che Bolzano ottenne nel 2011 dall’Europa, nell’ambito del progetto Fas (Fondi per le aree sottosviluppate). Un primo esempio di cooperazione è la neonata fondazione “Val di Seren” onlus, guidata da Oskar Unterfrauner e voluta fortemente da Andrea Bona, vicepresidente, cofondatore del Bard, che punta al recupero socioeconomico della valle col sostegno del Bauerbund (la potente associazione di categoria degli agricoltori altoatesini), del centro Eurac (l’accademia europea di Bolzano/Bozen), del Governatore altoatesino Luis Durnwalder e di congrua dotazione finanziaria. Ma la prossima legislatura, a detta di tutti, sarà costituente, e rivoluzionerà anche l’aspetto amministrativo, sconvolgendo le attuali divisioni territoriali. Così potrà forse apparire riduttiva l’idea della Regione Dolomiti, per presentarsi invece più attuabile la realizzazione di Comunità alpine più ampie, in una visione di stampo europeo, all’interno della quale le stesse Province autonome potrebbero vedere rivisitate e ridimensionate le proprie caratteristiche. Motivo in più perché anche esse, in tale nuovo contesto, vedano di buon occhio la nostra battaglia per l’Autonomia. La presenza infine nel nuovo esecutivo Letta dei due Ministri, Patroni Griffi e Cancellieri, che avevano sostenuto la permanenza in vita della nostra Provincia, può essere considerata di buon auspicio per il futuro e spingerci a non demordere dal combattere. Anche il capogruppo alla Camera per Lista Civica, Lorenzo Dellai, già presidente della Provincia autonoma di Trento, è apertamente a nostro favore.

 

CONCLUSIONE

Belluno ha dapprima visto scippato per mere opportunità politiche il referendum consuntivo sul passaggio alla Regione Trentino Alto Adige/Südtirol con la prospettiva della realizzazione della Regione Dolomiti. Poi le è stato negato il diritto costituzionale di eleggere con regolare consultazione elettorale i propri rappresentanti provinciali, quasi si trattasse di un territorio sottoposto a tutela antimafiosa. Infine ha visto riconoscere la propria specificità anche a livello nazionale, che non è stata però tradotta in atti legislativi solo per contrapposizioni politiche di basso rango. Credo ce ne sia a sufficienza perché i Bellunesi debbano esprimere ulteriormente in modo decoroso ma plateale il loro fermo dissenso ed un deciso appoggio a questo Movimento che si propone come novità eclatante, rivoluzionaria ed aggregante nel panorama sociale e politico provinciale. A tal fine il nostro Movimento ha deciso di autoconvocare per il prossimo 27 ottobre, in coincidenza con le elezioni provinciali in Trentino-Alto Adige/Südtirol, analoghe consultazioni nella nostra Provincia, per eleggere il Consiglio delle Comunità bellunesi. Non si tratta di elezioni farsa, ma della dimostrazione che il Bellunese necessita urgentemente di una guida politica per la soluzione degli innumerevoli problemi che ci attanagliano. In questo senso richiediamo consenso e appoggio anche alle forze politiche, imprenditoriali, sindacali ed associative del territorio; non è nostra intenzione trasformare questa chiamata in un referendum pro o contro il Bard, anzi l’iniziativa si pone nel solco di quanto afferma il nostro Documento fondativo, che chiama tutti ad un’azione unitaria. Molte tra queste hanno già risposto all’appello; anche numerosi Sindaci hanno dichiarato la disponibilità di luoghi comunali dove far svolgere le elezioni. Il loro successo deriverà proporzionalmente dall’adesione che la cittadinanza dimostrerà all’iniziativa.

Sarà l’unico modo per fermare “questa immensa frana in atto” e per poter dire: “ho fatto il possibile, ma tu dov’eri quando ci hanno fatto tutto questo?” Non possiamo delegare più niente a nessuno, ma sentirci tutti coinvolti. Come diceva Martin Luther King: “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei potenti, ma il silenzio degli onesti”.

Le tesi sono state sviluppate sinteticamente, avvalendosi di documentazione varia e di molteplice provenienza (libri, saggi, tesi di laurea, studi economici, decreti legislativi, articoli di giornale, brochures, materiale web, ecc), che su richiesta può essere trasmessa.

 

Tomaso Pettazzi

Tomaso Pettazzi – Movimento Belluno Autonoma Regione Dolomiti -BARD

Belluno, 07.06.2013

 

 

 

 

 

 

Cosa vuole il Pab (Provincia autonoma Belluno) Movimento fondato da Paolo Bampo

Documento allegato al programma amministrativo per le elezioni provinciali del 2009.

Belluno 30 marzo 2009

PREMESSA

Abbiamo ritenuto di dover corredare il programma amministrativo della Lista PAB per le elezioni Provinciali 2009 di Belluno con alcune note di carattere politico per far conoscere, in modo chiaro ed inequivocabile, quali siano gli intenti del nostro Movimento.

Crediamo che tale pratica sia inusuale, se non addirittura unica, ma, altrettanto, crediamo di non poter evitare di svelare ai possibili elettori quali siano obbiettivi finali che ci muovono. Abbiamo sempre criticato i partiti che non sono mai chiari nel proprio progetto e che, molto spesso, procedono nell’attività di Governo in maniera incoerente, se non addirittura antitetica, rispetto al programma presentato. Per questo introduciamo, responsabilmente, questa innovazione procedurale e sfidiamo anche tutti gli altri partiti a mettere nero su bianco ciò che sono soliti sbandierare soltanto attraverso improbabili slogans elettorali.

Essi debbono dire agli elettori come pensano la struttura dello Stato. Debbono dire cosa intendano per Autonomia della nostra Provincia, se questa sarà speciale (come quella di Bolzano) oppure no e se le decisioni riguardanti il nostro territorio saranno prese a Belluno oppure, come al solito, a Treviso, Padova o Venezia, così come debbono dire quale sarà il destino del Veneto e se le decisioni sul Veneto verranno prese, come sempre, a Roma o Milano. Debbono dire, ancora, se ritengano che quelli di Bolzano siano privilegi da cancellare e non, invece, obbiettivi e diritti che anche la nostra Provincia deve raggiungere. Debbono indicare quale struttura prevedono per Comuni, Province e Regioni e se tali strutture dovranno ancora dipendere dal centralismo romano – milanese. Debbono dire, inoltre, con quali altri partiti intendano attuare ciò che affermano, dando così, agli elettori la possibilità di controllare se i programmi degli alleati dichiarati, coincidano con le varie loro affermazioni. Siamo infatti stufi di vedere le “armate Brancaleone” che non possono attuare nulla di ciò che hanno promesso, perché all’interno del loro schieramento ognuno la pensa in maniera diametralmente opposta all’altro.

Scriviamo, quindi, queste premesse con i seguenti due presupposti :

1) Invitare gli elettori a richiamare eventuali rappresentanti del PAB che esercitassero il proprio mandato in maniera incoerente con il presente documento ;

2) Invitare gli elettori a conservare questo documento perché siamo fermamente convinti che i temi in esso trattati, quali INDIPENDENZA, REVISIONE INTEGRALE DELL’ ARCHITETTURA ISTITUZIONALE, LIBERO STATO del VENETO INDIPENDENTE e FEDERALE impostato su SETTE REGIONI AUTONOME con CAPITALE dello STATO A ROTAZIONE ed ELEZIONI UNICHE per i SINDACI e con TUTTI GLI ALTRI ORDINAMENTI DI GOVERNO DI SECONDO LIVELLO, ancorchè oggi possano apparire fuori luogo o fuori tempo o fuori dalla realtà, entro un tempo incredibilmente breve, potrebbero diventare i temi centrali della politica in generale, come lo sono stati Autonomia e Federalismo i quali, sino a pochi anni orsono, venivano liquidati con un sorrisino ironico, magari proprio da chi oggi si dichiara “Autonomista da sempre”.

COSA VOGLIAMO

Pensato nel 2003, da persone che iniziarono il proprio percorso autonomista, federalista ed indipendentista agli inizi degli anni “80, il nostro Movimento vede la sua regolare costituzione nel febbraio del 2004.

Il PAB (Provincia Autonoma Belluno), la cui sigla si attaglia bene anche a “PARTITO AUTONOMISTA BELLUNESE”, ha scelto la formula del “Movimento di idee e politica” per sottolineare la supremazia di queste sull’aspetto antropomorfico radicato in quei partiti che si rifanno all’immagine di un leader.

Ottenuto un risultato più che dignitoso sin dal primo appuntamento elettorale (ha sfiorato l’8% alle elezioni provinciali del 2004), con un programma concentrato sul tema PROVINCIA AUTONOMA, il PAB ha rappresentato il primo e, sinora unico, movimento provinciale ad aver espresso nel proprio progetto la volontà di collocare la prerogativa dell’Autonomia provinciale all’interno di un ripensamento dell’intera architettura istituzionale dello Stato uscendo, così, anche dai confini bellunesi .

Il PAB, pur affrontando con serietà e determinazione i problemi morali, per i quali non ammette deroghe, respinge ogni definizione o etichetta ideologica che dovesse eventualmente essergli assegnata. Ai propri simpatizzanti ed elettori il nostro Movimento chiede di non dividersi su argomenti di natura ideologica (destra o sinistra) o di fede (credenti o non credenti) o etici (eutanasia, procreazione assistita, utilizzo cellule staminali, aborto, etc..) perché qualsiasi dibattito su temi non inerenti al nostro obbiettivo (che è, squisitamente, politico-istituzionale), porterebbe alla divisione interna ed alla perdita di consenso esterno. Ad ognuno viene chiesto di non rinnegare il proprio credo ideologico, religioso o etico, ma solo di concentrarsi, temporaneamente, sull’obbiettivo politico sino al raggiungimento dello stesso. Arrivato al traguardo, il PAB potrà finalmente assumere ulteriori particolari connotati (adeguandosi alla nuova realtà statuale e amministrativa) attraverso una presa di posizione anche su questioni ideologiche o etiche. In tale contesto, quindi, ogni rappresentante del Movimento, come ogni elettore che sino a quel momento gli avrà offerto fiducia, potrà far valere le proprie idee e far sì che il nostro Movimento, in una scelta democratica, possa dare dignità ai diritti di opinione di tutti sulle questioni più svariate.

I promotori del Movimento sono convinti che l’Autonomia (che oggi è divenuto argomento generale di discussione anche grazie alla nostra presenza sul palcoscenico politico locale) sia cosa ben diversa tanto dal localismo, quanto dalla “specificità” così spesso declamata. “Autonomia” è infatti la possibilità di scegliere le azioni necessarie per la gestione del territorio. In regime di “Autonomia”, tali azioni sono elaborate in proprio e non, quindi, determinate da entità politiche superiori.

L’Autonomia è “speciale” quando a tale condizione si aggiunge anche la capacità di emanare le leggi generali ordinarie (come a Bolzano). Ogni altro tipo di Autonomia, non è vera Autonomia, anche se così viene surrettiziamente chiamata. Al sostantivo “Autonomia” non si deve infatti aggiungere alcun aggettivo, perché questo ne limiterebbe la portata. Dire Autonomia “possibile” o Autonomia “forte” o “grande”, sarebbe la proposizione di una Autonomia che, comunque, ha subìto alcune amputazioni che dimostrano l’incompletezza della stessa.

Nell’attuale assetto statuale, l’Autonomia può essere raggiunta solo al termine di un processo legislativo parlamentare .

Quando, invece, parliamo di “specificità” dobbiamo pensare invece al riconoscimento (da parte della Regione o dello Stato) di una diversità territoriale meritevole di attenzioni particolari (es. siccome in montagna c’è freddo, grazie a questa “specificità”, viene concesso uno sconto sulle accise dei combustibili). Nulla di male, quindi, se esiste il riconoscimento di meriti o diritti particolari, ma in Regione Veneto l’introduzione di tale termine nel dibattito politico è stato molto utile ai partiti per ingenerare, strumentalmente, confusione. Per esempio, le “generose” (?!) concessioni talora elargite, sono state spacciate per conquiste autonomiste mentre erano solamente elemosine finalizzate a tacitare lingue e coscienze.

In Consiglio provinciale il PAB ha fatto chiarezza sulla diversità di sostanza tra Autonomia e Specificità, ed ha invitato l’Amministrazione medesima ad affrontare i temi con percorsi distinti (la prima in Parlamento e la seconda in Regione) attraverso l’introduzione del concetto del “doppio binario”. A seguito della presa d’atto della diversità di percorso, il Consiglio Provinciale ha approvato un nostro Ordine del Giorno sull’Autonomia, in cui, per la prima volta nella storia locale, si ufficializzava che un’Istituzione pubblica, importante come la Provincia, auspicava per il nostro territorio pari dignità con Trento e Bolzano.

L’Autonomia però non è tutto, né potrebbe essere altrimenti,perché se non avvengono dei cambiamenti essenziali nella struttura dello Stato, questa rischia di rimanere un puro esercizio intellettuale o, peggio, di ginnastica verbale.

Non è possibile infatti ottenere, in questo assetto statuale ed in questo modello politico-istituzionale, ciò che lo Stato non è in grado di offrire senza rischiare un’implosione.

Ciò che noi chiediamo potrà essere raggiunto unicamente se cambia lo Stato…non se cambia il timoniere dello Stato. E’ necessario iniziare ad esternare un rifiuto ufficiale dello Stato italiano. Siccome il rappresentante dello Stato in Provincia è il Prefetto, il PAB, in Consiglio provinciale, ha coinvolto l’intera Assemblea sul principio della necessità di cancellare le Prefetture perché ritenute Enti inutili. Infatti, oltre all’ingrato ruolo di “controllore politico”, al Prefetto sono delegate una serie di funzioni ( coordinamento sicurezza, servizio elettorale, protezione civile, etc….) che potrebbero tranquillamente essere assunte dalla Provincia in poche ore.

Oggi, come risulta evidente, i “padroni” dello Stato sono i partiti politici e non i cittadini e, quindi, essi, ovviamente, non rinunceranno mai alla propria condizione privilegiata. Di conseguenza, lo Stato (i partiti) non potrà mai accettare che un determinato territorio ottenga il riconoscimento di particolari attribuzioni (ciò non vale per la città di Roma, perché è la “casa” dei partiti, e per il meridione, dove la politica, di fatto, è condizionata pesantemente da organizzazioni che perseguono scopi illeciti e che riescono ad influire sui risultati elettorali). I Partiti non possono perdere il controllo del territorio, soprattutto, se si tratta di un’area che produce ricchezza come la nostra. Pertanto, l’obbiettivo dell’Autonomia per la Provincia di Belluno, particolarmente se a Statuto Speciale, sarà difficilissimo da raggiungere. L’Autonomia rischia di rimanere un’utopia se, quindi, non viene inserita in un disegno di più ampio respiro, mediante il coinvolgimento di altre aree complementari tra loro (es. le altre sei province del Veneto)

Le alternative per realizzare questo disegno sono due:

a) un progetto Autonomista per tutto il Veneto, cosa addirittura ancor più difficile di quella per il solo Bellunese, proprio perché la decisione sarebbe affidata nuovamente allo Stato ( i partiti) che vedrebbe con questa perdere il controllo, non più su una sola provincia, ma addirittura su sette;

b) l’indirizzo indipendentista.

Il processo che potrebbe portare alla costituzione di uno Stato libero ed indipendente del Veneto, paradossalmente, risulta più semplice e veloce di altri. Il vento dell’Indipendenza soffia ormai da tempo in tutto il Mondo e la rivendicazione di libertà dei vari Popoli trova un diffuso consenso internazionale. Si pensi ad esempio al Tibet, ma si pensi anche alla Scozia o alla Catalogna che hanno ottenuto di poter effettuare, entro pochi anni, il referendum per la propria indipendenza al pari di quanto già fatto dalla Groenlandia che è divenuta, recentemente, uno Stato sovrano (staccandosi dalla Danimarca, nel mese di novembre 2008, grazie proprio ad un referendum interno) in un cupo silenzio disinformativo generale.

Al Veneto, che gode della simpatia internazionale, in misura sicuramente maggiore dell’Italia, non mancano le motivazioni per reclamare la propria sovranità. Storia millenaria, economia “ancora”efficiente , numero di abitanti ed estensione di territorio superiori a molti Stati europei, sono elementi che, insieme a quelli giuridici, relativi all’illeggittimità dell’acquisizione delle nostre. terre allo Stato Italiano (difetto assoluto di giurisdizione), giustificano pienamente una richiesta di referendum per l’Indipendenza del Veneto ai competenti Organismi Internazionali con alta probabilità di accoglimento favorevole.

In un momento in cui gli Stati Centrali frenano sulla costituzione di un’ Europa più forte, in quanto i partiti che li governano perderebbero il controllo sul potere e sulle risorse finanziarie interne, si sta aprendo un interessante dibattito sulle tesi contrapposte di Europa degli Stati nazionali o Europa dei Popoli e delle Regioni.

Noi naturalmente siamo per questa seconda ipotesi e, fortunatamente, vi sono molte persone e movimenti politici in tutta Europa che la pensano così. Un buon risultato elettorale alle prossime elezioni provinciali di giugno 2009 e a quelle regionali del 2010, ci legittimerebbe ad approfondire contatti e consensi politici a livello internazionale.

Vi è da tenere nella debita considerazione l’importantissimo fatto che l’Italia ha sottoscritto il “Patto di New York”, con il quale tutti i maggiori Stati del Mondo riconoscevano il “DIRITTO alla AUTODETERMINAZIONE dei POPOLI”. Lo Stato italiano ha inoltre promulgato, a conferma del diritto di cui sopra, la legge 881/77 ribadendo così una implicita, quanto obbligata e, sicuramente, indesiderata, posizione favorevole alla nostra richiesta di indipendenza.

Per tutto quanto sopra, pensiamo che, difficilmente lo Stato italiano potrebbe giustificare ad un qualsiasi tribunale internazionale una propria eventuale opposizione alla richiesta del popolo veneto di potersi esprimere sulla propria libertà e sulla propria capacità di autodeterminarsi e autogovernarsi.

Il Veneto quindi, vincendo il referendum indipendentista, diverrà di certo uno Stato sovrano. Noi aggiungiamo, anche federale perché crediamo ai principi che sono di seguito declinati e che noi consideriamo quale contributo anticipato alla discussione dell’Assemblea Costituente che determinerà la nascita della Nuova Repubblica :

a) eliminazione della centralità dello Stato: Venezia non sarà la capitale dello Stato Veneto, ma unicamente, il luogo in cui avranno sede gli uffici di coordinamento del territorio. Lo Stato Federale del Veneto sarà diviso in sette Regioni Autonome e Belluno sarà la “Regione Autonoma Dolomitica”, divisa in 5 province ordinarie (Belluno, Feltre, Cadore-Comelico, Agordo, Alpago) ed una “speciale”, quella Ladina. Tali Province potranno scegliere di costituirsi in uno o più super-comuni riducendo il numero dei municipi………………………………………………………………………………………….. La capitale dello Stato Veneto sarà, alternativamente, una delle attuali sette città capoluogo di Provincia, a rotazione per ogni quinquennio di legislatura………………………………………………………………………………………………… Anche Belluno avrebbe, quindi, la responsabilità dell’intera Regione/Stato per una legislatura ogni sette ;

b) i presidenti delle 5 +1 province della nostra area saranno indicati dai Sindaci o dai Capi comunità delle relative vallate, con elezione al proprio interno ;

c) il Sindaco sarà l’elemento di riferimento istituzionale per i cittadini. Gli elettori saranno chiamati ad eleggere il proprio Sindaco con una formula diversa dai sistemi imperniati sui partiti e da questi voluti. Le persone che intendono candidarsi alla carica di Sindaco, dovranno possedere appropriata cultura di gestione e dovranno offrire dimostrazione di conoscere l’amministrazione di cui si propongono alla guida. A tal proposito, sei mesi prima delle elezioni dovranno depositare, come atto di indirizzo politico, un bilancio di gestione preventivo, coerente con le intenzioni di programma e congruo alle disponibilità finanziarie del Comune. Per dare indicazione dell’indirizzo politico, dovranno specificare le poste (voci) di bilancio relative al primo anno di gestione ed indicare gli obbiettivi prioritari degli anni successivi con una relazione di natura economico – finanziaria a garanzia della fattibilità degli stessi. Lo stesso candidato, oltre al proprio pensiero sui maggiori temi etici, dovrà anche indicare, a grandi linee, un programma politico relativo a Provincia (in futuro Regione) e Regione (in futuro Stato). Attraverso il programma e le priorità socio-etico-politiche e strutturali, gli elettori saranno in grado, così, di conoscere, di massima, anche l’orientamento ideologico del candidato. Per potersi candidare a Sindaco, ogni persona dovrà corredare la propria documentazione con un determinato numero di firme di cittadini che intendano sostenerne la candidatura ;

d) nei comuni, oltre al Sindaco, i cittadini eleggeranno anche una propria rappresentanza cittadina (Consiglio Comunale), numericamente da definirsi. Tutti i cittadini che avranno raccolto un certo numero di firme a sostegno della propria candidatura potranno candidarsi e dovranno optare se essere inseriti nella lista aperta (che dovrà avere un minimo ma non un massimo di candidati consiglieri), di questo o di quel candidato sindaco sulla scorta della condivisione del suo programma e della sua ideologia. Gli elettori sceglieranno, quindi, in base al profilo del candidato e non più in base all’appartenenza ad un partito. Con questo sistema che non permetterà più ai partiti di selezionare i candidati, i cittadini premieranno con l’elezione al Consiglio Comunale e come Sindaco, le persone maggiormente gradite e non quelle maggiormente gradite all’interno di una lista di partito………………………………………………………………………………………………………………………. I partiti non saranno mai più soggetti elettorali, ma unicamente movimenti d’opinione, sovvenzionati dai propri aderenti e dal 5×1000 che i cittadini vorranno, eventualmente, devolvere a loro favore. I Sindaci, compresi i 5 +1 presidenti di provincia, saranno automaticamente i componenti del Consiglio provinciale (in futuro, regionale) ed eleggeranno il Presidente della Provincia (in futuro, della Regione) e la giunta. I cittadini pagheranno per un’unica elezione e gli eletti non potranno cumulare indennità. Le scelte per la gestione del territorio non saranno più mediate dai partiti, ma direttamente dai sindaci e, per garantire al meglio tale gestione, verranno riservate e garantite delle quote di partecipazione nei Consigli comunali e provinciali della Regione Dolomitica, agli istituti Regolieri e ai Gruppi Ladini riconosciuti, ove presenti con un minimo di x% sulla popolazione di residenza storica. Maggioranza ed opposizione saranno determinate dalle percentuali di voto ma al candidato sindaco vincente sarà riservata una quota premio di maggioranza che gli permetterà di avere il x% dei consiglieri.

e) il Parlamento dello Stato Veneto sarà mono-camerale e composto da un centinaio di Sindaci nominati all’interno dei consigli provinciali (in futuro regionali). Al parlamentare rimane la sola indennità di carica di Sindaco a cui potrà essere sommato solo il rimborso spese e l’eventuale gettone presenza.

f) il Governo dello Stato Veneto sarà composto solo da 7 ministri (contro i 12 assessori regionali di oggi). Saranno ministri i 7 Presidenti delle Province. Al ministro rimane la sola indennità di carica di Presidente di provincia (in futuro di Regione) a cui potrà essere sommato solo il rimborso spese e l’eventuale gettone presenza. QUESTO E’ UN PRINCIPIO FONDAMENTALE PERCHE’ PONE AL GOVERNO LA RAPPRESENTANZA TERRITORIALE E NON PIU’ QUELLA IDEOLOGICA. Gli interessi dei territori diverranno prioritari rispetto a quelli ideologici o di partito e le mediazioni saranno relative a necessità delle singole zone e non più delle varie segreterie politiche (tale principio è già attuato con i semestri di presidenza sia nell’Unione Europea e sia in Trentino Alto Adige dove per sei mesi è presidente della Regione il Presidente di Trento e per sei mesi quello di Bolzano).Chi governa, in pratica, sapendo che dopo 6 mesi gli subentrerà il rappresentante di un altro territorio, NON potrà più ignorare gli interessi e le necessità degli altri per non subire reazioni future contrarie ;

g) il capo del Governo sarà nominato a rotazione tra i 7 ministri;

h) il Capo dello Stato sarà eletto dalla Assemblea Generale di tutti i Sindaci del Veneto, durerà in carica 5 anni e non sarà rieleggibile. (funzioni e competenze di Presidente del Governo e Presidente dello Stato saranno definite dalla futura Assemblea Costituente);

i) il meccanismo per regolare la spesa pubblica sarà individuato nelle camere di compensazione finanziarie regionali come avviene già in Germania e in Belgio. In tal maniera, la spesa pubblica vedrà finalmente attuati i principi di scelta, di approvazione e di controllo;

j) nei comuni dove il Sindaco andrà ad assumere incarichi superiori, le sue mansioni saranno svolte, in sua assenza, da un pro sindaco da lui indicato tra i consiglieri comunali;

k) nelle province (in futuro regioni), in assenza del Presidente, le sue mansioni saranno svolte “pro-tempore”da altro componente del Consiglio da lui indicato all’interno del Consiglio medesimo;

l) i piccoli comuni saranno incentivati nella loro ricerca di sintesi e di accorpamento, fermo restando che, almeno, il Sindaco (senza Giunta e senza Consiglio) ed i servizi indispensabili al cittadino rimarranno nel territorio di pertinenza;

m) per quanto riguarda le Comunità Montane, esse vanno riviste in chiave di essenzialità. Debbono tornare essere lo strumento di vallata per il coordinamento dei servizi sul territorio (funzione per la quale erano nate). Debbono abbandonare, quindi, definitivamente, la configurazione di carrozzone politico che, in molti casi, hanno indebitamente assunto. Niente più assessori e presidenti, ma solo funzionari ed esecutori tecnici al servizio del collegio dei sindaci di vallata relativi.

SINTESI

I cittadini del Veneto saranno chiamati alle urne, oltre che per eventuali referendum, SOLTANTO UNA VOLTA ogni 5 anni. Tutte le altre nomine ed elezioni saranno di secondo livello ed effettuate, quindi, da quelle stesse persone a cui essi stessi hanno rivolto il proprio consenso e la propria fiducia. Tutti i soggetti che andranno a ricoprire incarichi di responsabilità avranno, pertanto, ricevuto una precisa delega direttamente dai cittadini elettori o da soggetti, comunque, da questi delegati. Il tutto, quindi, con un risparmio finanziario incalcolabile ed una stabilità di Governo unica.

Proprio perché chiamati unicamente ad eleggere il Consiglio comunale ed il Sindaco, i cittadini, nella scelta dei propri candidati, con senso di grande responsabilità, dovranno indicare persone in grado di ricoprire anche incarichi superiori a quello di Sindaco ovvero che dovranno avere il compito di scegliere chi potrebbe ricoprire detti incarichi al posto loro.

Nessun partito sarà mai d’accordo con tali proposte anche se sono totalmente attuabili. Peraltro, alcune di tali proposte sono già in essere in Paesi come il Belgio e la Germania, e, addirittura, anche in Italia, in regioni come il Trentino Alto Adige (rotazione della presidenza) oppure in entità internazionali come l’Unione Europea. I partiti, attraverso i presupposti da noi anticipati, perderebbero, infatti, tutto il potere e la possibilità di determinare “careghe” e “careghete”. Mancando, con le nostre proposte, grandi stipendi da spartirsi , la politica sarebbe svolta, finalmente, da persone con l’interesse del bene pubblico quale obbiettivo prioritario.

E’ importante che il consenso dei cittadini su questo programma giunga senza attendere il coinvolgimento dei partiti i quali potrebbero fingere di essere d’accordo (e, di certo lo faranno) ma, unicamente, per appropriarsi dell’iniziativa al fine di prolungarne i tempi di attuazione sino allo sfinimento ed alla rinuncia al progetto, come hanno già fatto con le varie poste di autonomia e federalismo. Non aspettiamoci, quindi, da loro, sostegno vero.