Wednesday, 25 April 2018 - 00:55

La rivolta dei contadini bellunesi nel 1800  * dal libro di Ferruccio Vendramini

Apr 7th, 2018 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Riflettore

Ferruccio Vendramini

Il 15 marzo del 1800 ha inizio a Belluno la rivolta dei contadini. Una vicenda poco conosciuta, che il conte Florio Miari nelle sue Cronache bellunesi inedite del 1865 liquida in poche righe. Del resto, a scatenare la ribellione di circa ottocento uomini erano stati secoli di oppressione dei nobili. A far esplodere la situazione nel 1800 sono i dazi sul bestiame, il cui commercio rappresentava la principale fonte di sostentamento dei contadini. Oltre alla concomitanza dello svilupparsi di un’epidemia bovina.
La ricostruzione dei fatti si deve alle minuziose ricerche dello storico bellunese Ferruccio Vendramini, che ha setacciato vari archivi dando alle stampe ancora nel 1972 il libro dal titolo “La rivolta dei contadini bellunesi nel 1800” edizioni Libreria Moderna – Walter Pilotto editore – Feltre. La fonte principale del volume è costituita dal documento a firma di Domenico Fantuzzi “Processo storico relativo all’ingresso dei contadini nella città di Belluno” conservata dalla Biblioteca civica di Belluno. Si tratta di quello che oggi chiameremo il fascicolo dell’idagine preliminare (perché non risulta sia seguito un vero e proprio processo) del 17 ottobre 1800 istruito dal giudice Brocchi, del Tribunale revisorio di Venezia, incaricato a condurre le indagini.
La rivolta, iniziata il 15 marzo 1800, fu capeggiata da tre uomini, Antonio de Mio detto Bianca, fabbro proveniente da Villa di Caviola, Pieve di Canale d’Agordo, Lazzaro Andriolo oste in località la Muda (Agordo) e Florio Bertoldi mulattiere da Orzes, 35enne dal fisico atletico.
Per meglio comprendere il quadro generale nel quale si muove la vicenda, occorre fare un passo indietro di qualche anno. Il 13 marzo 1797 una divisione francese comandata dal generale Masséna raggiunge Belluno e il 9 -10 maggio ha inizio l’occupazione francese. Il 22 maggio viene costituita la Municipalità a Belluno, seguita il I° giugno dall’inaugurazione dell’albero della Libertà. Il 10 gennaio 1798, dopo il trattato di Campoformido i francesi lasciano la città e due giorni dopo arrivano gli austriaci. Che in forza del decreto del 19.01.1798 del conte di Wallis, comandante in capo dell’armata d’Italia, sopprimono la Municipalità e confermano in via provvisoria “la prima forma dell’attuale provvisorio governo”. Una restaurazione, insomma, che a Belluno porta la firma, nella deliberazione che ripristinava i dazi, di tre nobili ritornati al potere: Antonio Agosti, Damiano Miari e Francesco Piloni. La reintroduzione di queste norme provocano il malcontento generale, al punto che nell’Alpago si registra un tentativo di separatismo.
I venti di libertà lasciati dai francesi al loro passaggio, dunque, insieme alla reintroduzione degli odiosi dazi sul bestiame, creano le condizioni per far esplodere rivolta contadina, chiamata anche la “rivoluzione dalmedera” (da dalmede, gli zoccoli in legno usati nelle campagne). Anche perché era la sola provincia di Belluno, come lamentavano i contadini, ad esser gravata dal dazio sulla compravendita di bovini.
A Belluno, inoltre, erano troppe le persone che vivevano sulle spalle di chi lavorava. Secondo i dati disponibili del 1780, ma che possiamo ritenere validi anche per il ventennio successivo, c’erano 268 nobili, 209 religiosi, 247 artigiani compresi i garzoni, 108 agricoltori, una cinquantina di camerieri, 38 bottegai e 9 mercanti. Altri 152 tra mendicanti e persone senza un mestiere. C’erano inoltre 37 persone che vivevano di sola rendita e 34 che esercitavano una libera professione.
Dei 42.223 abitanti della provincia, la maggioranza lavora nelle campagne e la maggior fonte di ricchezza proviene dall’allevamento di bestiame. Questo spiega la volontà dei “territoriali”, ossia degli abitanti dei territori, di far abolire i dazi sul bestiame. Va detto che sacerdoti e l’Università dei possidenti nel 1799 si pronuncia a favore della soppressione dei dazi. Ma a difendere i privilegi dei nobili interviene presso l’Imperial Regio Governo Generale, Galeazzo Galeazzi, nunzio della città di Belluno. Secondo il nunzio che chiamava “miseri villici” i territoriali – sottolinea Vendramini – le leggi nate con la prevaricazione della classe nobiliare sui popolari (ossia gli abitanti della città non di origine nobile e quindi esclusi dal potere) e sui territoriali, erano fatte passare come scelte volontarie volute da tutta la popolazione. Nemmeno gli accademici bellunesi degli Anistamici (quelli che avevano sede a Palazzo Minerva in via Mezzaterra) fecero nulla per porre rimedio al parassitismo della classe nobiliare.
Così, la mattina del 13 marzo 1800 circa 800 contadini armati di archibugi, picche, sciabole, randelli e forconi si preparavano da Bolzano, Vezzano, Bribano, Sedico, Orzes, Tisoi e Salce, per assediare la città.
Tommaso Antonio Catullo nelle sue “Memorie Patrie” fa alcuni nomi dei rivoltosi, oltre ai tre già citati, alla testa dei gruppi. C’è Michiel Dall’O di Bes, giovane ardito parlatore, Antonio Bertoldi di Orzes, Domenico Pat di Sedico, Antonio Ferigo di Sedico, Antonio Da Rold fabbro di Tisoi, Angelo Da Riz detto Darich da Carmegn.
Un popolo messo alla fame, dunque, si ribella contro una classe dirigente incapace e inetta. I contadini riescono a tenere in pugno la città per alcuni giorni, terrorizzando i nobili.
Poi intervengono gli austriaci, che con l’inganno catturano e arrestano i leader della rivolta, Antonio de Mio detto Bianca, fabbro di Canale d’Agordo, Lazzaro Andriolo oste alla Muda (Agordo) e Florio Bertoldi mulattiere di Orzes. Rinchiusi nelle carceri di Treviso, i tre vi rimangono per una decina di mesi, fino al 15 gennaio 1801 data della loro liberazione. Dai documenti, pare non vi sia traccia di spargimenti di sangue. Catturati i capi, la rivolta si affievolisce e i contadini iniziano a rientrare alle loro case.
Per la verità un morto accertato ci fu. Perché probabilmente ebbe la sfortuna di giungere quando tutto stava per finire, alla testa di un gruppo di agordini minacciando di proseguire l’occupazione. Si chiamava Userta o Luserta (lucertola) ed era considerato un brigante. A fermarlo ci pensano i soldati austriaci. Luserta cade sotto il fuoco della truppa e sarà sepolto a Belluno. E alcuni dei suoi uomini vengono arrestati.
“La parola che i contadini si diedero – scrive altresì il professor Piero Francesco Franchi, tra l’altro autore di uno spettacolo teatrale ispirato alla rivolta bellunese andato in scena con attori dilettanti in provincia di Venezia – lasciando la città che avevano occupato, fu quella di ritornarvi, se il rispetto ai diritti del popolo promesso dai nobili non fosse stato mantenuto. Quella parola è ancora valida – conclude Franchi in quello scritto degli anni ’70 quando si respirava ovunque l’aria della protesta e della contestazione – . E agli eredi ideali di quegli oppressori il compito di attuarla, e stavolta fino alle estreme e vittoriose conseguenze, contro gli eredi politici ed economici di quegli oppressori”.

Roberto De Nart

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