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lunedì, 30 Marzo, 2020
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Crac banche. A due anni dalle promesse elettorali è in arrivo l’anticipo dell’indennizzo. Un’operazione a somma zero che servirà per pagare gli avvocati 

Fallita la prima prova, buona la seconda! Bocciato in occasione del precedente decreto “mille proroghe”, a cura di Lega e 5 Stelle alla Camera dei deputati, il primo tentativo di inserire il 40% sul 30% del concedibile per azioni ed obbligazioni svaporate con la messa in liquidazione delle due banche popolari venete, chissà se questa volta avrà miglior sorte nel decreto “Cura Italia”.
Detta norma, battezzata dal suo ideatore – Patrizio Miatello dell’associazione Ezzelino III da Onara – “sveglia indennizzi”, è collocata all’art. 50 del decreto-legge dove fa bella mostra assieme agli altri 125 articoli del Corona virus che ne motiva anche l’urgenza e la necessità. Ad onore del vero, l’unica cosa certa è lo spostamento in avanti del termine utile per presentare le “istanze” di rimborso al FIR. Come nelle migliori telenovele, le puntate sono state tre. La prima venne fissata con l’apparire in Gazzetta del decreto del 22 agosto dell’anno scorso che stabiliva una prima scadenza per gli aventi titolo entro il 22 febbraio anno corrente, la seconda sempre in rispettoso ossequio delle norme cogenti al 18 di aprile anno corrente, per arrivare alla scadenza oggi in vigore stabilita al 18 giugno. La richiesta partita dai comitati era solo di trenta giorni, ma a Roma quando si tratta di mandare alle calende greche la liquidazione dell’obolo di stato spettante ai danneggiati, diventano generosi.
D’altra parte, oltre al Covid 19 che positivamente estende i suoi effetti per un’ulteriore proroga, vi sono altre ragioni addotte dal testo governativo che riguardano e l’elevato numero di risparmiatori interessati e la difficoltà incontrate dagli stessi nell’ottenere la documentazione appropriata dagli operatori creditizi. In realtà,, la platea dei potenziali beneficiari -oltre 200 mila- è nota da almeno tre anni e le relazioni intrattenute da tempo e con incontri periodici tra intermediari bancari e gli organismi pro-truffati, per avere quanto dovuto non hanno, evidentemente, sortito alcun esito “proficuo”, come usano invece scrivere nei loro comunicati stampa.
Meglio sorvolare su altri aspetti, quali il fatto che Consap già da luglio 2019 avrebbe dovuto rendere “operativo” il software di funzionamento, “sistemato” a primavera 2020. Questa circostanza, peraltro, non ha maturato alcuna azione legale a cura di chi cura gli interessi degli azzerati, né avverso la società affidataria di conio MEF né contro il Ministero del Tesoro, della serie non disturbiamo chi dovrà darci, a tempo debito e con calma, i soldi previsti dalla legge. Come già annotato, a settembre 2019, il gruppo Intesa San Paolo si è dato una mossa dopo che in Puglia un giudice ha dato ragione a dei ricorrenti cui veniva ritardata la consegna dei dossier per l’accesso al FIR. Infatti, è notorio che gran parte degli azzerati risiedono nel tavoliere d’Italia, mentre in Veneto – dove il popolo tradito nel risparmio è nel frattempo invitato a tenere “duri i banchi” – abitano poche decine di persone per lo più di indole bonacciona e non litigiosa.
Venendo quindi al merito della proposta, resta confermata l’opinione espressa da tempo, siamo di fronte ad una soluzione da mercato paesano che -in tempi di Covid 19-, è perfino intercluso all’accesso della pubblica utenza. Erogare in anteprima agli azzerati un miserevole 12%, ovvero la percentuale che risulta dalla moltiplicazione del 40% sul 30% fissato dalla norma vigente e corrispondente ad un ristoro medio ed accolto di 13.000,00 € pro-capite è davvero stucchevole!. Questa cifra, unico dato reale, è rinvenibile da ACF per l’incarico svolto nel 2018. L’arbitro per le controversie finanziarie, una sezione della Consob, aveva ben funzionato e probabilmente per queste ragioni non è stato più confermato nella stessa funzione dal Governo Giallo Verde per il 2019, 2020 e 2021. Sia come sia, il quantum prevedibile sarà di € 5.200,00 ad oltre due anni data dalla promessa elettorale “vi daremo il 100%”, della serie fantasie narrate al popolo votante e credulone.
Se il danneggiato ha aderito alla transazione offerta a suo tempo dalle due popolari venete, in tasca ha un risarcimento del 15% sul valore del patrimonio mobiliare andato in fumo che va sottratto all’anticipo dell’indennizzo, trattasi di circa altri 800 € e si scende ad € 4.400,00. Si segnala, ancora una volta, che in Veneto hanno aderito alla proposta lanciata da Veneto Banca e Popolare di Vicenza ben 121.000 persone.
La tempistica procedimentale obbligata dalla legge vigente prevede: esame ed istruttoria delle migliaia di domande da parte di Consap, decisione di merito della Commissione in riunioni periodiche cadenzate a frequenza consona con gli impegni degli illustrissimi componenti, predisposizione ed attesa dell’apposito piano di riparto, delega -infine- al funzionario Consap – di procedere alla liquidazione. Quest’ultimo aspetto di scarsa importanza per il legislatore e per i giuristi che lo assistono, avrà luogo in corso d’anno o più probabilmente ad inizio del prossimo. Non di poco importanza è che nel testo di legge presentato, la Commissione “può” accordare il beneficio dell’anticipo, non “corrisponde”; ma si sa queste sono questioni da legulei.
Ricevuti i primi soldi, essendo il danneggiato una persona proba, dovrà soddisfare le parcelle dell’avvocato di qualche tempo fa dato che le prestazioni legali gli sono state rese, ad esempio, per essere ammesso al passivo e/o per chiamare in causa gli amministratori della banca fallita e magari si è affidato, sempre all’epoca della firma del primo conferimento d’incarico al medesimo legale, anche nel caso fossero arrivati aiuti di stato. Va da sé che il costo delle prestazioni garantite ad oggi dal professionista, sarà di poco inferiore alla somma erogata con l’anticipo dell’indennizzo. Se invece, per la domanda al FIR egli si è avvalso di un “organismo no-profit” o di altro professionista (anche se ciò è vietato dalla norma), il prezzo corrente varia dal 5 al 7 % dell’incassato dal Fir oppure in via forfettaria da 200 a 700 € per pratica e chissà se, in questa evenienza, l’anticipo sarà sufficiente.
Come spesso capita, una legge è votata in Parlamento per una determinata categoria di persone, nel caso concreto i truffati in lista d’attesa da anni. Strombazzato l’esito nei mass media come si conviene di questi tempi, l’attuale esecutivo Giallo-Rosso sarà reso edotto – a tempo debito e con le dovute cautele- che i soldi sono andati per pagare avvocati e consulenti di parte, più avanti ne mesi l’azzerato scoprirà che poco gli è rimasto in conto corrente, pazienza. Si sa il popolo è tardivo, come il radicchio fuori stagione.
Viceversa, gli attuali gestori della res publica, a trazione maggioritaria pentastellata avendo permutato il socio di minoranza, potranno sempre dire che con l’art. 50 del decreto-legge “Cura Italia” hanno voluto accogliere il lamento dell’ordine forense. Infatti il CNF (Consiglio Nazionale Forense) in un suo comunicato pubblicizzato lo stesso giorno del decreto, ha criticato il Governo riscontrando “ La mancanza di altrettanta cura e sensibilità per la tutela dei professionisti e in particolare per gli avvocati, a cui non è diretta, se non in maniera esigua, derivativa e residuale, alcuna forma di sostegno economico e di tutela in una situazione destinata a durare ben oltre l’emergenza sanitaria, le cui ripercussioni negative sulla professione e, di conseguenza, sul reddito degli avvocati, sono destinate a durare a lungo”.
Tra truffati ed avvocati, i 5 stelle ed il Partito Democratico non hanno avuto remore, meglio i secondi che i primi, anche perché – Berlusconi docet- si può sempre aver bisogno delle loro “ cure premurose”.
Se l’anticipo è inutile, cosa occorre fare. La risposta sta già nelle mani del Governo Giallo-Rosso, basta dare il via dopo il 18 giugno all’operazione del 30% che -prevedibilmente -comporterà somme pro-capite di modesta entità, gran parte sotto la soglia dei 50.000,00 € a cui è accordata priorità nella liquidazione. D’altra parte, se a febbraio scorso le richieste d’accesso al FIR erano state pari a 100.000 unità, la cifra -nonostante i sessanta giorni concessi di spostamento- non è destinata a raddoppiare. Piuttosto occorre domandarsi, quante istanze saranno definitivamente presentate, quante di queste saranno accolte e quante, infine, di quelle accolte lo saranno in prima battuta non avendo rilevato l’incaricato procedurale (cosi appella la Consap la Commissione Tecnica) alcuna necessità di ulteriori approfondimenti o rilievi; vuoi ad esempio sul versante della dichiarazione dei redditi che su quello della compravendita di titoli, azioni e/o obbligazioni.
Il criterio da stabilire nella redigenda norma è quello di accettare e liquidare, unicamente quest’ultima fattispecie stabilendo un piano di riparto a cadenza mensile ad opera della Commissione Tecnica preposta.
Il presupposto di tutto questo, è che esista davvero la disponibilità di 1 miliardo e 575 milioni di €. Proprio ieri, il servizio ispettivo del Senato, esaminando il provvedimento ha annotato – a latere- che in realtà non risultano in bilancio i 525 milioni del 2019 né -per altri aspetti- il Governo ha indicato l’incidenza dell’art. 50 sui flussi di cassa nell’esercizio corrente. Domanda della domestica, approvato il “Cura Italia” quanti soldi lo stato presume di liquidare nell’anno di grazia 2020? Come annotano, sempre i filosofi del diritto, questi sono dettagli minimali che saranno al più presto chiariti. Altrimenti se hanno ragione i contabili degli uffici, il Governo prima detto del “Cambiamento” ed ora della “discontinuità”, è composto da dilettanti allo sbaraglio.
25 marzo 2020 Enzo De Biasi

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