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L’Autonomia farlocca: dopo lo spreco di denaro la beffa della perdita di tempo * l’approfondimento di Enzo De Biasi

Mar 5th, 2019 | By | Category: Cronaca/Politica, Gli speciali di Bellunopress, Riflettore

Enzo De Biasi

Il 23 ottobre 2017, a risultato referendario acquisito con un 57% che aveva partecipato al voto ed un 45% che aveva disertato le urne oppure si era mosso da casa per votare no, non proprio un plebiscito comunque costato per le casse regionali ben 14 milioni di euro, l’intera casta dei “più tanti e di quelli che contano di più”, leggevano con contentezza gli inebrianti titoli della carta stampata tipo “ Il Venetismo potente realtà delle fantasia” oppure “ Non ci sono più alibi, né per il Governo né per il Veneto”.

A 17 mesi dall’interpello al popolo, pardon il “sondaggio formalizzato” così battezzato dalla difesa regionale per uno dei 6 (sei) referendum sottoposti alla Corte Costituzionale che ne cassò ben 5 (cinque), si è rilevato quello che è sempre stato; un’abile mossa propagandistica della Lega, supinamente e/o stupidamente assecondata dalle inette minoranze sedute in Consiglio Regionale. L’operazione è servita unicamente a Zaia e soci, per passare all’incasso di ulteriori consensi nella successiva chiamata alle urne tenutasi in marzo 2018.

Ora, incamerato il successo con un numero cospicuo di rappresentanti eletti a Roma e date per scontate le famose 23 materie del rafforzamento locale, era da aspettarsi una fulminea partenza ed un altrettanto arrivo in volata sul traguardo dell’“autonomia “, in perfetta sintonia con lo slogan “prima il Veneto, anzi! Il Veneto è arrivato primo”. La realtà, non le fanfaronate raccontate da e per anni soprattutto dalla Lega, sono state ampiamente convalidate dalla nullità dei risultati accertati. Le ragioni sono molteplici e non dipendono da un destino cinico e baro, tutt’altro, sono frutto della scarsa intelligenza e lungimiranza della governance istituzionale nell’affrontare la complessità del problema che si trova di fronte.

Ad esempio, non aver inseguito fin dall’inizio della vicenda – ossia nel 2015 – alleanze includenti le regioni del sud pari grado, obiettivo che resta tutto da cogliere, è stato e rimane un pesante ostacolo sulla via per raggiungere il traguardo auspicato e condiviso, anche da chi sottolinea l’avvenuto sperpero di risorse pubbliche. Del resto, il fatto che l’accordo Regione Veneto – Stato debba essere approvato dalla maggioranza assoluta dei componenti di entrambe le Camere sta scritto in Costituzione fin dal 2001, il referendum consultivo ha rappresentato un giro di valzer in più del necessario.

Si poteva procedere anche senza referendum?

Certo che sì, la prova provata è l’Emilia-Romagna che senza buttar via i soldi dei contribuenti, sta nelle nostre medesime posizioni, viceversa la Lombardia che ha voluto, spendendo circa 23 milioni di euro sentire il popolo, ha raccolto un’adesione modesta nella consultazione referendaria, pari al 38%. La regione più ricca del Paese aveva (ha) meno voglia di diventare più autonoma da Roma? Certo che no, probabilmente i cittadini lombardi non presentandosi ai seggi, pragmaticamente hanno inviato un messaggio forte e chiaro al loro Governatore; fai quel che devi, non serve che te lo dica due volte dopo averti votato non più tardi di due anni fa, il referendum ebbe luogo nel 2017, le elezioni regionali nel 2015.

Nel Veneto, imperante la Lega che da vent’anni mena la stessa pasta e fagioli nel pentolone del “venetismo ed affiliati” non dissimile dalle “magnifiche sorti e progressiste della classe lavoratrice incardinate nell’URSS” crollate -per fortuna – con il muro di Berlino nel 1989, la confusione rimestata ad arte tra, indipendentismo. federalismo ed autonomismo regionale, con l’immancabile condimento del “vogliamo indietro i nostri schei”, regna sovrana.

Ineccepibile dal loro punto di vista, la richiesta recente degli indipendentisti veneti in rivolta, in primis, contro Luca Zaia. La loro domanda è schietta e va diritta al cuore della questione “Autonomia entro primavera o referendum per l’indipendenza del Veneto… il quadro delle risorse deve essere definitivo ed aggiuntivo” La Lega, partner di peso a Roma e leader in assoluto a Palazzo Balbi, non è in grado di aggiungere alcunché alla dote già prefissata – in prima battuta – con il criterio della spesa storica. La stagione primaverile terminerà il 20 di giugno, probabile che al combattivo Antonio Guadagnin non resti che salire sulle barricate e ri-lanciare il suo progetto di legge nr. 154 del 7 giugno 2016, conoscendo – in anteprima – che il quesito referendario “, “Vuoi che il Veneto sia uno Stato indipendente e sovrano? Sì o No?” sarà bocciato dalla Corte Costituzionale così come accadde nel 2015.

Dal 2016 ad oggi, il sig. Governatore cosa ha fatto per sanzionare politicamente i venetisti che lo sostengono? Per caso, ha speso il suo prezioso tempo per spiegare e motivare deputati e senatori del meridione così da convincerli a dare il loro assenso al nuovo patto Centro-Periferia? Se invece, si fida unicamente del trio: Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini merita davvero applausi a scena aperta!
Nondimeno la votazione a maggioranza assoluta dei componenti di entrambe le camere prevista ed obbligata, stava (sta) scritta in Costituzione dal 2001, vale a dire da circa un ventennio. Non a caso, un noto quotidiano romano che ha già svolto una sua indagine tra le forze presenti nelle attuali assemblee legislative sul gradimento delle eventuali intese proposte dalle regioni del nord, ha accertato che – allo stato attuale – il quorum richiesto non c’è.
In ogni caso il ritardo accumulato va addebitato alla insipienza di chi governa da lustri la regione e senz’altro graverà nel proseguo come un macigno. In effetti l’iter parlamentare deve ancora iniziare, questo è il secondo tempo del film, mentre siamo tuttora in attesa di veder scorrere la parte finale del primo. Il riferimento è l’intesa ancora “in cottura” oggetto di firma futura da parte dei due contraenti: Regione del Veneto-Governo Nazionale. A dir il vero il 28 febbraio 2018 è stata siglata una “pre-intesa” con il Governo Gentiloni, a firma Zaia con la penna biro e Bressa, sottosegretario incaricato allo scopo; pochi giorni dopo il popolo nel segreto dell’urna, penalizzò il PD e diede la palma della vittoria alle due forze oggi al comando del Paese, 5 Stelle e Lega. Tutto sembrava volgere per il verso giusto. Dettaglio minimale, trascorso un anno di tempo l’intesa non esiste. Di peggio, adesso il Presidente Regionale parla di “bozza di intesa” che dovrà essere partorita dal Consiglio dei Ministri con l’ok regionale, spedita alle Camere per “eventuali osservazioni, risoluzioni, emendamenti”, tornare ai due contraenti Luca Zaia e Giuseppe Conte che di comune accordo accettano o negano le correzioni del Parlamento e quindi il plico andrà rispedito al Parlamento per il via si stampi, della serie : prendere o lasciare (cosi il Governatore in una intervista televisiva di sabato 02 marzo resa a Rete Veneta).

Al di là della validità dei presupposti giuridico-istituzionali che stanno alla base di siffatto iter, che qui non è il caso di approfondire, si annota che lo spezzettamento in più fasi della “bozza” che parte da Palazzo Chigi e poi ci ritorna, quindi viene valutata dal Presidente del Consiglio dei Ministri e da quello della Regione del Veneto, rimessa alle Camere sottoforma di “intesa” completa e compiuta non più rettificabile, sconta – per dirne una – l’assoluta imprevedibilità nella tempistica di ciascun segmento di procedura e tappa nel percorso da compiere. Chissà chi lo sa quanto tempo occorrerà? Il titolo di questo programma televisivo per ragazzi degli anni Sessanta del secolo scorso, genere “game show”, ben si addice alla domanda sorta spontaneamente.

A proposito di spettacolo offerto ai cittadini nella pregressa campagna elettorale, il Capo Nazional Leghista ebbe a proclamare, con l’usuale sicurezza,” “Se guiderò il governo, con Luca non credo di impiegare più di tre minuti per concludere la trattativa “dell’Autonomia Regionale si presume. Ecco un nuovo ed aggiornato “game show” per adulti 2.0.  Il calendario datato 2018 registra che la seduta del Consiglio dei Ministri per approvare il preliminare di accordo, è stato più volte differito, prima al 15 ottobre, poi a novembre, a Natale quindi al 15 febbraio e a marzo dell’anno corrente, per assestarsi definitivamente – almeno stando al diktat di colui per il quale “bastano tre minuti” – a breve o comunque entro la fine dell’anno in corso. Da par loro, anche Di Maio e lo stesso Presidente pro-tempore del Veneto, hanno più volte annunciato l’imminenza dell’intesa, poi smentiti – come da consuetudine – da eventi non accaduti. Non avendo altre “novità da Roma”, sempre nella stessa puntata televisiva, il sub comandante in loco della Lega ha, con soddisfazione ed a dimostrazione della bontà delle proprie scelte e della qualità dei propri collaboratori, ricordato che un professore universitario ed avvocato facente parte del team di giuristi che lo hanno coadiuvato è stato nominato giudice della Corte Costituzionale, trattasi del Prof. Luca Antonini.

Per una volta concordo con Zaia, nel senso che citato cattedratico è stato eletto dal Parlamento in seduta comune nella quota parte di componenti della Corte Costituzionale spettante alla politica. Gli altri due terzi, sono ripartiti tra i magistrati di carriera e la presidenza della repubblica. A luglio 2018 è semplicemente successo che la maggioranza partitica Giallo-Verde ha trovato nell’esimio docente e legale, un nominativo condiviso. Annoto che meritava di essere valutato, se richiesto e con il suo consenso, per uno scranno alla suprema corte anche l’altro giurista incluso nella squadra, ovvero il Prof. Mario Bertolissi. A mio avviso, quest’ultimo, se non altro per la pregevole mole di lavoro svolta in tanti anni di carriera universitaria e professionale presumibilmente maggiore in considerazione all’età anagrafica e di servizio rispetto al prescelto, sarebbe stato altrettanto degno di ricoprire una posizione cosi importante.

Comunque sia, in termini chiari, sulla pratica autonomia regionale “risultati portati a casa” zero, mentre non v’è dubbio che il novello arbitro delle leggi oltre all’onore, ha altresì rimpinguato il suo reddito imponibile. Infatti, la retribuzione lorda di un giudice costituzionale è pari a 360mila euro l’anno e dura nove anni.

Alla fin fine, qualcosa di positivo il referendum farlocco lo ha prodotto. Nel frattempo, i restanti cittadini veneti devono pazientare e sostare in attesa degli effetti “speciali” che troveranno – a tempo debito- nella bozza d’intesa; ricordandosi sempre che l’iter completo vedrà il suo completamento fra qualche anno (forse).

Enzo De Biasi

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