Monday, 16 December 2019 - 09:07
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Abrasiva, come sempre, la Valduga diverte il pubblico al Fulcis

Lug 26th, 2019 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina

Belluno, 26 luglio 2019  –  Che fosse eccentrica, lo sapevamo. Che fosse brava anche. Ma che come traduttrice non ce ne fosse una migliore di lei, in Italia, in Europa e forse nel mondo, non ne avevamo ad oggi avuto notizia. L’ha detto lei, la Lady Dark per eccellenza, la poetessa Patrizia Valduga, all’anagrafe Patrizia Farinazzo, nativa di Castelfranco Veneto, bellunese e poi milanese d’adozione, che questa sera nel salone di Palazzo Fulcis di Belluno ha presentato il suo ultimo libro scritto un anno fa in dieci giorni intitolato “Belluno – Andantino e grande fuga” (Einaudi, 2019).
Sublime ascoltarla, quando con quella sua vocina innocente trafigge e stende al tappeto Sergio Bertolissi, storico e musicologo, colpevole – secondo Patrizia Valduga – di aver letto in modo pessimo dei versi del poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam, accompagnandoli da un’orrenda traduzione, senza rima. Ma dopo questo formidabile ko, la Valduga corre immediatamente in apparente soccorso a Bertolissi, per essere stato – dice -, ma senza volerlo, un suo maestro.
Con Bertolissi a condurre l’incontro c’era l’assessore alla cultura del Comune di Belluno Marco Perale, che da buon moderatore ha spento tutti gli incendi attizzati dalla poetessa.
Il libro si chiude con l’appello al sindaco di Milano Giuseppe Sala e al Presidente della Repubblica Mattarella, affinché venga intitolato “il suo Lazzaretto” a Giuseppe Raboni, il compianto poeta critico letterario, giornalista, traduttore e scrittore italiano con il quale Patrizia Valduga visse un ventennio.

La richiesta, quindi, è d’intitolare una via di Milano in prossimità di dove era nato Raboni come egli ricordò nei suoi scritti “Sul conto di via San Gregorio, c’è stata un’altra scoperta: la scoperta che, per un tratto, la via dove vivevo coincideva con il perimetro del Lazzaretto – il Lazzaretto della grande peste di Milano, quella di cui parla Manzoni nei Promessi Sposi e nella Storia della colonna infame. Un pezzo del muro di cinta del Lazzaretto è ancora visibile. Sono convinto che questa seconda scoperta sia stata, per me, ancora più importante della prima. Grazie al Lazzaretto, al fatto di essere nato, per così dire, ai suoi margini, credo di essermi reso conto in un modo concreto, fisico – un modo che nessun libro, nessuna lettura mi avrebbe consentito – che la mia città non era solo quella che vedevo, case, strade, piazze, gente viva, ma era anche piena di storia, cioè di case, strade, piazze che non c’erano più e di gente che non era più viva, di gente morta” (“L’approdo letterario”, XXII, n. 77-78 n.s., giugno 1977).
Roberto De Nart

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