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Autonomia Comunale. Il 1° dicembre si vota per separare Mestre da Venezia. Il Referendum prêt-à- porter   * di Enzo De Biasi

Ott 20th, 2019 | By | Category: Cronaca/Politica, Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina

Venezia. Palazzo-Ducale e Monte Civetta (foto di Nicolò Miana)

Domenica 1° dicembre i cittadini veneziani saranno chiamati alle urne per rispondere al quesito referendario, “è lei favorevole alla suddivisione del comune di Venezia nei due comuni autonomi di Venezia e Mestre. SÌ, oppure NO”.

Arrivare a questo punto non è stato affatto semplice. Il percorso è stato irto di ostacoli, ovvero ricorsi e controricorsi. Le valutazioni dei giudici chiamati a decidere in punta di diritto alla luce delle contrapposte posizioni di chi era favorevole all’interpello del popolo e di chi, a contrario, lo riteneva superfluo, hanno comportato epiloghi differenti. La giustizia amministrativa, in un primo tempo ha deciso che la consultazione non doveva aver luogo ed in un secondo grado, l’esatto contrario; interpretando il medesimo pacchetto di norme. La Regione del Veneto che sul tema probabilmente avrebbe preferito starsene fuori, ma purtroppo la materia è di sua competenza, ha -diligentemente – applicato l’ultima determinazione giurisprudenziale. Infatti, mentre nel 2018 la Giunta Regionale ha provveduto a stoppare il treno referendario a causa del primo ricorso, notiziato l’esito del secondo nel settembre dell’anno corrente, ha fatto ripartire il convoglio verso la penultima tappa che arriverà nel mese dedicato a Babbo Natale.

A dire il vero, essendo la guida di Palazzo Balbi e di Palazzo Ferro Fini in salde mani leghiste, movimento politico che si batte per l’Autonomia dura e pura da Roma ladrona, forse qualche mossa in più del supino accoglimento della sentenza del Consiglio di Stato poteva essere fatta. Così non è accaduto. Luca Zaia, che da oltre un ventennio dimora nelle stanze del potere regionale, per l’occasione (e non solo in questo caso) sembra aver perfettamente capito e recepito il motto veneziano dei conducenti i vaporetti di inizio secolo scorso “avanti tutta, quasi indietro”. Per gli aspetti giuridici, vale sempre la pena di ricordare che noi siamo famosi nel mondo oltre che per il prosecco e la pizza, anche per essere la patria del diritto e del suo rovescio. Come nel gioco del tennis, trionfa chi per ultimo, fa la schiacciata vincente. In questo momento ci troviamo ancora lontani dal fare smash!.

Venendo alla bagarre già scatenata sulla variabile “quorum”, l’idea di ricorrere contro il referendum cosi come indetto dalla Regione, è già stata lanciata nei media dai promotori del “divorzio” tra la città lagunare e quella di terraferma. In altre parole, se nella prima domenica di dicembre non avranno espresso il loro parere metà più uno dei cittadini interessati, l’appello al popolo sarà stato un colpo a vuoto privo di conseguenze. Il dato e gli atti che lo sorreggono, però, si prestano ad essere impugnato avanti al TAR. L’iniziativa è assunta pubblicamente prima che accada, anche se appare un argomento a valenza strumentale. Se, ad esempio, mancherà davvero il numero di elettori nella percentuale prefissata seguirà un inevitabile silenzio tombale per il prossimo decennio. I promotori del distacco potranno, comunque, impugnare l’esito referendario argomentando che l’impostazione era errata fin dal suo sorgere; quindi – se sarà data loro ragione – il risultato sarà annullato. Identica situazione di probabile ricorso nel caso di quorum raggiunto, se maggioritari risulteranno i NO. L’unica ipotesi in cui i promotori non andranno da un giudice è quella da loro ritenuta più soddisfacente, voto favorevole al distacco di Mestre da Venezia nelle condizioni previste. Hanno vinto, non solleveranno problemi per una presunta questione di principio. Stante la massima incertezza e del risultato referendario e dei contendenti in campo che faticano ad accettare le regole del gioco, siamo di fronte ad un referendum prêt-à-porter, altresì qualificabile, trovandoci in un territorio ad alta densità turistica, come referendum a la carte.

In verità, una lettura un po’ approfondita delle norme in esame, sembra portare ad altra conclusione. Il legislatore regionale laddove ha voluto abrogare l’esigenza che votino metà più uno dei cittadini, lo ha disposto chiaramente. Il rimando è alla fusione di più comuni, dove esplicitamente il quorum è stato azzerato. Per la fattispecie della suddivisione infra-comunale, la Regione conserva il quorum. Poteva (doveva) essere scritta un’abrogazione esplicita, ma così non risulta dai testi vigenti; perché? Essendo una variabile costitutiva ed essenziale dell’intera impalcatura, presumibilmente non è stata una casuale dimenticanza quanto piuttosto una negligenza voluta. In ogni caso l’interprete della legge è chi l’ha fatta, Regione del Veneto e per altri aspetti, da agitarsi nelle sedi giudiziarie di primo o secondo grado, siamo di fronte alle tipiche controversie appartenenti alla categoria “del diritto e del suo rovescio”. I primi sintomi sono già tutti presenti in scena.

Al cittadino, forse, interessa conoscere se e quanto peserà il suo voto e cosa potrà succedere nel proseguo. Consideriamo pertinente la soluzione in itinere con quorum incorporato, va – da subito – chiarito che la natura del referendum del 1° dicembre è di tipo consultivo; trattasi di un parere obbligatorio ma non vincolante, per chi dovrà decidere il seguito. Infatti, acquisito il risultato, esso sarà oggetto di valutazione appropriata da parte del Consiglio Regionale con riguardo all’esito complessivamente ottenuto ed anche per singole parti del territorio comunale, Venezia e Mestre od anche infra.
A differenza dell’omologo “abrogativo” che produce immediati effetti aventi valore di legge senza se e senza ma, quello “consultivo” necessita di essere ponderato e condiviso dall’autorità politica che lo ha reso possibile. L’esito delle schede scrutinate, di per sé non muta in alcunché il quadro istituzionale a livello municipale. La volontà fuoriuscita dalle urne, dovrà integrarsi perfettamente con le determinazioni di Palazzo Ferro Fini. Per essere chiari, se vinceranno i Si il Consiglio Regionale dovrà legiferare la “nascita” di due Comuni entro la fine del mese di febbraio 2020, poiché poco dopo i cittadini dovranno essere posti nelle condizioni di votare e per il rinnovo Consiglio e Sindaco del comune di Venezia e per gli stessi organi neoistituiti di quello di Mestre, stante la imminente scadenza elettorale amministrativa. Spetterà quindi al Consiglio Regionale, in primis a Luca Zaia ed alla Lega procedere con tempestività, coerenza e coesione per gli adempimenti necessari.

Insomma, trascorsi Natale, Capodanno, oltrepassato il Carnevale e levatesi le maschere, i consiglieri regionali saranno considerati dall’elettorato anche per quest’ultimo sforzo prima di presentarsi – pure loro – alla eventuale riconferma per un posto da legislatori locali.
Data per scontata la fattibilità del percorso fin qui tracciato, come sempre, la realtà è un po’ più complessa delle già complicate norme. Allo stato dell’arte, il Sindaco pro-tempore della Venezia che c’è, non prova grande entusiasmo per la ripartizione in due di ciò che oggi è unico. Punto di vista legittimo, che potrà tradursi o nell’astenersi dalla votazione, contribuendo a far mancare il quorum, oppure andando al seggio e votare NO. I fautori del referendum fortemente motivati a votare SÌ, confidano che questa sia la volta buona ed hanno già in tasca le munizioni di riserva, come sopra detto. Nell’area del Centro Sinistra, storicamente e pervicacemente compatta nel votare NO allo scorporo, proprio perché amano molto l’attuale reggente di Cà Farsetti pensano che sia il caso di farlo sloggiare al più presto e quindi, in tanti, stanno pensando se votare SÌ. Infine, esiste una vasta platea di delusi/disinteressati/agnostici che giunti al quinto tentativo, semplicemente in quella domenica faranno “altro”.

Interessante annotare che la partecipazione al voto nelle precedenti quattro consultazioni, ha registrato l’ultimo referendum fallire per mancanza di quorum, 2003, mentre nei tre precedenti la maggioranza dei cittadini era andata a votare. Notevole, comunque, è stato il calo degli elettori: il 79% nel 1979 (40 anni or sono), nel 1989 il 74%, nel 1994 il 67% ed infine il misero 39% del 2003. Intrigante segnalare che del 39% che è andato a votare 16 anni or sono, hanno vinto i “NO, con il oltre il 65,63% contro il 34,37 di “SI”. Al tempo i separatisti erano ottimisti (come lo sono oggi) perché i “sì” al divorzio erano sempre cresciuti, dal 27,1% del primo referendum del 1979 al 41,5% dell’89, al 43,9% del ’94. Di contro, i “no” erano sempre diminuiti: dal 71,3% al 56,8%, e al 54,7%.

Da ultimo, un’annotazione storica. Il Comune di Venezia ha appena compiuto 93 anni. Infatti, è stato costituito il 13 luglio 1926 aggregando al comune di Venezia, i comuni di: Mestre, Favaro Veneto, Zelarino, Chirignago e la frazione Malcontenta del comune di Mira con lo scalo di Fusina. Certamente il nuovo assetto istituzionale venne deciso dal regime fascista anche per favorire lo sviluppo dell’Area Industriale di Porto Marghera. Curioso rilevare come un secolo dopo e quattro referendum senza andare in meta, da un lato si pensi a disarticolare il Comune di Venezia e dall’altro che 70 anni di vita democratica e repubblicana non abbiano per nulla inciso sul numero dei Comuni che restano tanti quanti erano al tempo del Duce. Si segnala che nel frattempo il Paese Italia è un po’ modificato.
Questo commento è scaturito anche dalla lettura dell’intervento dell’architetto Marco Zanetti, Venezia Cambia, apparso ieri su Nuova Venezia.

Enzo De Biasi

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