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sabato, 29 Febbraio, 2020
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Le Ville Venete nel prossimo futuro potranno diventare anche centri commerciali o residenze destinate alla lap dance?

Villa Miari Fulcis – Modolo (Belluno)

Recentemente il Consiglio Regionale ha modificato la norma regionale nr. 63/1979 inerente all’Istituto Regionale Ville Venete (IRVV) subentrato all’Ente Ville Venete con il medesimo scopo: “provvedere, in concorso con il proprietario o sostituendosi ad esso, al consolidamento, al restauro, nonché alla miglior utilizzazione, anche mediante studi e ricerche, delle Ville Venete”.

Le dimore dell’aristocrazia soprattutto veneziana furono in gran parte costruite tra il ‘600 ed il ‘700, risultano ubicate prevalentemente nelle province di Venezia, Treviso, Padova e Vicenza (una cinquantina in provincia di Belluno) e senza dubbio alcuno rappresentano “un capitale architettonico, paesaggistico ed artistico di estrema fragilità, ma sulla cui tutela non è possibile abbassare la guardia perché rappresenta uno dei simboli culturali più identitari”, ha evidenziato l’assessore regionale competente in materia. Inoltre, chiosa sempre l’esponente di Palazzo Balbi “Dopo quarant’anni, ora abbiamo gli strumenti per procedere alla salvaguardia delle Ville in sinergia con i privati tenendo in considerazione il loro ruolo” vale a dire l’impegno dei privati che “è indispensabile per la messa in opera dei progetti mirati alla valorizzazione”, conclude Corazzari.

Detta così, sembra quasi che solamente “ora”, ovvero con la disciplina rivista ad ottobre 2019 l’intervento regionale avrà a disposizione “gli strumenti per procedere alla salvaguardia …”. Non è così. Il racconto divulgato tramite i media è molto lontano dal contenuto delle variazioni apportate alla norma esistente. In effetti, trattasi di adeguamenti di scarsa rilevanza assimilabili a quelli intervenuti in passato su questo o quell’altro dettaglio dell’organizzazione burocratica, come ad esempio il revisore unico da tempo in vigore per i piccoli comuni, adesso applicato anche all’IRVV. Qualche chance in più tipo la possibilità di formare i “tecnici del restauro”, già appannaggio dei corsi di formazione gestiti da diversi organismi e l’ampliamento della gamma delle attività da rendersi a favore di queste residenze nobiliari in tema di informazione, promozione e comunicazione con stagisti, non aggiunge molto.

Forse in occasione del quarantennale di vita dell’istituzione, valeva la pena di interrogarsi se mantenere un Presidente, Consiglio di amministrazione e Direttore ed annesso organigramma formato da 17 dipendenti di cui ben 7 hanno funzioni dirigenziali e direttive, 3 dirigenti e 4 quadri. Considerato che la principale attività d’istituto era ed è quella di concedere finanziamenti, mutui e contributi, con trasferimenti statali e/o compartecipati in primis dalla regione e laddove fattibile, anche con altri enti pubblici o privati. Caso mai ci si poteva chiedere se non fosse il caso di trasferire “il da farsi” all’apparato regionale, già pagato dal cittadino-contribuente.

Reperendo le informazioni dal sito istituzionale aggiornato all’anno 2016, il 2017 ed il 2018 sono annualità passate unicamente per il calendario solare, è disponibile una provvista pari a circa € 1.641.310,00 ripartite nelle differenti tipologie di spesa. Certamente, in questi anni di magra, sono risorse importanti ma – appunto – facilmente gestibili dall’ordinario apparato amministrativo o (volendolo) da parte di qualche finanziaria di matrice regionale per le pratiche più complesse. La ricorrenza ultradecennale poteva essere accompagnata nella relazione introduttiva, da un’accurata analisi degli interventi finora effettuati dall’IRVV, in termini di sovvenzioni erogate e risultati ottenuti così da determinare le dimensioni del perimetro d’azione rispetto alle 3.807 Ville Venete, censite e catalogate. In estrema sintesi, un qualche suggerimento utile poteva scaturire dalla conoscenza di quante Ville Venete hanno beneficiato con il trascorrere dei decenni della contribuzione pubblica (prima statale e poi regionale) rispetto alla totalità, l’apporto finanziario del proprietario singolo nel mantenimento e miglioramento della dimora/e, il volume economico-occupazionale attivato, la ricaduta quantificata e riferita ai visitatori/turisti accertati e via seguitando. È noto che in Veneto circa l’86% delle Ville è di proprietà privata, il 9% di proprietà pubblica e il 5% di proprietà ecclesiastica. In questo primo lungo periodo di vita, l’Istituto ha ereditato dal precedente consorzio obbligatorio di origine statale due Ville, acquistate rispettivamente nel 1962 e nel 1959: Nani-Loredan e Pojana, Miniscalchi-Erizzo, Bettero. Di suo, nel 1997 l’IRVV a nome e per conto della Regione, ha comperato Villa Contarini inserita nel 2017 tra gli edifici che possono essere oggetto di alienazione da parte del dante causa, se necessario, così come diligentemente spiegato dal Presidente Zaia appena riconfermato nella carica di governatore. Anche in questo contesto, poteva starci una pacata riflessione su che cosa la Regione intende fare per “tutelare il patrimonio culturale”, consegnatoci dalla Repubblica Serenissima a partire da ciò che possiede nel suo carnet immobiliare diretto o indiretto.

Osservando i fatti, sicuramente il decisore politico ha interpretato questi 40 anni la propria funzione– al di là del cambiamento nominale di personale politico e partiti andati in scena nell’ultimo ventennio – in perfetta continuità con il passato. La direzione di marcia è stata quella di confermare e canalizzare senza tanta fantasia, l’erogazione delle risorse erariali verso le residenze private, con benefici per le località dove queste insistono tutt’ora in attesa di essere ancora riscontrati da parametri e dati oggettivi.
Rileggendo la disciplina fondativa dell’Ente per le Ville Venete, legge nr.243 del 1958, questa offriva (oltre una serie di agevolazioni fiscali) la facoltà di poter, in casi determinati di particolare degrado e disinteresse, espropriare la titolarità del bene al legittimo proprietario o, in via più benevola, acquistarne la proprietà a prezzo congruo e convenuto. Non risultano atti espropriativi, anche se esistono molte proprietà chiuse ed abbandonate. Di conseguenza il tema rimane all’attenzione del legislatore, essendo sovente la Villa Veneta un bene “civico” da valorizzare, da fruire se adeguatamente sistemato, nonché da preservare per le future generazioni.
Resta aperta la domanda, se si poteva (può) fare di più con gli strumenti legislativi varati 61 anni or sono, magari implementati e rafforzati da supporti finanziari più flessibili in relazione alle necessità più urgenti.

Un cenno fuggevole merita, ad esempio, quanto praticato dalla Spagna per salvaguardare i “paradores”, ovvero castelli, monasteri, palazzi e edifici storici riconvertiti in hotel di lusso, dislocati in luoghi lontani dai centri abitati. La formula ispanica è davvero particolare ed assolutamente vincente. Lo Stato acquista e resta proprietario di tutti gli immobili di valore selezionati, mentre una impresa pubblica a partecipazione statale si fa carico di restaurare palazzi storici e edifici di pregio trasformandoli in alberghi di qualità; inserendoli in quattro percorsi tematici utili per la massima valorizzazione e dei beni e dei territori attraversati da flussi turistici qualificati .
In Veneto con modifiche alla legislazione turistica, a metà degli anni Novanta del secolo scorso, è stata data la possibilità ai proprietari di Ville Venete di trasformarle in strutture ricettive, completate anche con il servizio di ristorazione, agevolando allo stesso tempo iniziative culturali e di animazione del paesaggio circostante la dimora nobiliare grazie all’apporto di soggetti privati, privato-sociali e di enti locali.

Ampliare ulteriormente la gamma delle destinazioni d’uso dei locali e degli spazi attorno alla Villa Veneta “ anche in deroga allo strumento urbanistico comunale, ivi comprese le norme igienico sanitarie, purché compatibile con la loro tutela e valorizzazione, nel rispetto del Codice e delle altre normative statali e regionali in materia”, così come recita la norma rinnovellata in tema, può comportare il rischio di alzare ostacoli ad iniziative imprenditoriali fortemente innovative, mancando ex ante parametri definiti di valutazione condivisa tra i differenti livelli di gestione del fascicolo.

Sull’art. 27 bis Alessandro Calzavara membro dell’INU (Istituto Nazionale Urbanistica) e presidente di ASSURB (Associazione Nazionale degli Urbanisti) osserva che “L’articolo appare nel suo complesso inutile: la maggior parte della strumentazione locale è già attrezzata in tal senso, in nome di una salvaguardia “attiva” del bene storico. Inoltre, è intimamente contraddittoria: come si può derogare alle norme igienico sanitarie ed alle norme di tutela (di origine statale, con competenti ASL e Soprintendenze, ovvero altri soggetti amministrativi) nel rispetto delle normative statali e regionali in materia? Oltre ad una norma pleonastica e contraddittoria, potrebbe dimostrarsi anche controproducente. Ricordo che tutte le “deroghe” in urbanistica sono soggette al “contributo straordinario” di cui all’art. 16 comma 4 d-ter del DPR 380/2001, ovvero devono versare alle casse comunali almeno la metà del plusvalore generato, in questo caso, dal cambio di destinazione d’uso (fatto, questo, che potrebbe divenire un elemento ostativo di non poco conto o fonte di problematiche applicazioni). Probabilmente sarebbe meglio pensare a politiche attive più che a norme passive.”
Sovente il regolatore, volendo “dare di più” ingarbuglia una matassa già intricata di suo, arduo immaginare che una Villa Veneta, oltre alle destinazioni già in essere che possono essere integrate e diversificate ma non radicalmente diverse, possa anche trasformarsi in un centro commerciale piuttosto che in una residenza destinata alla lap dance.

Enzo De Biasi

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