Tuesday, 13 November 2018 - 03:31

Sabato riapre il Forte Monte Ricco di Pieve di Cadore

Giu 24th, 2018 | By | Category: Appuntamenti, Arte, Cultura, Spettacoli
Sabato 30 giugno il Forte di Monte Ricco (Pieve di Cadore) riapre al pubblico, con una nuovo mostra collettiva, curata da Dolomiti Contemporanee: Brain-tooling è una mostra dedicata ad un concetto articolato di arrampicata.

La mostra contiene anche una significativa sottosezione dedicata ad un altro progetto DC: Tiziano Contemporaneo.

La mostra è in corso di costruzione: gli artisti, da oltre un mese, di avvicendano nella Residenza che la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore ha attivato e sostiene a Pieve di Cadore.

Artisti in mostra: Marta Allegri, Michele Bazzana, Andrea Bianconi, Michele Bubacco, T-Yong Chung, Irene Coppola, Ilaria Cuccagna, Fabiano De Martin Topranin, Barbara De Vivi, Hannes Egger, Chiara Enzo, Enej Gala, Andrea Grotto, Evelyn Leveghi, Stefano Moras, Marta Naturale, Penzo e Fiore, Nazzarena Poli Maramotti, Marta Spagnoli, Cristina Treppo, Caterina Erica Shanta, Luka Sirok, Francesco Zanatta, Christian Maunuel Zanon.

La Residenza di Brain-tooling a Pieve di Cadore. Cos’è una Residenza?

Gianluca d’Incà Levis

La Residenza è l’Istituto principale su cui si basa la pratica di DC. La Residenza non equivale a un letto e ad una cucina. E’ la volontà, e la capacità, di portare persone e soggetti dall’esterno sul territorio al suo interno, in modo tale che essi lo possano conoscere ed esplorare. Le Residenze DC ospitano, ogni anno, centinaia di artisti, architetti, designer, filosofi, antropologi, scienziati, paesaggisti, alpinisti, ecologi, economisti, e via dicendo.
Queste persone sono diverse tra loro: intellettuali affermati, sperimentatori creativi, giovani artisti, professionisti della cultura e della scienza, esperti di montagna, ricercatori universitari, curatori e collezionisti.
In Residenza essi si conoscono, si mescolano. Tutti sono motivati rispetto all’obbiettivo della rigenerazione culturale di un Bene sepolto, che intendono nel suo valore reale.
A Pieve di Cadore, nel 2017, la Fondazione Centro Studi Tiziano Tiziano e Cadore ha deciso di attivare e sostenere una Residenza, all’interno della Casa del Volontariato e della Montagna.
La Residenza è servita, lo scorso anno, ad ospitare gli artisti che hanno lavorato a Pieve di Cadore per costruire Fuocopaesaggio, la prima mostra collettiva pensata da DC per il Forte di Monte Ricco.
Altri giovani, musicisti e convegnisti, ospiti della Fondazione duranti gli eventi estivi che essa promuove, sono stati alloggiati in questa casa, che è dotata di una cucina.
Anche quest’anno, la Residenza è operativa. Gli artisti di Brain-tooling continuano a usufruire di questa ospitalità. In tal modo, passando un periodo a Pieve di Cadore, conoscono le persone e le cose. Conoscono le Dolomiti e le Marmarole (gli diamo sempre una mappa del nostro partner Tabacco). Conoscono le persone (una ventina le ditte e aziende che ci aiutano a realizzare le opere). Frequentano i locali. Conoscono i cibi, le ricette, le piante e gli alimenti del Cadore. Stabiliscono rapporti con gli enti. Visitano le Chiese e i Musei. Imparano ad arrampicare. Conoscono i luoghi natali di Tiziano Vecellio. Conoscono e frequentano Batteria Castello, il secondo Forte del colle di Monte Ricco, che un giorno sarebbe bello veder restaurato, per trarne magari una foresteria, ripristinando le officine di Romano Tabacchi, per poter cuocere ancora le ceramiche, e fare il lavoro fabbrile. Con un bar: che tutti vogliono salire al colle, ma non ci possono rimanere, e un bar in Batteria sarebbe straordinario, e funzionerebbe senza dubbio.
Molte delle opere realizzate per questa mostra, sono state create grazie alla Residenza. Gli artisti sono italiani, sloveni, coreani. Hanno gli studi e le Gallerie in Italia, in Germania, in Belgio, negli Stati Uniti d’America, e via.
Tutti artisti bravi, la cui ricerca e qualità sono note in Italia a chi s’occupa d’arte, selezionati avvedutamente dai curatori. Stanno lavorando nel paese di Pieve, nel territorio, e dentro al Forte. Da un mese circa, avvicendandosi in residenza, installano, dipingono, fanno interviste, coinvolgono persone, realizzano video e film, di giorno e di notte, direttamente nel Forte, che è un dunque cantiere dell’arte, cioè dell’esplosione plastica dell’idea. Poi vanno a Lagole, e fanno il bagno tra i lucci del Lago di Centro Cadore, e conoscono Col Vaccher, ed esplorano tutto, riposando poco e lavorando molto, e le loro visioni e impressioni e idee si fissano sui medium artistici, e il 30 giugno potremo veder tutti gli esiti di questa ricerca accurata, che ha visto gli artisti immergersi nel territorio e farlo lavorare, stabilendo relazioni molteplici con esso.
Perchè una mostra d’arte contemporanea non è una rassegna di oggetti immobili in una serie di sale vuote da riempire.
E’ invece un dispositivo relazionale, come abbiamo detto, un insieme di rapporti di senso e di relazioni coltivate, che porta sul territorio gli sguardi dell’artista-coltivatore, arricchendolo di una serie di connessioni di senso nuove, che indagano le cose che ci sono con uno sguardo profondo e franco.
L’arte non serve a riempire il Forte, le sue pareti. L’arte non ha una funzione decorativa. La sua funzione è strutturale, come sempre accade per le manifestazioni dello spirito, dell’ingegno, della creatività dell’uomo che esplora, che cerca, che discute e intavola sul valore di cose ed esperienze.
Vi invitiamo tutti dunque, sabato 30 giugno, a venire a scoprire il mondo di Brain-tooling e di Tiziano Contemporaneo, che è un mondo reale, carico, pieno. In cui la mente (degli artisti) ha arrampicato lo Spazio di Pieve di Cadore, attrezzando un’altra parete della cultura, una parete nella quale troverete vie classiche e sportive, vie lunghe e tiri duri secchi, bouldering e free-solo. Perchè DC è una pratica d’arrampicata e alpinismo culturale, che scala l’ambiente e il Paesaggio, trasformandolo, ogni giorro, in sé stesso, e vivificandone la luce, nell’impegno della ricerca, nella forza dell’idea, che è la manifestazione della concretezza dell’immaginazione e dello spirito.

Gianluca D’Incà Levis

 

La Residenza di Brain-tooling a Pieve di Cadore. Un discorso semplice in tre risposte:
Che cosa sono l’arte e la cultura. Cos’è una mostra di Dolomiti Contemporanee. Cos’è una Residenza

Cosa sono l’arte e la cultura?
Dolomiti Contemporanee sta lavorando alla messa a punto della mostra collettiva d’arte contemporanea che, sabato 30 giugno, riaprirà stabilmente il Forte di Monte Ricco.
La mostra, che vede all’opera 25 giovani artisti italiani e stranieri, rimarrà allestita fino al 30 ottobre prossimo (orari su www.dolomiticontemporanee.net e sui websites degli enti gestori, Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e Museo dell’Occhiale).

Ora, vorremmo dir due parole, per una volta in modo semplice, che le possano leggere e capire tutti o quasi (chi non c’è non c’è), su cosa sia una mostra d’arte contemporanea, rispetto alla progettualità culturale che Dolomiti Contemporanee costantemente intavola sul (e NEL, e CON IL) territorio.

Una mostra può essere qualsiasi cosa. Una cosa buona, o cattiva. Una cattiva mostra non è solo una cosa inutile: è anche potenzialmente dannosa, a livello formativo, della coscienza critica.
Quando una mostra è brutta e cattiva? Semplicemente, quando non è fatta bene. Quando gli artisti e i curatori invitati non sono bravi e correttamente motivati: a instaurare relazioni profonde e autentiche tra gli enti, mondani ed extramondani: tra le cose e il senso delle cose; tra le cose e le persone; tra le persone e le persone. Mica basta chiamarli artisti. Mica basta chiamarle mostre, o Biennali. E’ pieno il mondo di mostre pessime, di Biennali insulse, di artisti scadenti.
Come si fa a capire se una mostra è buona, chiede Berto? Benedetto figliolo: come fai tu a capire se un pomodoro è buono, gli chiediamo noi?
Basta vederlo, e assaggiarlo, dice lui, no?
Bene, questo è giusto.
Diciamo allora che il pomodoro è (apparentemente) facile da capire: non occorre saperlo coltivare per poterlo mangiare. E però, il pomodoro c’è perché qualcuno l’ha saputo coltivare.
Diciamo quindi a questo punto, che la cultura non è un pomodoro al consumo, ma una pratica del senso: una buona pratica.
Stiamo dicendo quindi che un conto è mangiare, e un conto è coltivare.
Se un bravo contadino non coltiva bene il pomodoro, il consumatore non lo mangerà mai, o mangerà un pomodoro cattivo (ammesso che sappia rendersene conto).
Ecco dunque una differenza, elementare e importante, che ci chiarisce come la cultura sia una forma di coltivazione particolare, che esige, anche nella fruizione, un impegno (o una sensibilità) superiore a quella del consumatore acritico (poco o per nulla interessato alla qualità delle cose).
Il “consumatore dell’arte”, per poter mangiare questo frutto, non può ridursi a mero consumatore passivo, ma deve farsi fruitore attivo. Deve, in qualche misura, partecipare anche lui alla semina, alla coltivazione.
Infatti, una persona interessata alle cose non è uno spettatore, cioè un ente passivo che guarda, come si fa per la televisione dal divano.
E’ invece un soggetto interattivo, che osserva la sensibilità altrui attraverso la propria, e in tal modo partecipa costruttivamente ad un processo di conoscenza.
Perché lo fa? Perché è presente: è interessato. E perché alcuni sono interessati e altri no, a determinate cose? Per diversi motivi, ma tutti legati, in primis, ad un impegno ed interesse personale, e ad un istinto di conoscenza, più o meno profondamente coltivato. E alla volontà di non accontentarsi di un prodotto qualunque, ma di cercarne, appunto, uno buono.
Se parliamo di arte e cultura infatti, fermo restando che la dotazione di sensibilità è cosa soggettiva e necessaria, alcuni individui risultano più sensibili, più attenti, più interessati di altri alle cose del mondo, e alla loro qualità intrinseca. Altri invece sono distratti: guardano la televisione. L’esercizio, l’impegno, nella valutazione dell’oggetto e del suo profilo di qualità, è determinante.
Ma, a questo punto, ci domandiamo: c’è poi tutta questa differenza tra l’arte e il pomodoro? Anche lì, in realtà, c’è da scegliere. C’è chi piglia i pomodori in cellophane all’ipermercato. E chi li prende dal contadino. Due attenzioni e sensibilità e approcci differenti, anche qui. Uno poco interessato: ecco l’equivalenza del prodotto, l’indifferenziazione. L’altro selettivo: ecco la ricerca della qualità.
La cultura infatti, evidentemente, è in ogni cosa: anche nel cibo.
Anche l’assenza di cultura può annidarsi in ogni cosa: in ogni cosa lacunosa e approssimativa, poco concentrata, colta distrattamente.
Le buone coltivazioni dimostrano che la qualità viene dalla scelta, e che la scelta determina una differenza nell’esito, nel livello della produzione, e che questa differenza è l’opposto di un’equivalenza. Infatti, le cose non sono tutte uguali, e si dispongono secondo una scala di valore, se si vuole guardarle bene.
E, a proposito di cibo e cultura possiamo dire: sono due alimenti formativi e nutrienti: se sono buoni.
Se si mangia male, infatti, si cresce deboli e storti. Se si è consapevoli delle differerenze invece, si sceglie cosa mangiare, e si cresce bene: forti e diritti.
La cultura della qualità (che è l’unica vera cultura), è dunque la capacità di veder le differenze, e di scegliere per il meglio, costruendo così una coscienza critica, che è uno strumento evoluto che aiuta l’uomo a comprendere il mondo, e ad migliorarvi la propria posizione.

Continuiamo: come fa una persona a capire e ad apprezzare un libro, se non ne ha mai letti? Non può capirlo, a meno che non sia un libro senza pretese d’intelligenza, d’approfondimento: dev’essere un libro che non scava. Ma se un libro non scava, e rimane in superficie, è un libro inutile (o è un banale diversivo qualsiasi, uno sterile trastullo per gente poco impegnata).
Anche qui: un libro può essere una gemma, o un libraccio. Non è questione di gusto personale, ma di serietà nella preparazione, e nell’approccio. Naturalmente, una persona è libera di leggere un libro da quattro soldi, le librerie ne son piene, devono vendere anche quelli.
Ma parlare di letteratura con quella persona che legge a casaccio, sarà impossibile, perché quella persona non avrà nulla di essenziale da dire, dato che non ha avuto attenzione nell’ascolto. Quella persona si sarà accontentata.
Come fa allora una persona a valutare un’opera d’arte, se non è interessata a studiare l’arte?
La preparazione culturale, e intellettuale, è qualcosa di prodigioso. Uno strumento evoluto, accrescitivo, di cui l’uomo si dota, se lo vuole, e che contribuisce potentemente a differenziarlo dalla scimmia, ed a crescerlo nella propria consapevolezza.
Può una persona che non si interessa all’arte entrare in una mostra e dire: quello mi piace, quello non mi piace?
No, non può. Se non si ha un criterio di valutazione, non si può valutare. Si parla a caso, come al bar.
Facciamo un altro esempio semplice: può una persona che non ha studiato la matematica, di fronte a un’equazione di secondo grado, dire: la matematica è brutta?
No, non può, se non è un poverello che parla a caso, o un bambinetto. Il bambinetto può dire: “mi fa schifo la matematica”, senza però capire quel che dice, mentre lo dice. Al bimbetto bisogna insegnare qualcosa. Ad anche l’adulto che voglia crescere ancora, può imparare ancora: sempre.

Cos’è una mostra di Dolomiti Contemporanee?
Una mostra, abbiamo detto, può esser qualsiasi cosa, buona o cattiva. Dolomiti Contemporanee fa buone mostre, perché compie una selezione accurata dei contenuti, e degli artisti, in un contesto internazionale.
L’arte, in DC, è precisamente sé stessa: una pratica esplorativa della cultura, che indaga il mondo, e lo restituisce, arricchito dallo sguardo intelligente dell’artista. In tal modo, le cose non vengono semplicemente descritte, ma “aumentate”, ristorate, analizzate criticamente, attrezzate plasticamente. L’arte costruisce un vastissimo sistema di rimandi, che interessano a chi è curioso culturalmente, e annoiano chi già si annoia, chi è seduto e fermo (nello spirito, nel cervello).
L’arte è una delle porte della conoscenza, dell’espressione, della costruzione. Chi non ne è attratto, rinuncia ad un nutrimento straordinario, e ad un’occasione di arricchimento.
L’arte poi (anzi: simultaneamente), in DC, è anche un’altra cosa. E’ una delle tecniche che adottiamo per intavolare la nostra riflessione culturale, che riguarda i siti-risorsa, di cui il territorio è trapunto.
Come è noto, DC attiva piattaforme di rigenerazione complesse, e strategie di rete, con l’obiettivo di trovare una nuova identità, e nuove destinazioni d’uso, temporeanee o permanenti, per le strutture stesse.
Scegliamo infatti strutture ad alto potenziale, che però sono oggi del tutto inutilizzate, o solo parzialmente funzionanti, o in fase di teorico riavviamento, o che necessitano di un’idea nuova, per tornare a vivere, e a funzionare, portando uno spunto positivo al proprio territorio, rispetto al quale costituiscono al tempo stesso un problema irrisolto e una risorsa potenziale.
Il Forte di Monte Ricco è uno di questi siti, al quale lavoriamo, con una strategia culturale di rilancio, dal 2017.
E’ evidente che non basta restaurare una struttura, per renderla capace di funzionare.
La struttura funzionerà se chi l’affronta saprà dotarsi di una strategia corretta, rispetto all’identità del Bene, al suo potenziale, alle necessità del territorio, alla costruzione di un progetto aperto che inserisca la struttura stessa in un meccanismo virtuoso.
Occorre chiarezza di visione, per riuscirci. Occorre un’idea buona, molta cooperazione a tutti i livelli (interno ed esterno, locale e globale, territoriale e extraterritoriale), molta determinazione nel perseguire l’obbiettivo, la capacità di attrezzare reti vaste ed estroverse.
Spesso, le strutture non vengono rilanciate correttamente, e le strategie (quelle approssimative) falliscono.
Altre volte, le strategie sono sbagliate, quindi le strutture ripartono, ma poi si fermano ancora, e in quel momento si scopre che la strategia era miope, che mancava l’idea, che bisognava compiere altre scelte, avere una visione, il coraggio di una visione non banale.
In quei due casi, è il territorio a perdere, non la struttura.
La struttura, e il suo utilizzo, sono un’opportunità per il territorio, non per la struttura in sè.
Per questo non bisogna mai ragionare in termini di “scatole restaurate, vuote, da riempire” e di “contenuti da metterci dentro”. Questa visione, della scatola e dei contenuti, è puerile. E’ la visione che talvolta hanno un Sindaco o un Assessore o un cittadino che non sanno intendere la Cultura per ciò che essa è: un elemento fluido, che connette propulsivamante i punti di forza, e non il Capitolo schematico d’un Bilancio.
Una mostra di DC è dunque una parte di una strategia complessa. Nell’ambito della strategie culturali, DC dice qualcosa in Italia dal 2011, a livello operativo, culturale, scientifico. La nostra credibilità è alta, perché il lavoro che facciamo ogni giorno è attento, dunque buono. Basta guardarlo (come basta leggere il buon libro), per capirlo.
Ammesso che si possiedano le capacità per vederlo. Infatti, guardare non è ancora vedere.
Quali capacità sono richieste? L’abbiamo detto: disposizione e determinazione nell’ascolto; curiosità culturale; elasticità mentale; sensibilità critica; un’intenzione pubblica responsabile di far bene per il territorio, che è cosa diametralmente opposta alle ambizioni personali. Gli occhi aperti.

Cos’è una Residenza?

La Residenza è l’Istituto principale su cui si basa la pratica di DC. La Residenza non equivale a un letto e ad una cucina. E’ la volontà, e la capacità, di portare persone e soggetti dall’esterno sul territorio al suo interno, in modo tale che essi lo possano conoscere ed esplorare. Le Residenze DC ospitano, ogni anno, centinaia di artisti, architetti, designer, filosofi, antropologi, scienziati, paesaggisti, alpinisti, ecologi, economisti, e via dicendo.
Queste persone sono diverse tra loro: intellettuali affermati, sperimentatori creativi, giovani artisti, professionisti della cultura e della scienza, esperti di montagna, ricercatori universitari, curatori e collezionisti.
In Residenza essi si conoscono, si mescolano. Tutti sono motivati rispetto all’obbiettivo della rigenerazione culturale di un Bene sepolto, che intendono nel suo valore reale.
A Pieve di Cadore, nel 2017, la Fondazione Centro Studi Tiziano Tiziano e Cadore ha deciso di attivare e sostenere una Residenza, all’interno della Casa del Volontariato e della Montagna.
La Residenza è servita, lo scorso anno, ad ospitare gli artisti che hanno lavorato a Pieve di Cadore per costruire Fuocopaesaggio, la prima mostra collettiva pensata da DC per il Forte di Monte Ricco.
Altri giovani, musicisti e convegnisti, ospiti della Fondazione duranti gli eventi estivi che essa promuove, sono stati alloggiati in questa casa, che è dotata di una cucina.
Anche quest’anno, la Residenza è operativa. Gli artisti di Brain-tooling continuano a usufruire di questa ospitalità. In tal modo, passando un periodo a Pieve di Cadore, conoscono le persone e le cose. Conoscono le Dolomiti e le Marmarole (gli diamo sempre una mappa del nostro partner Tabacco). Conoscono le persone (una ventina le ditte e aziende che ci aiutano a realizzare le opere). Frequentano i locali. Conoscono i cibi, le ricette, le piante e gli alimenti del Cadore. Stabiliscono rapporti con gli enti. Visitano le Chiese e i Musei. Imparano ad arrampicare. Conoscono i luoghi natali di Tiziano Vecellio. Conoscono e frequentano Batteria Castello, il secondo Forte del colle di Monte Ricco, che un giorno sarebbe bello veder restaurato, per trarne magari una foresteria, ripristinando le officine di Romano Tabacchi, per poter cuocere ancora le ceramiche, e fare il lavoro fabbrile. Con un bar: che tutti vogliono salire al colle, ma non ci possono rimanere, e un bar in Batteria sarebbe straordinario, e funzionerebbe senza dubbio.
Molte delle opere realizzate per questa mostra, sono state create grazie alla Residenza. Gli artisti sono italiani, sloveni, coreani. Hanno gli studi e le Gallerie in Italia, in Germania, in Belgio, negli Stati Uniti d’America, e via.
Tutti artisti bravi, la cui ricerca e qualità sono note in Italia a chi s’occupa d’arte, selezionati avvedutamente dai curatori. Stanno lavorando nel paese di Pieve, nel territorio, e dentro al Forte. Da un mese circa, avvicendandosi in residenza, installano, dipingono, fanno interviste, coinvolgono persone, realizzano video e film, di giorno e di notte, direttamente nel Forte, che è un dunque cantiere dell’arte, cioè dell’esplosione plastica dell’idea. Poi vanno a Lagole, e fanno il bagno tra i lucci del Lago di Centro Cadore, e conoscono Col Vaccher, ed esplorano tutto, riposando poco e lavorando molto, e le loro visioni e impressioni e idee si fissano sui medium artistici, e il 30 giugno potremo veder tutti gli esiti di questa ricerca accurata, che ha visto gli artisti immergersi nel territorio e farlo lavorare, stabilendo relazioni molteplici con esso.
Perchè una mostra d’arte contemporanea non è una rassegna di oggetti immobili in una serie di sale vuote da riempire.
E’ invece un dispositivo relazionale, come abbiamo detto, un insieme di rapporti di senso e di relazioni coltivate, che porta sul territorio gli sguardi dell’artista-coltivatore, arricchendolo di una serie di connessioni di senso nuove, che indagano le cose che ci sono con uno sguardo profondo e franco.
L’arte non serve a riempire il Forte, le sue pareti. L’arte non ha una funzione decorativa. La sua funzione è strutturale, come sempre accade per le manifestazioni dello spirito, dell’ingegno, della creatività dell’uomo che esplora, che cerca, che discute e intavola sul valore di cose ed esperienze.
Vi invitiamo tutti dunque, sabato 30 giugno, a venire a scoprire il mondo di Brain-tooling e di Tiziano Contemporaneo, che è un mondo reale, carico, pieno. In cui la mente (degli artisti) ha arrampicato lo Spazio di Pieve di Cadore, attrezzando un’altra parete della cultura, una parete nella quale troverete vie classiche e sportive, vie lunghe e tiri duri secchi, bouldering e free-solo. Perchè DC è una pratica d’arrampicata e alpinismo culturale, che scala l’ambiente e il Paesaggio, trasformandolo, ogni giorro, in sé stesso, e vivificandone la luce, nell’impegno della ricerca, nella forza dell’idea, che è la manifestazione della concretezza dell’immaginazione e dello spirito.

Gianluca D’Incà Levis

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