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venerdì, Luglio 10, 2020
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Da Belluno a Sanremo in mountain bike. Diario di viaggio di Vignazia e Scarella

Luca Vignazia e Simone Scarella

Mentre guadagnavo il passo della Cisa, che con i suoi 1041 metri di quota permette di scavalcare l’Appennino Tosco Emiliano, riflettevo sul perché fossi in quel posto, in bicicletta. Simone era pochi metri davanti: era un momento di battaglia individuale, contro un vento fortissimo e “rafficoso”, urlato contro di noi da nuvole nere e muscolose, pronte a trasformarsi in pioggia e fulmini.

“Bisogna trovare piacere nella sofferenza” mi aveva detto poco prima Simone, in un momento di scambio di parole, permesso dal calare del vento.

In realtà quando viaggi in bicicletta cerchi un’emozione fisica, che anche se pungente, ti coinvolga e ti distragga dalla quotidianità. La casa, da dove parti, non si allontana solo fisicamente, chilometro dopo chilometro. Anche dentro si affievolisce: le priorità divengono altre. Ci sarà il temporale? Dove andiamo a dormire? Dove ci fermiamo a mangiare?

Da Belluno a Mantova, nonostante gli oltre 230 km, è stata quasi una passeggiata, col tempo buono e su di un percorso in parte noto. Il secondo giorno, da Mantova a Podenzana, il meteo incattivito ci ha formato per i giorni successivi: ci ha permesso di riflettere sui perché, faticando verso il passo della Cisa: dopo eravamo pronti a tutto. Poi la fortuna è stata dalla nostra parte e il sole ci ha accompagnato, con intermittenza, durante le altre 5 tappe con un’importante eccezione, fatta da 4 ore di diluvio, affrontate a testa bassa – vietato fermarsi per non raffreddarsi – e rese sostenibili dall’immancabile buonumore.

Il buonumore e le persone che si incontrano durante il tragitto fanno la differenza.

Annamaria e suo marito Franco sono quel tipo di persone che ti cambiano la giornata, in meglio, anche se è andato tutto benissimo. L’avevamo già capito quando, da un crinale dell’Alta Via dei Monti Liguri, li avevamo chiamati per sapere se il ristorante che gestiscono al passo del Bocco fosse aperto: “Vi aspettiamo, se ci fossero problemi fateci sapere”. Che bello, ci aspettano. Problemi non ce ne sono stati, nonostante i 60 km di sterrati e fango e gli oltre 2000 metri di salite e discese che ci separavano dal passo.

Quando siamo arrivati avevamo su di noi e sulle nostre biciclette i segni della giornata: il fango, il sudore e l’odore dell’avventura.

Ci hanno accolto col sorriso e, viste le pessime previsioni meteo per la notte – allerta arancione – alla nostra richiesta di un riparo, ci hanno offerto il loro garage di casa per dormire, dove abbiamo potuto anche lavarci alla meglio.

Entrati nel locale per cena, abbiamo visto che era vuoto e che, veramente, ci avevano aspettato: il ristorante questa sera era aperto solo per noi: ci hanno acceso la stufa e poi ci hanno coccolato con un’ottima cucina casalinga, fatta con ingredienti genuini e con vera passione, elementi fondamentali per smaltire i 100 chilometri e i 3000 metri di dislivello della giornata.

Il giorno successivo, Claudio, che ha disegnato con intelligenza ed equilibrio il tracciato dell’Alta Via dei Monti Liguri, non è stato da meno. L’avevamo contattato prima di partire per avere la traccia e qualche informazione ed è stato un piacere trovarlo a Pietralavezzara: ci è venuto incontro per portarci a casa sua, dove ha aperto un b&b: un luogo tranquillo, da dove potevamo vedere la salita che ci attendeva ma che, con la pancia piena dalle uova strapazzate e dall’abbondante caffè che ci ha voluto offrire, abbiamo affrontato senza paura.

Abbiamo quindi raggiunto Montoggio, dove abbiamo piantato la tenda, con facilità: quelle uova condite con una chiacchierata in amicizia, hanno fatto la differenza.

Poi è arrivato il giorno del grande acquazzone: 4 ore di diluvio che ci hanno privato di qualche panorama ma non ci hanno impedito di scherzare e di andare avanti, fradici, fino al piccolo paese di Bardineto dove la buona sorte ha preso la forma di Oddone e del suo agriturismo, di cui avevamo veramente bisogno per rigenerarci.

Anche perché la tappa che avremo affrontato il giorno dopo sarebbe stata l’ultima: una lunga pedalata su sterrato, con oltre 3600 metri di dislivello, con tratti in cui è stato necessario spingere la bici e con una picchiata finale sulla terribile “tagliafuoco” che porta a Sanremo. Poi la foto di fine tour, a pochi metri dal mare, sulla fontana adornata di quei fiori che hanno reso famosa la cittadina ligure. La degna conclusione di un viaggio bellissimo, durante il quale abbiamo dimenticato tutto, perché, come detto, le priorità si rovesciano e gli schemi si rompono: si assapora un’altra dimensione di cui diventa difficile, poi, fare a meno.

Luca Vignazia

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