Thursday, 20 June 2019 - 14:17

Referendum sull’autonomia regionale un anno dopo: il primo passo deve ancora essere fatto!  * di Enzo De Biasi

Ott 30th, 2018 | By | Category: Cronaca/Politica, Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina

 Una consultazione elettorale del tutto inutile, ma costata 14 milioni di euro al bilancio regionale

Enzo De Biasi

Circa un anno fa, il 22 ottobre 2017, ebbe luogo in Veneto il referendum consultivo per dare maggiore “forza e schei” alla Regione cui partecipò il 57, 2% dei votanti (2.328.949), di questi il 98,1% assentirono al quesito mentre l’1,9% rigettò al mittente la proposta, il restante 42,8 % del corpo elettorale non colse, probabilmente, il significato profondo della “svolta epocale” e preferì non andare ai seggi elettorali.

La mancata presentazione alle urne sommato al diniego acclarato dall’esito scrutinato, fa si che quasi il 45 % (44.7) non ha creduto ai personaggi immaginari del gatto e della volpe (i falsi amici) che consigliarono a Pinocchio di sotterrare una moneta d’oro nel Paese dei Barbagianni (il Veneto), dove c’è un Campo dei Miracoli (detto anche campo dell’Autonomia) perché sarebbe cresciuto un albero pieno di zecchini d’oro (nuove competenze e 9/10 del gettito fiscale). A chi corrispondono nella realtà i due personaggi di fantasia? Al Presidente ed al Consiglio Regionale vigente. La relazione che connette, la favola del referendum “svolta storica”, gli attori istituzionali citati, i soldi dei contribuenti buttati al vento, sta nel fatto acclarato che tutti i partiti presenti sul palcoscenico d’accordo con il referendum farlocco, hanno potuto constatare di aver raccolto la stessa messe di consensi identico nello zero virgola (57,2%), a quanto già racimolato nelle precedenti elezioni regionali del 2015.

Questa brillante operazione, oltre che favorire il partito di maggioranza nella consultazione elettorale tenutasi a marzo di quest’anno, ha ri-confermato l’indiscussa leadership della Lega e del suo principale esponente, peraltro già premiato con la metà dei voti espressi alle regionali avendo egli correttamente focalizzato l’impellente necessità di accrescere funzioni e soldi al Veneto.

Serviva anche il referendum?

Una scelta ritenuta “strategica” avrebbe dovuto comportare un notevole ampliamento della “scarsa affluenza alle regionali (2015) mai registratasi in Veneto”, indice di preoccupante segno di disaffezione al voto, come affermavano i politologici in salsa regionale. Invece, il 22 ottobre hanno partecipato i soliti noti, può darsi che gli altri abbiano annusato l’inconsistenza del quesito sottoposto. Ben altra era stata nel dicembre 2016 la risposta data al referendum costituzionale con il 76,7% (19,5% in più di affluenza) degli aventi titolo. Chissà se i cittadini veneti avevano percepito e capito che decidevano nel caso Italia sul serio e non per finta come per il Veneto e ciò al netto delle loro personali conoscenze giuridiche sulle peculiarità e differenze dei due strumenti d’interpello popolare.

A proposito degli esiti del referendum consultivo locale, divertente è rileggere la stampa di un anno fa, a partire dal quotidiano più diffuso. Con tonalità chiara e forte, veniva scritto che se finora sarebbe “bastata una letterina a Gentiloni per ottenere in un paio di giorni ciò che è previsto dalla Costituzione. Se fosse vero, immaginiamo che di fronte ad alcuni milioni di persone non saranno necessari un paio di giorni, ma basteranno un paio d’ore “(Gazzettino 23/10/2017) Chissà se l’esimio editorialista ha tenuto il conto di quante migliaia di “paia d’ore” sono trascorse dal 22 ottobre ad oggi. Non meno entusiasta l’altro gruppo editoriale, uscito con due titoloni “E’ ripartita la vera sfida federalista. Una firma ha rilanciato la vera sfida federalista” (il Mattino di Padova 02/03/2017) Qualsiasi studente al primo anno di un qualunque corso di laurea breve in studi giuridici, sa che la Repubblica Italiana non è uno Stato Federale. In questo caso potrebbe essere di qualche ausilio comparare due schemini, in uno l’assetto costituzionale degli Stati Uniti d’America e nell’altro quello Italiano; poi come nella settimana enigmistica l’invito è “scoprite le differenze”.

A questo punto è necessario spiegare perché il quesito sottoposto all’elettorato “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?” è simile alla domanda “Vuoi tu bene alla mamma?”.

La risposta va ricercata in due atti legislativi del 2014, numeri 15 e 16, con i quali la Regione del Veneto chiedeva di poter procedere con altri 5 quesiti. Di questi, due di carattere istituzionale, il primo vuoi che il “Veneto diventi una Repubblica Indipendente e Sovrana” ed il secondo, vuoi che il “Veneto diventi una Regione a Statuto Speciale”, gli altri tre di natura economica, vuoi che “l’80% dei tributi pagati dai cittadini veneti a Roma sia trattenuto in Veneto”, che la “Regione Veneto si trattenga l’80% dei tributi riscossi localmente” che “il gettito derivanti dalle fonti di finanziamento della Regione non sia soggetto a vincoli di destinazione”.

La Consulta ha bocciato tutte e cinque le richieste, nonostante la Regione nelle cause perse, della serie Roma batte Veneto 5 a 1, sia stata assistita da un team di eccelse menti giuridiche ed eccellenti avvocati di gran lustro e curricula. Sui costi degli incarichi legali nei giudizi di contrapposizione allo Stato, vale la pena di leggersi l’articolo apparso sul Gazzettino del 2 ottobre 2017 intitolato “Veneto-Roma, liti da mezzo milione”. Il fatto poi che il Leader di un partito per il tramite dell’istituzione che presiede, mandi al massacro giudiziario il proprio patrimonio identitario e culturale dovrebbe preoccupare chi, pur in termini qui non condivisi, crede in una forte alterità e diversità della Regione del Veneto nel contesto italiano. Tornando, invece, al merito del giudicato, difficile non scorgere che quanto deciso dalla Consulta aveva (ha ed avrà) ricadute pesanti sulle attese e sulle aspettative regionali, circoscrivendo un raggio d’azione ben palettato da modalità, criteri e risorse in relazione ai parametri della Costituzione e delle leggi statali in essere. Infine, l’aver assentito all’unico, monco e residuale quesito, è stato un contentino demagogico, giusto per andare avanti al popolo a chiedere conferma di un’ovvietà; salvando la faccia ad una classe politica alla ricerca costante di consenso immediato.

La sostanza di ciò che si auspicava non esisteva più già da luglio 2015, perché si è voluto procedere? Le ragioni della maggioranza erano e sono note, anzi arcinote! Ha stupito il vuoto pneumatico dell’opposizione, PD e 5 Stelle, che – al contrario del Governatore e della Lega – avrebbero avuto modo e tempo per spiegare e motivare all’astensione una fascia consistente di elettorato, rendendolo edotto della pubblicità ingannevole propinata e fatto consapevole che, in ogni caso anche a referendum respinto, la richiesta di avere maggiori competenze ai sensi e per gli effetti dell’art. 116 comma 3 della Carta Repubblicana era quantomai fattibile! La prova provata che la partita non era persa in partenza, sta nella dedizione e coerenza ai propri convincimenti dimostrati da due Consiglieri, Graziano Azzalin (PD) e Patrizia Bartelle (5 Stelle) che relazionandosi positivamente con i cittadini hanno colto il risultato. Infatti, la Provincia di Rovigo è stata l’unica dove ha prevalso il rigetto nei confronti di una domanda retorica ed insignificante.

In conclusione, difficile non concordare con quanto detto da un illustre industriale di Ponzano Veneto che interrogato sul referendum rispose, “autonomia di cosa? Mi sembra una stupidaggine, mi sembra più una battuta”, (L. Benetton 05/10/2017 Corriere del Veneto) e dello stesso tenore un’affermazione del noto filosofo “prova inutile, solo mossa di propaganda” (M. Cacciari 23/10/2017 Il mattino di Padova).

Firmata la pre-intesa a primavera 2018, il primo passo utile non è ancora in rampa di lancio!

In effetti, il referendum consultivo per niente necessario e vincolante al fine dei successivi adempimenti previsti dalla norma costituzionale (art.116 comma 3), è stato un “sondaggio formalizzato”, la definizione è tratta dalla memoria difensiva del Presidente pro-tempore avanti la Corte Costituzionale (sentenza nr. 118/2015), che ha conseguito la vittoria scontata del Si. L’affluenza appena 7 punti oltre la sufficienza, benché su 18 Comitati costituitisi 14 erano a favore ed in aggiunta a tanta abbondanza, un player istituzionale di peso ovvero la Regione del Veneto. Del resto, la paura di non raggiungere il quorum era così alta che ad inizio agosto dello scorso anno, il 50% più 1 vitale per il destino della Lega e del suo rappresentante più autorevole non era ancora stata raggiunto, il dato dell’affluenza era bloccato al 49%, https://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_consultivo_del_2017_in_Veneto (Sondaggi prima del voto).
Lo scorso autunno la Giunta Regionale e quindi il Consiglio approvano una proposta di legge statale, dopo aver sentito le rappresentanze economico-sociali e le amministrazioni locali, tutti convinti della bontà dei 66 articoli e della richiesta di ottenere più “schei da Roma”. Ancorché stampata in bella vista nei documenti ufficiali la dizione “da trasmettere al Parlamento Nazionale ai sensi dell’art. 121 della Costituzione” parole consecutive alla proposta di legge statale nr. 43/2017, questa non è mai stata spedita, né con un click, né con la posta tradizionale, né a cavallo alla Camera od al Senato della Repubblica. Evidentemente non si è voluto mettere nella conoscenza e nella capacità di esaminare gli aspetti giuridico-economici i competenti uffici legislativi parlamentari. Importante era spedire il plico a Roma, non al destinatario sancito dalla norma, quanto al Governo in carica che trovandosi a fine corsa e senza tante speranze per il futuro ha preferito glissare sul dettaglio di forma, che in questo caso era di sostanza!! Forse l’esecutivo nazionale, a trazione Pd, si illudeva che dimostrando di fare presto e di rispondere colpo su colpo alle quotidiane sollecitazioni ed esternazioni mediatiche del sub-comandante in loco di Salvini avrebbe raccolto qualche consenso benevolo in terra veneta. Il quoziente elettorale conseguito a marzo, testimonia la cifra di queste felici intuizioni. Comunque sia il 28 febbraio, incidentalmente pochi giorni prima della chiamata alle urne, con volti distesi e sorridenti di tutti i convenuti è siglata la pre-intesa tra Governo Centrale e la Regione del Veneto per 5 materie più un addendum riguardante le relazioni con l’Unione Europea. Di più, è prevista anche l’istituzione di una Commissione paritetica Stato-Regione per il superamento della spesa storica, la compartecipazione ai tributi di IVA, Ires ed Irpef e l’individuazione costi standard pe le funzioni trasferite. Nello specifico, come al solito, i parametri sono ancora tutti da definire ma come afferma il Presidente “da giugno saremo subito al lavoro con il nuovo Governo” (il Mattino di Padova 17/02/2018). Purtroppo, egli non ha potuto iniziare “subito il lavoro” perché la Lega, presentatesi nella coalizione di Centro Destra prima delle votazioni, dopo l’esito delle stesse ha preferito cambiare cavallo. Abbandonato Silvio Berlusconi vetusto leader lombardo, ha preferito il più giovane e fresco pentastellato campano Luigi Di Maio.

Inevitabilmente un po’ di tempo è stato perso, se non altro perché i due Vicepremier hanno dovuto mettere nero su bianco le loro reciproche idee e programmi, ovvero il famoso “contratto per il Governo del Cambiamento”. A questo punto, è utile dedicare un po’ di spazio al testo citato paragrafo 20, intitolato “Riforme Istituzionali, Autonomia e Democrazia diretta”, laddove disbriga in poche righe la vicenda qui trattata. Recita l’accordo “sotto il profilo del regionalismo, l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte”. Il richiamo puntuale ed ineccepibile è al “regionalismo” o meglio “al regionalismo rafforzato”, voluto dal legislatore nazionale con la modifica dell’art. 116 avvenuta nel 2001. Chi mai saprà se il 57,2% dei Veneti che si sono recati alle urne il 22 ottobre scorso sapevano di votare per confermare l’ente regione come sta e giace da 17 anni nella Carta Costituzionale e che per la loro gioia -se tutto andrà per il verso giusto- potrà diventare una “regione rafforzata”, tipo il caffè con rinforzo di grappa. Ho qualche vago ricordo degli slogan, degli spot pubblicitari, degli interventi dei dotti e degli eruditi, di quelli del Si critico, visti e sentiti durante la campagna referendaria, leggermente più spinti sul terreno dell’autonomia rispetto ad un Veneto un po’ più potenziato, ma tant’è. Nondimeno, sono contento che la Lega invitando i propri militanti ed iscritti a sottoscrivere nei gazebo il “contratto di governo”, ha contribuito a chiarire loro le idee; spero in via definitiva. Un altro passaggio dell’accordo governativo merita una riflessione, lì dove sta scritto che saranno portate “a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte” Come noto, trattasi di tre Regioni: Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. La prima ha direttamente intrapreso l’iter costituzionale senza spendere i soldi dei contribuenti regionali mentre le altre due, più intelligenti e generose, hanno preferito fare un giro di riscaldamento a bordo campo carburandosi per bene con un dispendio di energie pari a circa 50 milioni di € a carico dei rispettivi bilanci. Non v’è dubbio che per una partita dura da vincere, occorre allenarsi per tempo e seriamente! È giunto il momento di capire chi dà le carte a Roma, per raggiungere l’agognata meta. In primis spetta al Ministro pro-tempore per gli Affari Regionali e l’Autonomia, per fortuna: Veneto, di solida provenienza leghista e di approfonditi studi giuridici, l’avvocato Erika Stefani.

In una prima audizione tenutasi il 18 settembre avanti le Commissioni competenti di Camera e Senato per illustrare le linee programmatiche del suo dicastero, l’argomento di maggiore rilevanza è stato proprio “il regionalismo rafforzato”. Dal verbale redatto per l’occasione si comprende che : a) alle tre soprannominate regioni -nel frattempo e senza referendum consultivi- si sono aggiunte anche la Toscana, il Piemonte, la Liguria ed ultimamente -sembra- anche Umbria e Marche; cosi che il numero delle richiedenti sono già 6 o forse 8, b) le pre intese già siglate con le prime tre regioni, riguardavano 5 materie che “però non sono passate al vaglio del Ministero dell’Economia perché i tempi erano ristretti”, comunque non c’è da preoccuparsi “abbiamo avviato incontri con il Ministero dell’Economia”, come noto la questione finanziaria è un dettaglio minore; c) circa le risorse attribuite alle nuove competenze da trasferire alla richiedente , il Ministro è sereno “La legge che recepisce l’intesa non potrà essere che con un saldo zero considerato in tutto il contesto della nostra nazione, ovvero il costo che era in capo ai ministeri deve passare alla regione. Passa la competenza, passa il costo. È imprescindibile che l’attribuzione delle competenze nel momento iniziale non possa avvenire se non con un calcolo del costo storico. Non vedo quale possa essere una valutazione di tipo diverso. Tra l’altro, è un meccanismo che era stato inserito anche nelle pre-intese”; la narrazione confezionata per il popolo nell’anno appena trascorso era ed è lievemente differente d) su quale debba essere la veste giuridica più appropriata per l’intesa, il Ministro afferma “se fare una legge delega o non farla, se riutilizzare un altro tipo di schemi, è certo che nulla esclude che possa essere una legge delega. Qui è aperta sicuramente una discussione non tra politici, ma forse più da cattedratici, da professori di diritto costituzionale”, ecco proprio qui su questo tema specifico la Regione del Veneto è in grado di fornire ottimi consulenti della materia.

Un’ulteriore annotazione riguarda la celerità per concludere le pratiche aperte. Segnalo che nei 12 disegni di legge collegati e previsti dal DEF 2019 a completamento della manovra di bilancio 2019-2021, nessuna intesa Stato -Regione ex art.116 comma 3 è in programma, probabile che l’anno in corso si avvii al termine senza novità di rilievo.
Se nei prossimi mesi saranno chiariti gli aspetti di metodo, di competenze da attribuire e di risorse da trasferire, il negoziato anche con il Veneto potrà concludersi con un’intesa. Ad oggi, il fatto e l’atto conseguente non risultano perché non accaduti. Spetterà quindi al Governo proporre l’accordo raggiunto con un disegno di legge al Parlamento che dovrà approvarlo a maggioranza assoluta dei suoi componenti e nello stesso identico testo in entrambi i rami, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica. I tempi di questa seconda parte sono difficilmente prevedibili, in quanto fortemente politicizzati e dipendenti, molto, dalla capacità e strategia di andare oltre la marginale réclame “prima il Veneto” finora andata in onda.

La percezione è che si possa ripetere, cambiati gli attori in scena ma sempre al comando nazionale che regionale il partito della Lega, nel 2008, Berlusconi, Bossi, Maroni, Zaia e Galan nel 2018, Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Erika Stefani ed il duraturo Zaia, l’affossamento delle speranze di avere almeno una “regione rafforzata”.

Enzo De Biasi –  già presidente contro il Referendum Farlocco

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