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Little Bighorn, 25 giugno 1876. La storia del conte bellunese Carlo di Rudio che 144 anni fa combatté con Custer * di Pietro Bonenti

Carlo di Rudio

Quel fatidico 25 giugno 1876 di 144 anni fa, presso il fiume Little Bighorn, in quell’angolo sperduto del territorio del Montana (USA), avvenne una delle battaglie più dibattute e rievocate della storia degli Stati Uniti d’America, con la sconfitta del 7° Cavalleggeri, il leggendario reggimento capitanato dal tenente colonnello George Amstrong Custer, per mano dei nativi d’America delle tribù: Sioux, Oglala, Cheyenne, Arapaho, alla cui guida dei valorosi capi, Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Gal, e Due Lune; fu concepito come un inevitabile scontro di civiltà proprio nell’anno del primo centenario del Indipendence Day.
Nella epica e sanguinosa battaglia, parteciparono e miracolosamente si salvarono anche alcuni italiani emigrati in America a metà dell’ ‘800, il personaggio più significativo fu senz’altro il bellunese Carlo Camillo di Rudio (In alcuni documenti DeRudio, o semplicemente Rudio. ndr) che in quel contesto, ufficiale comandante di squadrone, affiancava il maggiore Marcus Reno a seguito e sotto il comando di Custer.

Villa Rudio a Cusighe (Belluno)

Ma chi era questo Rudio:
Facciamo un passo indietro, quando si parla di Risorgimento, si è soliti riferirsi a Cavour, Garibaldi, Mazzini, e Vittorio Emanuele, ignorando numerosi altri personaggi minori, ritenuti erroneamente come tali, che popolarono il teatro storico e politico italiano dal 1848 al 1866.
Il “dimenticato” conte Carlo Camillo di Rudio appartiene sicuramente a questa schiera, la sua esistenza di svolse in due fasi e fra due continenti diversi.
Carlo di Rudio nasce a Belluno il 26 agosto del 1832 dal conte Ercole Placido di Rudio e dalla nobildonna Elisabetta De Domini, terzogenito dopo Luigia e Achille, seguito poi da Giustiniano, soprannominato “Moretto” dai paesani di Cusighe per la carnagione e i capelli neri, fu visto fin da piccolo come un “monello” per il suo carattere irrequieto e sanguigno, pronto a venire alle mani, amava la vita all’aria aperta nel parco della villa paterna ai piedi del monte Serva tra corse per prati e boschi e bagni nelle acque fredde del torrente Ardo e fiume Piave.
La prima fase della sua vita lo vide come cadetto austriaco con il fratello Achille, poi patriota mazziniano, difensore di Venezia con Pier Fortunato Calvi e della Repubblica Romana con Mazzini e Garibaldi, poi ancora esule in Gran Bretagna; la seconda fase invece combattente in America nella Guerra di Secessione, ufficiale di cavalleria nelle campagne contro gli indiani e al Little Bighorn con Custer, per concludere i suoi giorni alla veneranda età di 78 anni per malattia nella dorata California circondato dagli affetti dei suoi cari.
Un momento molto cruciale della sua vita, è stato senza dubbio a metà tra le due fasi ed include la sua partecipazione alla congiura contro l’imperatore francese Napoleone III a Parigi, con la condanna alla ghigliottina, la commutazione della pena, la deportazione alla Cayenna nella Guyana Francese, l’avventurosa fuga dall’Isola del Diavolo, che avrebbe poi reso celebre un secolo dopo il film Papillon.
Chi era dunque di Rudio? Un patriota, un avventuriero, un bombarolo? Forse tutte e nessuna di queste ipotesi, sicuramente fu un personaggio molto ardimentoso pur avendo avuto dei cambiamenti politico/ideologici, non rari nel periodo risorgimentale, fu un rilevante e peculiare protagonista, nonché testimone reale, della storia d’Europa e dell’America, incredibilmente favorito dalla sorte nelle sue inverosimili peripezie.
Giunto in America il mese di febbraio del 1864, da questo momento inizia la sua seconda vita, tramite l’aiuto economico e le raccomandazioni del Mazzini, si fece registrare dalle autorità statunitensi come Charles C. De Rudio, e venne arruolato nell’esercito nordista proprio mentre divampava la Guerra di Secessione; uscito incolume e distintosi per meriti militari, venne promosso sottotenente di plotone di truppe di colore.

E veniamo a quel fatidico 25 giugno del 1876:
Il piano operativo del generale Sheridan, comandante in Capo dell’Esercito degli Stati Uniti prevedeva un azione a tenaglia contro gli “indiani ostili”, la colonna del generale Terry con Custer ed il “Nostro” sarebbe partita da Fort Lincoln Nord Dakota in direzione ovest, il generale Crook da Fort Fetterman nel Wyoming e il generale Gibbon da Fort Ellis nel Montana; 3 colonne con circa un totale di 3000 uomini dovevano convergere nell’area frequentata da Toro Seduto e Cavallo Pazzo nel Montana sud/orientale. Secondo le stime dell’Indian Bureau gli ostili non superavano il numero di un migliaio di guerrieri.
La colonna Dakota di Terry con il suo 7° cavalleggeri di Custer, con il Rudio, si mosse da Fort Lincoln il 17 maggio, 12 squadroni più la banda di reggimento con il capo-musica il Piemontese Felice Vinatieri all’inno di Garry Owen, con scout Arikara per un totale di 750 uomini; la maggior parte immigrati europei, degli italiani, che a fatica riuscivano per lingue diverse a capirsi tra loro, armati con carabine a retrocarica Springfild, pistole Colt 45 e sciabole che poi sarebbero rimaste al campo base sullo Yelloston con il generale Terry; In più c’erano 3 Compagnie di fanteria con mitragliatrici Gatering, 200 carri logistici con altrettanti mulattieri, dei giornalisti e altro personale civile di supporto.
Rudio, promosso da poco tenente a Fort Lincoln, gli spettava il comando dello Squadrone “E”; Custer glielo nega non avendolo in simpatia, e lo assegna invece allo Squadrone “A” con il maggiore Marcus Reno, questo cambiamento salverà Rudio da morte certa, non avendolo voluto con lui al suo seguito perché appunto inviso, il motivo sembra per una bella sciabola con l’elsa decorata che gli fu donata dai suoi subalterni.
Dopo aver risalito il Rosebud e giunto per primo rispetto alle altre colonne in prossimità del presunto accampamento, Custer decise di dividere il reggimento in tre ali, considerato poi dall’inchiesta un grave errore; mentre egli proseguiva verso nord per sferrare l’attacco, diede ordine al maggiore Reno con Rudio di attaccare da sud con tre compagnie, mentre il capitano Benteen, sarebbe rimasto nella retroguardia con le salmerie e rifornimenti.
Guadato il Littlebighorn ben presto Reno e Rudio si accorsero però che il campo indiano era molto più esteso e che gli ostili contrattaccavano ferocemente, dopo che una pallottola lo sfiorò e colpì il cavallo e quindi rimasto appiedato, recuperò il guidone reggimentale e con altri commilitoni si ritirò in una boscaglia riuscendo a resistere e a difendersi fino al giorno successivo, per poi ricongiungersi con il maggiore Reno, il quale nel frattempo si era trincerato su di una collina.
Ancora una volta la fortuna lo risparmiò dalla morte, veramente una fortuna sfacciata che sembrava non doversi esaurire mai.
Nel frattempo Custer avanzando per circa 6 chilometri più a nord, si imbatte in un numero enorme di indiani provenienti dal cuore del villaggio al comando di Cavallo Pazzo, Toro Seduto e Gal, urlanti con il celebre grido di guerra Hoka Hey! (Tradotto in lingua Lakota, significa “Oggi è un buon giorno per morire”) ; resosi conto delle migliaia di indiani che attaccavano e della grande estensione del campo indiano, scrisse frettolosamente il famoso messaggio per il capitano Benteen: (Benteen, corri grande villaggio, porta munizioni, fa presto) che consegnò al trombettiere di giornata Giovanni Martini di Sala Consilina Salerno, egli fu l’ultimo cavalleggero a scambiare parola con Custer, spronato il cavallo il trombettiere ex garibaldino partì al gran galoppo.
Ripiegato sulla collina, Custer con i suoi valorosi resistette in tutto un paio d’ore, fu un bagno di sangue; purtroppo però il messaggio che inviò venne in parte ignorato, dovuto anche al fatto che il capitano Benteen preferì correre in appoggio al maggiore Reno e al Rudio visto il gran numero di ostili che pullulavano urlanti da tutte le parti sulle colline oscurate dal fumo degli spari e dalla polvere.
Finita la battaglia, due giorni dopo, il capitano Benteen con il suo reparto si portò sul luogo della tragedia, anche Rudio ed altri due soldati italiani Giovanni Martini e Augusto Devoto si recarono, ai loro occhi, si presentò il macabro scenario di resti straziati, uomini e cavalli disseminati sui pendii della “Last Stand Hill”, i cadaveri lacerati e le carcasse dei cavalli, alcuni abbattuti dagli stessi soldati per farne riparo, avvolti da un nugolo di mosche e dal fetore aggravato dal calore estivo; Rudio riconobbe numerosi commilitoni, al momento la conta fu di duecentododici morti ammazzati. Il cadavere di “Capelli Gialli, il Figlio della Prima Stella del Mattino” fu rinvenuto in cima la collina, giaceva semisdraiato, nudo, con la schiena appoggiata ai corpi di altri due caduti, l’espressione del viso era serena, due fori di pallottole una sulla tempia sinistra e una sul petto, (i particolari di violenza sul suo corpo, non furono a quel tempo riportati dagli storici per rispetto alla sua amata moglie Elizabeth Bacon); nei pressi il fratello Tom con il ventre trafitto di frecce, più in là l’altro fratello Boston. Parecchi soldati furono scalpati e mutilati dal usuale intervento poi delle donne indiane, considerato nella loro cultura come un rito ancestrale, una specie di profondo significato magico.
Su alcuni cadaveri rinvenuti fu riscontrato un unico foro di proiettile annerito alla tempia, quindi sparato a bruciapelo, evidentemente hanno “obbedito” alla “Legge della Frontiera”: Quando combatti gli indiani tieni l’ultima pallottola per te! Altri corpi furono poi ritrovati più lontano, sul crinale e più giù lungo le rive del tortuoso Littlebighorn, in tutto il totale fu di 267 caduti, le sepolture avvennero sommariamente per mancanza di attrezzi idonei allo scavo di fosse.
Un superstite però c’è stato, Comanche, il cavallo del capitano Myles Keogh, si trovava poco lontano dal suo cavalleggero, pascolava tranquillamente come se nulla fosse accaduto; Comanche divenne poi la mascotte a Fort Lincoln, gli era stato conferito uno statuto speciale per proteggerlo da tutti coloro che volevano strappargli crine e coda come ricordo di superstite; alla sua morte fu imbalsamato ed esposto al Museo di Storia Naturale dell’Università di Lawrence Kansas.
Non v’è dubbio che le cause della sconfitta furono attribuite all’errore di sottovalutazione del nemico e di tattiche sbagliate del controverso Custer, che, in tutta la sua carriera solo in quel contesto però, pagando con la vita, dimostrò di essersi comportato da sprovveduto per auspicio di bramosa vittoria.
Questo George Amstrong Custer alla fine fu considerato un folle incallito sterminatore di indiani, o un eroe che si è sacrificato con il suo pugnace Settimo Cavalleggeri per l’avanzata della civiltà Yankees. Su questo L’America, e non solo, dopo 144 anni, è ancora divisa. La vicenda rimarrà per sempre controversa.
Dopo la fine della campagna militare e l’inchiesta sulla strage nella quale venne ascoltato da una commissione militare di Chicago, l’Old Rudy ottenne un incarico più tranquillo a Fort Meade nel Nord Dakota dove sarebbe rimasto per oltre cinque anni, il suo stato di servizio era sempre stato impeccabile, nonostante l’esercito sapesse del suo oscuro passato in Europa; egli però non partecipò e quindi non si macchiò, dei tre più spietati massacri a danno dei pellerossa compiuti dal esercito degli Stati Uniti, avvenuti prima e dopo il Little Bighorn, a Sand Creek nel 1864, Washita nel 1868 e a Wounded Knee nel 1890.
Si congedò dall’Esercito il 26 agosto 1896, essendo sofferente di asma e con la famiglia si trasferì a Los Angeles e nell’aprile 1904 gli venne conferita la promozione a maggiore di Cavalleria; a questo punto, dopo le infinite peripezie vissute avrebbe potuto vivere da tranquillo pensionato e godersi la famiglia e il clima californiano, invece da uomo risoluto che era sempre stato, aveva in serbo una sorpresa che avrebbe stupito l’opinione pubblica Europea. Ad una richiesta di informazione ricevuta da uno studioso di storia risorgimentale, fece una rivelazione sensazionale. Il giorno dell’attentato a Napoleone III, i congiurati erano 5 e non 4 come si era sempre creduto. Il quinto era nientemeno che Francesco Crispi il quale avrebbe lanciato la terza bomba contro la carrozza di Napoleone III, naturalmente in Italia si scatenò una polemica furibonda perché il Crispi era stato esponente della sinistra storica e presidente del consiglio dell’Italia unificata sotto Umberto I. Ma che motivo avrebbe avuto il Rudio per lanciare una simile accusa esponendosi a nuove peripezie? La domanda rimarrà senza risposta.
Nell’ottobre del 1910 le condizioni di salute del anziano conte si aggravarono improvvisamente, il medico di famiglia l’italiano Sassella Bartolomeo, lo assistette fino all’ultimo giorno con la fedele moglie Eliza, il primogenito Hercules e le tre figlie Italia, Roma, America; spirò il 1° novembre nella sua casa al numero 1839 di New England Avenue a Los Angeles. A causare la morte fu una broncopolmonite acuta, il suo cuore era debole da anni. Il suo corpo venne cremato, poi le ceneri sepolte nel National Cemetery del Presidio a San Francisco antistante la baia con il famoso Golden Gate.
Lì, da allora, una semplice lapide bianca con una croce riporta la dicitura:

CHARLES C. DeRUDIO
Major, 7 th Cavalry
November 1, 1910

Al Little Bighorn Battlefield National Monument, che si trova all’interno del vasto territorio del Crow Indian Reservation nello stato del Montana, per chi arriva, già da lontano può scorgere i monumenti sulla collina dei caduti e le lapidi proprio nel luogo ove caddero giacche blu e pellerossa.
Ad onorare tutti i caduti l’imponente bandiera a stelle e strisce sventolante su di un alto pennone, è a simboleggiare che tutti coloro che quel giorno perirono in battaglia, sono considerati indiscriminatamente dei valorosi, degli eroi, per aver entrambi combattuto, pur da schieramenti contrapposti su suolo americano.

La storia di Carlo Camillo Di Rudio, ai limiti della credibilità, è stata ricostruita accuratamente in vent’anni di ricerche dall’amico antropologo Cesare Marino, siciliano di nascita e veneto di adozione, risiedente in Virginia, con il libro “DAL PIAVE AL LITTLE BIGHORN” pubblicato dall’editore Alessandro Tarantola di Belluno.
Il libro venne presentato a Belluno presso l’auditorium il 13 dicembre del 1996 dal autore accompagnato da Kitty Belle Deernose Crow, curatrice presso il Little Bighorn Battlefield National Monument e da Don Tenoso Sioux Hunkpapa discendente diretto di Toro Seduto.
Va inoltre ricordato che, in occasione del centenario della morte del Rudio il 1° Novembre del 2010 Cesare Marino portò e depose con toccante cerimonia sulla tomba del Rudio, al cimitero del Presidio Militare di San Francisco, il gagliardetto della città di Belluno che gli fu consegnato alla data della presentazione del suo libro. (vedi cerimonia in You Tube Carlo Rudio/Italiani di frontiera).
Aggiungo che, il nome di Carlo Rudio è impresso su di un monumento nel centro della città di Washington, risultando quindi essere figura nota negli States, e con particolare rilevanza presso il Little Bighorn National Monument nello stato del Montana.
Chissà… se la città natale di Carlo Camillo Di Rudio, Belluno, si ricorderà di deporre un giorno o l’altro a ricordo un busto, un erma, o una targa a giusta reminiscenza….
…un giorno, o l’altro…
Pietro Bonenti

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