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venerdì, Giugno 5, 2020
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Psicologia nella pandemia. Intervista alla dottoressa Chiara Forlin

Chiara Forlin, psicologa

Psicologa psicoterapeuta, libero professionista. Chiara Forlin collabora con l’UOSD di Psicologia ospedaliera dell’ospedale San Martino di Belluno dal 2015. Lavora nel territorio con attività clinica, di promozione del benessere e formativa.

Dottoressa Forlin, come si è giunti al coinvolgimento della sua professione di psicologa nell’emergenza covid?

Collaboro dal 2015 con la Psicologia Ospedaliera dell’ospedale di Belluno grazie al contributo della AIL e da ottobre del 2019 con il reparto di rianimazione grazie al contributo di “Belluno Rianima”. Questo ha fatto sì che mi trovassi in prima linea nel momento in cui questa emergenza ha coinvolto il nostro territorio. È stato naturale poter contribuire con la mia professione alla gestione dell’emergenza Covid. Voglio sottolineare però come questo sia stato possibile in modo repentino grazie all’organizzazione introdotta dalla responsabile della psicologia ospedaliera la dottoressa De Biasi. Fin dai primi giorni di marzo ha iniziato ad organizzare un servizio di supporto psicologico dedicato all’emergenza Covid dedicato alle persone positive e in isolamento fiduciario nel territorio, alle persone ricoverate in ambito ospedaliero e ai familiari e, non ultimo, al personale sanitario impegnato in prima linea.

In questi giorni lei è stata in contatto con il personale sanitario della rianimazione di Belluno. Cosa ci può dire al riguardo?

Non è semplice rispondere a questa domanda. Le cose da dire sarebbero molte. Forse il modo migliore è partire da una frase detta da un’infermiera del reparto ad un familiare: “Deve pensare che le nostre mani, quando ci prendiamo cura dei vostri cari, siano le vostre”. Penso che in questa frase così semplice, ma così rassicurante per la persona che è stata a casa senza poter vedere, toccare, entrare in relazione sia con il proprio caro che con il reparto di cura, racchiuda molto di ciò che io ho avuto modo di osservare e condividere con il personale del reparto di rianimazione. La complessità affrontata da tutte le persone che lavorano lì ha riguardato vari livelli: la fatica di affrontare la cura in un reparto con malati affetti dalla stessa malattia, praticamente sconosciuta, e la consapevolezza di avere pochi strumenti noti; il doversi assumere molte volte anche il ruolo, più di ciò che accade abitualmente, di cura relazionale e affettiva della persona ricoverata con la consapevolezza di essere l’unica relazione reale per la persona; la comunicazione di cattive notizie attraverso il telefono, senza la possibilità di entrare in relazione in modo completo con il familiare. Queste sono cose che affaticano, che portano le persone a dover reggere lo stress, la tensione, la fatica fisica e mentale in modo costante. Tutto ciò è stato affrontato e gestito dal gruppo costantemente e le difficoltà che si sono presentate sono state affrontate in modo costruttivo. C’è stata una capacità di saper cogliere quell’aiuto prezioso che può venire aprendosi al confronto con l’altro. Scoprendosi, condividendo dubbi, ansie, stanchezza, cercando strategie, innovazioni di cura. L’equipe, le persone della rianimazione hanno insieme prodotto quella forza necessaria all’unico scopo di salvare le persone dal virus.

Immagino che ci siano stati figli e nipoti di pazienti che in varia misura sono stati emotivamente coinvolti nella pandemia. Come hanno vissuto questa esperienza soprattutto i più piccoli?

I bambini e i ragazzi in questa pandemia si sono trovati a gestire una realtà completamente anomala. Per un bambino o un adolescente, dove la routine fatta di scuola, amici, sport, nonni, rete sociale in genere sono parte integrante del loro percorso di sviluppo cognitivo ed emotivo, è evidente che l’interruzione di questa routine ha portato a una condizione di stress e di perdita di punti di riferimento. Questa situazione viene ancor più amplificata nel momento in cui ci troviamo di fronte a un familiare, nonno, genitore affetto da covid o in isolamento fiduciario. È chiaro che i bambini comprendono in base a quelle che sono le loro mappe mentali e le loro capacità cognitive. Diventa fondamentale che l’adulto si assuma la responsabilità di spiegare e aiutare a comprendere una situazione così anomala che il bambino ha bisogno di poter capire per poterla poi gestire su un piano emotivo. Essere isolati dagli affetti più cari porta con sé una criticità, ma è altrettanto vero che questa criticità può essere affrontata e gestita nel momento in cui si dà modo al bambino di comprendere e di esprimere quello che sta sentendo. Dire ad un bambino o ad un ragazzo andrà tutto bene sicuramente da coraggio, ma è altrettanto vero che rischia di inibire la possibilità di esprimere un proprio disagio. Amo molto una frase che a mio parere spiega bene questo concetto “Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.” (Gilbert Keith Chesterton) Noi adulti dobbiamo accompagnarli in questo processo.

Più in generale, dal suo osservatorio privilegiato, qual è stato l’impatto del lockdown sulla popolazione bellunese? Come hanno reagito le persone costrette a casa con bambini lontani da scuola e limitate occasioni di socializzazione?

È stato evidente un senso civico e un’assunzione di responsabilità da parte della popolazione che dimostra una comprensione reale dell’importanza del sacrificio che è stato chiesto con il lockdown. Niente come questa limitazione della libertà personale, che molte volte diamo per scontata, porta ad un incremento della condizione di stress con conseguenti possibili disturbi del sonno, vissuti ansiosi, alterazioni sul piano umorale. Tutto ciò rischia di essere sottovalutato. Molte volte le persone che abbiamo seguito si sono mostrate spaventate per alcune loro reazioni ansiose, di rabbia oppure di apatia. In realtà sono tutte reazioni normali a una situazione anormale come quella che stiamo vivendo. È importante sottolinearlo per aiutare le persone in quello che in psicologia viene definito ‘processo di normalizzazione’, ossia quello che permette di riconoscere le proprie reazioni emotive come normali. Ciò non toglie il fatto che sia necessario comprendere come gestirle, per non trovarci travolti da queste. Pensiamo all’immagine di una nave in mezzo ad una tempesta: le persone in questa situazione pensano troppo spesso di non essere più al timone di se stessi e di non avere altra scelta che subire le proprie reazioni. Invece la situazione di emergenza è la tempesta e ognuno come persona deve riappropriarsi della guida della propria nave. Essere al timone vuol dire prenderci del tempo per noi stessi con ciò che amiamo fare, pur nelle limitazioni, e ciò che ci aiuta a rilassarci. Condividere con qualcuno quanto sentiamo, senza pensare sia tempo sprecato, ma tempo che invece è necessario per rendere sostenibile dal punto di vista emotivo quanto sta accadendo.

Secondo lei, questa situazione generale prolungata di isolamento sociale potrebbe determinare ricadute o aggravamenti nel quadro delle dipendenze?

Sicuramente la situazione che stiamo vivendo aumenta tale possibilità. L’ambito delle dipendenze è un ambito molto delicato e poliedrico e le cause che possono portare una persona a sviluppare una dipendenza sono molteplici. Sicuramente una caratteristica comune è la condizione di sofferenza individuale. Se pensiamo, ad esempio, ad alcune dipendenze legate al contenimento dell’ansia, visto quanto ci siamo detti finora, è facile pensare che questi soggetti in una condizione di deprivazione e isolamento sociale, possano ricorrere a meccanismi abituali di dipendenza o addirittura aggravarli.
La relazione umana e di cura è un fattore protettivo che in questo periodo sta venendo meno per cui alle persone rischiano di mancare dei punti di riferimento. Questo può portare a peggiorare o ricorrere a vecchi meccanismi seppur riconosciuti come disfunzionali proprio per cercare di alleviare la sofferenza emotiva.
Un ulteriore fattore di rischio da non dimenticare in questo particolare periodo è dato dalle difficoltà economiche che alcune persone stanno vivendo. Sappiamo che in momenti come questi, pensiamo alla crisi economica del 2008, le persone coinvolte possono più facilmente rincorrere soluzioni, come il gioco d’azzardo, nella speranza iniziale di per poter risolvere la situazione e alleviare il senso di fallimento e frustrazione.

E sotto il profilo prettamente psicologico lei ha notato disagi sensibili che potrebbero ripercuotersi e protrarsi in futuro?

Attualmente sono aumentati i disturbi del sonno, sbalzi umorali, disturbi d’ansia, reazioni fobiche. Come detto in precedenza possiamo considerarle delle condizioni reattive alla situazione di emergenza che stiamo vivendo. L’essere umano è per natura resiliente, ossia in grado di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, come questo. È chiaro però, che per favorire tale processo, ognuno di noi deve essere in grado di riconoscere emotivamente ciò che sta accadendo dentro di sé. Ci aspettiamo naturalmente di tornare ad una normalità, ma questo può essere difficile! L’esperienza traumatica che ciascuno di noi a vario titolo ha vissuto ha bisogno di essere elaborata e lo stress accumulato di essere smaltito! In questo alcune persone avranno sicuramente necessità di essere supportate per elaborare l’esperienza vissuta e riuscire a integrarla nella propria storia, proprio per evitare lo svilupparsi di quadri psicopatologici.
Il mio pensiero va però anche ai sanitari in prima linea che si sono trovati a vivere una situazione al limite dell’immaginabile prima di questo momento e hanno retto emotivamente e fisicamente. Ecco credo che loro, ma non solo, siano le prime persone che ora devono essere curate e sostenute proprio per evitare che nel futuro possano pagare le conseguenze emotive di quello che a tutti gli effetti è un evento traumatico e in più un evento traumatico che si è prolungato nel tempo. Il benessere psicologico, la salute mentale sono dei diritti delle persone. Per questo mi auguro che ci siano da parte delle istituzioni delle azioni in questa direzione!

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