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Autonomia regionale: avanti piano, quasi indietro. L’intesa con lo Stato ancora in itinere   * l’approfondimento di Enzo De Biasi

Gen 25th, 2019 | By | Category: Cronaca/Politica, Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina

Enzo De Biasi

Il voto del 31 maggio 2015 riconferma Luca Zaia Presidente della Regione Veneto con più del 50 % dei voti espressi dal corpo elettorale, un successo mai registrato prima. La fiducia cosi abbondantemente riposta nel Governatore e nella sua squadra (lista Zaia, Lega e tradizionali partiti del Centro Destra) avrebbe meritato di essere spesa, da subito, al fine di portare a termine una trattativa già in corso con Roma cosi da completare il trasferimento di funzioni e risorse in base alle regole vigenti.
Invece, i sostenitori ieri di Bossi ed oggi di Salvini, dopo più di un anno di melina preferirono alzare la posta in palio con il Governo retto dal Centro Sinistra ed interpellare, nuovamente e direttamente, i cittadini attivando un referendum consultivo regionale. Lo scopo era quello di arrivare ad una così alta percentuale di approvazione delle richieste avanzate, da mettere in difficoltà per l’eventuale diniego l’interlocutore nazionale; per tutti vale l’esempio del cosiddetto residuo fiscale stimato in 15 miliardi di €.

La giurisprudenza costituzionale consolidata sull’argomento, che è valsa anche per la Lega, acconsentì di indire il referendum veneto, ma – nella scheda trovata in cabina elettorale – il quesito era del tutto privo di qualsiasi contenuto vincolante per i successivi atti governativi. Certo, l’elettore si trovò stampata la parola “autonomia”, non a caso qui scritta con la a minuscola, proprio perché il sostantivo rappresentava un semplice richiamo emotivo al cuore dei Veneti, caricati di aspettative e desideri che resteranno tali anche nel post-referendum.

Cos’era successo?

La Corte Costituzionale a luglio 2015 aveva già cassato 5 domande di referendum su 6 proposti, nonostante l’alta e qualificata assistenza legale fornita al Presidente pro-tempore da eruditi giuristi e famosi avvocati. Nel giudicato della Suprema Corte stava e sta scritto che la Regione non poteva né può diventare: Indipendente e Sovrana, a Statuto Speciale, trattenersi l’80 per cento delle imposte e tasse riscosse, gestire autonomamente le risorse conferite dai trasferimenti statali o provenienti dai propri cespiti. Le attese del popolo Veneto abilmente e spregiudicatamente cavalcate dalla Lega (da sempre) e supinamente nonché stupidamente – in quest’occasione – assecondate da tutte le forze politiche regionali, erano già state decise e negate in forma forte, chiara e solenne senza lasciar spazi a dubbi. Ciò nonostante ed all’unisono i Consiglieri di Palazzo Ferro Fini, tranne qualche eccezione, scelsero l’appello al popolo.
Si sa che nell’ epoca della comunicazione non conta programmare, analizzare e quindi decidere in tempi ed in modi equilibrati e ponderati le questioni complesse che (ahimè) giacciono sul tavolo da decenni, importante è apparire ed annunciare che si sta “agendo e facendo”; scoprendo poi che cotanto attivismo è bla bla bla, parole vuote.

Zaia, con il referendum sull’ illusoria autonomia, ha fatto sognare i Veneti cosi come fece il fondatore del movimento, Umberto Bossi (attuale senatore benché condannato per appropriazione indebita di denaro pubblico) allorché il 25 maggio 1997 chiamò al voto quasi 5 milioni di “padani” (per l’esattezza per 4.833.863) che votarono per la Repubblica Federale, eleggendo qualche mese dopo il primo e folkloristico mini Parlamento. Vale la pena di ricordare che il Governo della Padania teneva le sue riunioni a Venezia; anche se la storia recente, al di là della trattoria e dell’oste dove andavano usualmente a pranzare i nuovi reggenti la Res Publica, non ha registrato atti importanti. Il sub comandante in loco di Salvini, è sempre lo stesso personaggio che prima come componente della Giunta Galan e quindi come Ministro (2008-2010) nell’Esecutivo a guida Berlusconi (2008-2011) assieme ai colleghi leghisti Bossi, Maroni e Calderoli, contribuì ad affossare il Provvedimento del Consiglio Regionale del Veneto (nr. 98/2017) che domandava più competenze a Roma per ben 16 materie su 23 fattibili. La scusa ufficiale è che nel frattempo il Governo era occupato nella “riforma del federalismo fiscale”, ma di per sé nulla vietava o impediva di approvare anche un’intesa Regione del Veneto-Stato Nazionale. Pur essendo trascorsi 10 anni da questi eventi e ricorrendo giusto un anno dall’interpello al popolo, né i partiti che approvarono sia la prima che la seconda richiesta di maggior autonomia, né i mass media né gli opinionisti più acculturati, hanno dedicato ampie riflessioni sul tema.

Sia come sia, pur conoscendo in anteprima e con dovizia di particolari il perimetro ed il limite delle competenze trasferibili, il Governatore (ben appoggiato e sostenuto oltre che dalla dirigenza politica, anche dalle rappresentanze imprenditoriali, sindacali, religiose e dai mezzi di comunicazione di massa) decise in ottobre 2017 di appellarsi agli elettori veneti, sprecando in questo modo circa 16 milioni di euro per un voto utile tanto quanto un maxi-sondaggio.
Nonostante le cospicue energie istituzionali, promozionali ed economiche sperperate, il risultato non è stato eclatante, tutt’altro! Poco più del 57 % si è presentato alle urne ed una forte minoranza ossia il 45% ha disertato oppure è andata a votare NO. Insomma , una quota significativa di cittadini non si sono riconosciuti negli attuali rappresentanti in scena a Venezia, questi ultimi tutti convinti (con criticità più o meno acuite) a seguire i diktat leghisti. Altra evidenza è che il tasso di partecipazione referendaria coincide alla virgola, con il consenso avuto nelle elezioni del 2015 da tutti i partiti attualmente presenti a palazzo Ferro Fini (5 stelle inclusi).

Di suo, il referendum è uno strumento di democrazia diretta in disponibilità del cittadino per segnalare un problema “dal basso “. Viceversa, il caso Regione Veneto a trazione leghista e la richiesta di Salvini di programmare un referendum anche per la TAV, stanno trasformando radicalmente questo istituto in una delle tante modalità di lotta tra livelli di potere o tra partner dello stesso esecutivo, dove ciò che conta è accrescere le quote di dominio personale del leader o del partito di maggioranza relativa.
La funzione di Governo finora interpretata “nell’interesse del Paese” (pur se valutata sulla base del mandato elettorale ricevuto) è pressoché scomparsa dal raggio d’azione istituzionale.

Gli accadimenti pregressi confermano che la Lega, fin dai tempi di Venezia 1997, arrivando ai giorni nostri con l’insabbiamento dell’autonomia regionale versione 2008 Galan Zaia Berlusconi Bossi ed il procrastinarsi dell’accordo a seguito del risultato referendario 2017 a cura di Zaia-Di Maio -Salvini-Stefani, ha avuto l’indubbia capacità di cogliere le ambizioni del Nord, ben guardandosi di tradurle in fatti fecondi anche quando poteva e può. Caratteristica della Lega, il movimento più longevo del panorama politico italiano, è quella di cavalcare continuamente l’onda piuttosto che mediare, decidere e risolvere. In terra veneta, ad esempio, Luca Zaia è un ottimo surfista politico. A livello nazionale, il Capo Nazional Leghista che ama indossare le divise della Polizia di Stato per apparire in pubblico, così come usavano i dittatori, Hitler, Mussolini, Stalin e Fidel Castro, ha presa in mano il movimento e quasi completato l’opera di restyling per costruire una forza populista inclinata a destra, ma diffusa in tutta Italia.

Tornando alla vicenda dell’ottobre 2017, la sicurezza e la presunzione di ottenere la immaginata autonomia, si sono scontrate contro il principio di realtà. Infatti, il merito ed il metodo da seguire erano e sono quelli tracciati dal testo costituzionale del 2001 e successive sentenze del 2015, scritture a tutti ben note ancorché bellamente e volutamente ignorate dall’intera nomenklatura.

La partita dell’autonomia rafforzata, (o del regionalismo differenziato che dir si voglia) si sbroglia in due tempi, più quello integrativo dell’operatività. Nel primo, i players sono Regione e Governo che devono trovare un’intesa sulla cosa dare ed avere, nel secondo le star sono i singoli deputati e senatori che a maggioranza dei componenti di Camera e Senato danno il loro assenso. Nella fase esecutiva, una volta pubblicata la legge in Gazzetta Ufficiale, il boccino torna di nuovo al Governo, ai singoli Ministeri ed alle rispettive Direzione Generali per i decreti attuativi.

Il Veneto ha, adesso com’è stato fin dal 1948, il rango di regione a statuto ordinario, quale è l’Emilia-Romagna che non ha dissipato soldi pubblici per chiedere maggiori competenze. Un anno e tre mesi or sono, è stato fatto un giro di preriscaldamento dei muscoli a bordo campo, ma senza entrare in partita e tantomeno toccare palla. La consultazione non era indispensabile né, tantomeno, ha accelerato il percorso già irto di insidie. In tutta la Padania Veneta è risuonato un messaggio forte e chiaro rivolto al resto d’Italia, isole comprese, proclamante “Prima il Veneto”. Proprio uno slogan intelligente di cui ora raccogliamo copiosi frutti, sensibile interesse e gesti affettuosi soprattutto da parte delle Regioni Meridionali pari grado.

La tardiva e patetica letterina di questo mese inviata “ai cittadini del Sud” dal Presidente dimostra, una volta di più, la persistente assenza di una visione sistemica della complessità del tema e di una strategia programmata per tessere non adesso ma fin dal 2015, solide relazioni a partire dalle Regioni del Nord che da anni ri-chiedono più autonomia e quindi, in proseguo, alla ricerca di punti di convergenza con le restanti entità.

È noto che per far passare ciascun accordo Regione-Stato occorrono almeno 315 voti alla Camera e 175 al Senato, a questo s’aggiunga il dettaglio che in un regime di bicameralismo perfetto, il testo votato in ciascheduna delle Camere deve essere identico a quello approvato dall’altra anche nelle virgole, altrimenti si torna alla casella di partenza. Di più, a futura memoria, segnalo che nessuna delle tre fasi ha i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni previamente contingentati, così come capita nelle partite di calcio o basket o rugby o pallavolo. La consueta e fragorosa affermazione del Vicepremier Salvini detta nella recente campagna elettorale “Se guiderò il Governo con Luca (Zaia), non credo che ci impiegherò più di tre minuti per chiudere la trattativa”, è stata già ampiamente validata nella sua sterilità.

Tornando all’intesa non ancora pronta e facente parte del primo step (lì ancora siamo), si può agevolmente affermare che la conclusione dell’iter parlamentare e quindi il successivo trasferimento di competenze e risorse da Roma a Venezia potrà durare, appena due-quattro anni ovvero cinque-dieci, oppure come già successo oltre vent’anni. Infatti, il primo massiccio spostamento di attribuzioni dal centro alla periferia, venne favorito da una legge del 1975, legge nr. 382/1975 intitolata “Norme sull’ordinamento regionale e sulla organizzazione della pubblica amministrazione” accompagnata due anni dopo dal dpr 616/1977, a seguito di un forte avanzamento elettorale del Partito Comunista Italiano (P.C.I.) nelle regionali di quell’anno. Soprattutto il decreto nel trasferire le nuove competenze amministrative, preannunciava una serie di altri atti che solo se ed una volta adottati avrebbero permesso l’esercizio effettivo delle nuove funzioni devolute a regioni, province e comuni. Ebbene il processo di spostamento del potere amministrativo dagli apparati ministeriali agli enti locali durò fino alla fine degli anni Novanta del ventesimo secolo.

Al di là delle tecnicalità giuridiche, è rilevabile una qualche analogia cronologica; registro due dati. Il primo, la modifica dell’art. 116 delle Costituzione è stata fatta dal Centro Sinistra per arginare la forte richiesta di più autonomia proveniente dai territori del Nord Italia; correva l’anno 2001 e le intese avrebbero potuto essere proposte, concertate ed approvate a partire dal 2002. Gli anni persi da tutta la classe politica nazionale e regionale sono quantificati dal calendario. Nel frattempo, la Regione del Veneto ha al suo “attivo” un tentativo fallito nel 2008 ed una partenza da commedianti nel 2017. Nel secolo precedente il decentramento amministrativo avveniva utilizzando il calcolo della spesa storica consolidata per ciascuna competenza gestita a Roma ed ora demandata alla periferia; 44 anni dopo sarà diverso? Temo di no. Dove sta il Cambiamento, in cosa si sostanzia la differenza tra ieri ed oggi?

In data 28 febbraio 2018 è stata siglata una pre-intesa con l’Esecutivo Gentiloni tenuto sotto pressione da quelli che “bastano tre minuti”, anche se allo stato dell’arte – a gennaio 2019 – nulla di nuovo sotto i cieli di Roma e di Venezia. Indubitabilmente il “parto” avverrà il prossimo 15 febbraio, a nove mesi data dall’insediamento del Governo Giallo-Verde. Lo afferma, con l’abituale sicurezza, la stessa fonte che aveva dato altre scadenze: 15 ottobre e 15 dicembre, mentre l’altro Vicepremier si era limitato a prevedere “prima di Natale”, del 2018 ovviamente. Se accordo ci sarà, con firma autografa del Presidente pro-tempore vergando i fogli con la stessa penna biro usata l’altra volta, tutto avrà luogo prima delle prossime elezioni europee di maggio. In questa reiterata recita nelle stanze di Palazzo Chigi, ritrovo una curiosa coincidenza già testata l’anno scorso a favore del contraente regionale, l’altro (quello nazionale) ha avuto a marzo 2018 meno fortuna. Chissà se questa volta l’accadimento porterà più consensi ad entrambi i soggetti istituzionali; basta aspettare qualche mese.

Quando i 5 Stelle erano all’opposizione reclamavano, con lo stile ed i toni sobri loro propri, “trasparenza” negli atti e nei comportamenti di chi comanda. Con perfetta coerenza e sintonia con il passato prossimo, oggi che sono compartecipi nella reggenza della Res Publica non hanno ancora reso noto i contenuti dell’elaborando patto sull’Autonomia Regionale del Veneto. In ogni caso, sarà interessante leggere il documento tuttora in via di definizione, poiché troverà la sua conferma l’inossidabile ed imperituro criterio della famigerata spesa storica, sarà gettato nel cestino delle cose inutili il tanto declamato residuo fiscale dei 9/10 avendo esso assolto, diligentemente e splendidamente, il compito di acchiappavoti durante la campagna referendaria. Accanto alle questioni essenziali appena citate, nella cartella oltre al comunicato stampa redatto per agevolare il lavoro dei giornalisti, farà parte del testo ufficiale la consueta Commissione, da farsi entro un anno of course !, con il compito di definire: quote di compartecipazione o riserva di uno o più tributi erariali , probabilmente IVA, IRPE, IRPEG, l’ individuazione dei fabbisogni “standard” con a fianco la scheda dei tempi della serie “faremo”, il superamento dello stock inziale di risorse economiche conferite dal “regionalismo differenziato” ovvero quello, taylor made fatto su misura per il Veneto.

Segnalo ai posteri, che l’incremento non sarà immediato, ma seguirà un andamento lento; l’aumento potrà avvenire solo dopo un certo numero di anni dall’entrata in vigore della legge in fieri. Firmata l’intesa, spedita – forse – alla Conferenza Stato Regioni per un parere, spetterà poi al Parlamento, prendersi il pacchetto e smazzarlo. Infine, per chiudere la partita e giusto per sorridere, entrerà in campo la solerte burocrazia ministeriale per gli aspetti di dettaglio che, in concreto, saranno quelli decisivi per misurare la qualità dell’azione intrapresa.
Durante la campagna referendaria ha tenuto banco, il dato sventolato ovunque e dovunque che al Veneto spetterebbero 15 miliardi di euro di residuo fiscale. Accogliamo pure questa ipotesi e poniamo il caso che possa succedere un crack delle banche regionali e che occorra assicurare garanzie per 17 miliardi di euro cui aggiungere altri ed oltre 5 miliardi da subito in contanti, per non licenziare migliaia di dipendenti, bloccare il credito alle aziende, adoperarsi per mettere in pista una legge pro-piccoli azionisti. Che si fa? Gli oltre 4 milioni veneti ed i loro rappresentanti eletti in Regione sarebbero pronti e lesti nel sacrificare il “tesoretto” in toto e ad esclusivo favore di una esigua minoranza di cittadini che hanno perso i loro risparmi depositati in banca o il posto di lavoro, a scapito delle altre linee d’intervento previste dal bilancio? O è meglio “ci pensi lo Stato”, come in realtà è già successo di recente, decidendo il Parlamento e scaricando i costi dell’operazione sulla collettività nazionale composta da più di 60 milioni di cittadini?.

Una delle competenze chieste a Roma concerne, appunto, la potestà di emanare norme legislative per gli Istituti di Credito Locale. Ottimo! Siamo sicuri che i casi Zonin e Consoli accompagnati e confortati nelle loro scelte dagli imprenditori veneti seduti negli scranni dei CdA di Banca Popolare di Vicenza e di Banca Veneta non sarebbero potuti accadere, solamente perché – un domani – la rappresentanza degli interessi economici e la selezione della governance bancaria verrebbe attuata in applicazione di criteri regionali? Il “Dossier Autonomia Regionale” è (sarebbe) una faccenda seria, disgraziatamente, il valore delle problematiche sottese conta poco (pochissimo) rispetto alla rilevanza che ha la strategia comunicativa dei governanti occupati a chattare, presenziare e presidiare gli spazi nei social-network oltre che in radio-tv e carta stampata.

Infatti, il Presidente della Regione da navigatore esperto che deve destreggiarsi con un Governo “amico”, intervistato sulla questione da emittenti tv locali, si è paragonato “ad un esploratore che nella giungla, adoperando il machete, ha spianato la strada a quelli che verranno dopo “. Condivido per intero la metafora, nel senso che rispetto alle promesse contenute nel volantino “Autonomia, le 100 domande dei Veneti a Luca Zaia” siamo al primo miglio e i risultati sono molto distinti e distanti dalle aspettative sollecitate. Peraltro, non è detto che Zaia termini il suo mandato da Governatore poiché se alle prossime consultazioni elettorali le forze politiche populiste spopoleranno, scusate il bisticcio di parole, una volta insediato il Parlamento Europeo egli può essere indicato dalla Lega quale Commissario dell’Unione in rappresentanza per l’Italia, magari nella stessa posizione oggi occupata da Federica Mogherini (Pd).

25/01/19 Enzo De Biasi – già Presidente del Comitato contro il referendum farlocco

 

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