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Spazio di Casso al Vajont. Venerdì 7 agosto alle 17:30 via alle nuove mostre

Spazio di Casso al Vajont

Venerdì 7 agosto 2020, allo Spazio di Casso al Vajont si inaugurano le mostre personali di Caterina Erica Shanta e Catia Schievano, dedicate a Tempesta Vaia e alla storia dei brand connessi all’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore. Prometheus Food Lab porta l’edibile su Vaia. E poi i suoni sperimentali di Fabrizio De Bon con Sŭāsum.

La Tempesta – mostra personale di Caterina Erica Shanta
Miele – mostra personale di Catia Schievano

a cura di Gianluca D’Incà Levis

Nuovo Spazio di Casso (Casso, Pn)
7 agosto / 20 settembre 2020

Opening venerdì 7 agosto:

ore 17.30: inaugurazione
ore 18.30: Sei scemo o mangi sassi, divagazione edibile a cura di Prometheus Food Lab Lorenzo Barbaretti di Prun
ore 19.00: Fabrizio De Bon (Sŭāsum), The Shape of Wind to Come

Venerdì 7 agosto 2020 riapre lo Spazio di Casso al Vajont, con le mostre personali di due giovani artiste, Caterina Erica Shanta (La Tempesta) e Catia Schievano (Miele).
Entrambe le esposizioni sono a cura di Gianluca D’Incà Levis.

La Tempesta incrocia due storie d’acqua distruttive: Tempesta Vaia, sulla quale, già nel 2019, Dolomiti Contemporanee ha avviato Cantieredivaia -un progetto di ricerca che ha già visto all’opera quindici artisti- e l’alluvione del ’66 a Firenze.

Miele si origina invece dall’ex Villaggio Eni di Corte di Cadore, dove dal 2014 è attiva la piattaforma di rigenerazione di Progettoborca. Un viaggio nella storia dei brand delle aziende dell’epoca, che contribuirono alla costruzione di questo sito, così importante nel passato – e, ci si augura, anche nel futuro.

Nel corso dell’inaugurazione, Lorenzo Barbasetti di Prun, cuoco e designer, fondatore di Prometheus Open Food Lab, proporrà una divagazione edibile, dal titolo Sei scemo o mangi sassi, impiattando inaspettati materiali selvatici e duri, raccolti nel territorio.

Mentre Fabrizio De Bon, musicista sperimentale, proporrà una performance dal titolo The Shape of Wind to Come, con i suoni drone/ambient del progetto Sŭāsum, ricavati da macchinari acustici costruiti a mano.

Caterina Erica Shanta – La Tempesta
Materia e memoria
Nelle prime interviste su Tempesta Vaia (fine ottobre 2018) circolate alla televisione italiana, c’erano volti di persone sconvolte dall’eccezionalità del fenomeno e dalla distruzione inaspettata che esso ha portato.
Nell’immaginario collettivo degli intervistati, il riferimento più frequente è stato quello all’alluvione che, nel novembre del 1966, colpì il settentrione, dalla Toscana fino al Friuli.
Allora non fu il vento impetuoso, il protagonista, ma l’acqua e il fango, milioni di metri-cubi che inondarono e sommersero diverse città e paesi, inclusa Firenze e la piccola Borca di Cadore.
Più persone han raccontato che, appena usciti di casa la mattina del 29 ottobre 2018, la sensazione è stata quella di trovarsi in un paese dov’era appena passata la guerra. Una suggestione radicata che rivela una spaccatura, una fragilità e una frattura nel pensiero.
È una faglia che attraversa il tempo e sposta l’ambiente dal fondale al centro della narrazione.
È un racconto che rievoca mostri e mitologie, trasformando in altro ciò che non risulta immediatamente comprensibile, in virtù di un peso smodato, che rende difficile una
commisurazione diretta, una reazione proporzionata.

Geografie temporali: milioni di alberi caduti, milioni di libri perduti
Nel 2019 l’Accademia di Belle Arti di Firenze – che nel ’66 divenne rifugio per migliaia di sfollati dell’alluvione – ha svuotato, dopo 53 anni, le cantine dal fango refluo solidificato
del fiume Arno, esondato all’epoca.
Le cantine si pongono ne La Tempesta come un calco, un rifugio cronologico di ciò che accadde là sotto, venendo a costituire un micro mondo dal quale leggere la città, e forse uno spazio più ampio di essa.
Gli scavi condotti nelle cantine hanno riportato alla luce un numero della rivista Tempo, che aggiornava i lettori con inchieste su temi allora d’attualità: la denatalità, il boom economico, l’omicidio Kennedy, e così via.
La parte superiore della rivista è scomparsa, svanita; completamente marcita e decomposta, essa propone ora una visione di soli pedici e piedi, che potrebbero ricordare gli apparati radicali degli alberi schiantati o i resti dei gessi alluvionati.
È una visione parziale, frammentaria e ribaltata, per una sorta di scavo archeologico.
Allo stesso modo gli alberi schiantati da Vaia si pongono come enorme archivio a cielo aperto in divenire, leggibile nelle stratificazioni di altra vita che si perpetua. Le necromasse
nutrono il nuovo bosco, già in fase di rinnovazione.
Ecco il mondo che prende ad esistere dopo La Tempesta.
L’archivio così generato, è composto da legno, carta, fango e immondizia. Esso costituisce una sorta di ecosistema critico, che conserva nelle muffe la propria vitalità insieme ad altra vita insettivora.
Accade così ad esempio che il Bostrico dell’abete rosso, insetto xilofago detto tipografo, riscriva la sua storia nel corpo morto del legno, dove prende di proliferare: scava gallerie e tracciato, asporta materiale, costruisce nuove strutture e architetture cunicolari.

Bosco Coetaneo
E’ detto bosco coetaneo quello nato, o piantato, nello stesso arco di tempo.
La foresta cresce, e gli alberi hanno tutti la stessa età, lo stesso numero di anelli che si possono contare oltre la corteccia.
Durante la Prima Guerra Mondiale, le montagne alpine furono disboscate per produrre legna da ardere, costruire trincee, effettuare lavori di manutenzione, per trasportare l’artiglieria sulle cime o semplicemente a causa di esplosioni o incendi. Ecco perché, nel
dopoguerra, seguì la “grande piantumazione” del bosco coetaneo.
Con Vaia altri dieci milioni di alberi alberi sono andati giù, si reitera una memoria atavica e terrificante, che fabbrica immaginari e mostri assordanti.

Frammentazione
La frammentazione del suolo è causata dalle attività umane, e viene accelerata dal cambiamento climatico: con l’innalzamento delle temperatura, con i terreni impoveriti dalle intense piogge – oltre che da agenti chimici inquinanti che rendono sterili i terreni – con fenomeni meteorologici eccezionali capaci di abbattere intere foreste.
La frammentazione del suolo è conseguenza dell’isolamento e della settorializzazione delle attività umane, che includono anche le pratiche di salvaguardia, che disconnettono ed isolano gli habitat.
Tale frammentazione, di suolo e di specie animali, può divenire terreno fertile per altre attività microbiche, che intensificano il fenomeno dello “spill-over”, ossia il salto di specie ad azione di virus e batteri. Co-evoluzione, frammentazione e destrutturazione del suolo, spingono virus e batteri a volare, ad adattarsi per sopravvivere e cercare nuovi habitat.

Il film La Tempesta (2019) è stato co-prodotto da Accademia di Belle Arti di Firenze, PAV – Parco Arte Vivente, Dolomiti Contemporanee.
La mostra La Tempesta (2020) è stata prodotta da Dolomiti Contemporanee.
La Tempesta si inserisce in Cantieredivaia, il progetto di ricerca che Dolomiti Contemporanee ha avviato a seguito di Tempesta Vaia nel 2019.

 

Catia Schievano – Miele

Dal 2018, Catia Schievano lavora alle impronte minerali nella Colonia dell’ex Villaggio Eni di Corte di Cadore. Nel suo spazio-laboratorio riguadagnato, nell’ex palazzina degli alloggi dei dirigenti, riprocessa sedimenti della storia e della foresta.
Fuori gli abeti rossi, e però fuori-fatti da Vaia.
Dentro, nella Colonia-labirinto, una foresta di icone. Sono i loghi delle aziende numerose che, insieme a Enrico Mattei e Edoardo Gellner, realizzarono il sensazionale welfare alpino de Borcia.
Eccoli qua dunque, i loghi ripresi.
Miele realizzò la sua prima lavatrice nel 1900.
Nelle ex lavanderie di Corte, ne abbiamo una grande, multicestello, che par la
Sojuz (sempre, qua in DC, mentre gli altri stanno a tavola, si risplorora lo spazio).
Poi c’è una manichetta: e infatti questa mostra avrebbe potuto chiamarsi Cobra.
E invece no, ma non per preferir dolcezza a serpente: per un tatto.
E così via.

Impronte minerali #1 (2018)
Il mio processo di ricerca nasce da una sperimentazione iniziale con la carta Repap di Paper& People (è una carta realizzata con la pietra, e non con la cellulosa, n.d.r.).
La sua composizione minerale, l’esser ricavata dalla pietra, mi ha permesso di sfregare la carta attraverso la tecnica del frottage su qualsiasi elemento architettonico, industriale o vegetale presente nella Colonia.
A questo punto, la carta morbida, liscia e resistente, non è altro che la montagna stessa, sulla quale le impronte del territorio circostante descrivono mappe e pongon firma.
Oggi la Colonia, dentro e fuori, è luogo in cui si fa esperienza di un passato esploso, che assorbe il silenzio e la solitudine degli elementi inanimati e compiuti (l’architettura
di Gellner), contrapposti a quelli viventi e variabili della rigogliosa flora del bosco che la circonda (anch’essa natura, progettata da Gellner).
Se la trasposizione individua e fonde insieme, sulla stessa superficie, le due anime, apparentemente contrapposte e fondamentali, di Villaggio e Colonia, la ricomposizione ne da una nuova lettura, ponendo l’accento sull’importanza della loro relazione.

Impronte minerali #2 (2019)
Dopo aver impresso sulla cartaroccia Repap di Paper & People gli elementi dei due immani corpi organici integrati di Borca (il complesso del Villaggio e della Colonia e il bosco naturato da Edoardo Gellner), ho dedicato attenzione ai loghi e ai prototipi delle industrie che mettevano in moto la grande macchina organico-sociale della Colonia, selezionando quelli che nella forma o nella parola avessero come relazione principale quella con la natura (anch’essa fenomeno qui strutturalmente organizzato dove le forze si manifestano).

I primi frottage eseguiti imprimono sulla carta il logotipo della lavatrice Mìele (azienda tedesca di elettrodomestici fondata in Germania nel 1899), il pittogramma di un cristallo di neve dei frigoriferi dell’Agipgas (azienda dell’Eni fondata da Mattei nel 1953) e la trama a fori circolari dei termosifoni presenti nei corridoi e in quasi tutte le stanze della Colonia, quasi-icone di uno spazio. Tra logo e disegno si compone una duplice immagine: natura e industria si incontrano sulla stessa superficie, sono un binomio che si confonde e si scambia significato attraverso lo stesso disegno geometrico di cui entrambe, originariamente, son fatte.

 

Lorenzo Barbasetti di Prun / Prometheus Open Food Lab – Sei scemo o mangi sassi

Sei scemo o mangi sassi. E’ modo di dire, tranello retorico popolare. Espresso in forma interrogativa suggerisce un’impossibile dialettica, in cui vige l’indistricabile identità tra i due principi. Inchiodando lo scemo al suo stato di inetto, incapace di aderire al contesto, vittima delle trappole di un linguaggio malizioso.
Qui invece è manchevole colui che i sassi non li mangi, che non sia in grado di dissezionare il paesaggio che lo circonda anche per mezzo delle arcate dentali. L’azione meccanica che prelude a quella enzimatica che processa. La scelta di introiettare o meno definisce strutture e gerarchie di senso.
Colui che mangia i sassi è quindi colui che dispone degli strumenti per leggere ed interpretare un paesaggio che radichi tra le pietre.
Zuppa di sassi.
Ispirata ad un leggendario piatto livornese della miseria, la divagazione edibile proposta traduce alcuni insospettabili protagonisti del paesaggio in pietanza.
Riattivati da Tempesta Vaia che ha scompaginato gli appunti di un esile dizionario edibile, sassi, cortecce, apparati radicali, muschi e licheni, frutti ed erbe ripopolano un linguaggio di elementi minimi di senso. Entrano a far parte di un potenziale patrimonio linguistico.

 

Fabrizio De Bon / Sŭāsum – The Shape of Wind to Come

Sŭāsum è un progetto lanciato nel 2016 dal duo Fabrizio De Bon e Laura Bacchetti.

Il sound è quello del drone/ambient, con un tocco sperimentale e ritualistico: sintetizzatori cupi, macchinari acustici costruiti a mano, field recording processato e manipolazione del suono in tempo reale sono i principali ingredienti dell’atmosfera creata da Sŭāsum.
Un viaggio attraverso fuliggine densa e cerimonie antiche.

Due le pubblicazioni disponibili, apparse su Toxic Industries, edizione speciale in cassetta e cdr.
Nonostante sia una collaborazione relativamente recente, il duo ha già preso parte a diverse performance in Italia, Thailandia, Myanmar e Brasile. Sono al momento in lavorazione nuove registrazioni e performance.

Field recording
Un altro degli interessi musicali del Fabrizio è il field recording.
Ha costruito due antenne che catturano VLF, ed ha poi proseguito con la
documentazione dei campi elettromagnetici (non udibili dall’orecchio umano) di
diversi spazi.
Il suo lavoro, pubblicato sotto il proprio nome, è stato presentato durante due
workshop alle Università Chiang Mai e Phayao (Thalandia).
Un altro, invece, centrato su musica noise e strumenti fai-da-te di base, si è svolto alla Myanm/art gallery (Miyanmar) ed alla Universidade do Estado de Minas
Gerais (Brasile).
Ha preso parte al workshop di Bernard Fort focalizzato sull’ornitologia e sulle varie tecniche usate per ricreare paesaggi sonori utilizzando diversi tipi di microfoni/attrezzature.
A Casso, Fabrizio porta La forma del vento che verrà.

 

Le mostre e gli eventi si realizzano all’interno del programma dei Dolomiti Days, in collaborazione con Regione Friuli Venezia Giulia, Fondazione Dolomiti Unesco, Comune di Erto e Casso.

Si ringrazia: Progettoborca, Centro Studi per l’Ambiente Alpino di San Vito di Cadore (Tommaso Anfodillo, Raffaella Di Bona, Roberto Menardi), Impresa Olivotto Ospitale di Cadore.
Acqua Dolomia, Unterberger Speck del Cadore, Lattebusche, Birra Dolomiti, Panificio Marcon.

Info

www.dolomiticontemporanee.net
info@dolomiticontemporanee.net

Orari d’apertura delle mostre:
agosto: dal martedì alla domenica, 10.00-12.30 e 14.30-18.30
settembre: dal mercoledì alla domenica,10.00-12.30 e 14.30-18.30 (o, per gruppi e scuole, da concordare su prenotazione).

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