Sunday, 23 September 2018 - 22:22

Glifosato, l’erbicida che distrugge tutta la vegetazione, in grado di provocare gravi lesioni oculari, tossico e con effetti di lunga durata * di Daniela Altera

Dic 15th, 2017 | By | Category: Cronaca/Politica, Lettere Opinioni, Meteo, natura, ambiente, animali, Riflettore

Gentile Senatrice Cattaneo,

Vigneti trattati con diserbante glifosato

lo scorso 1 dicembre su La Repubblica è stato pubblicato un suo articolo in occasione del rinnovo dell’autorizzazione all’erbicida glifosato da parte dell’Unione Europea, in cui lei, nel dichiarato intento di sgomberare il campo da equivoci, fa una serie di valutazioni per rassicurare sugli effetti nocivi di questa sostanza, valutazioni che non condivido. Mi permetto dunque di entrare nel merito di quanto lei ha affermato, partendo dall’idea – questa sì in sintonia con la sua – che è il momento di fare chiarezza e, come lei scrive, di sgomberare il campo da equivoci.

Il glifosate è un erbicida non selettivo, nel senso che è in grado di distruggere tutta la vegetazione ed è classificato a livello europeo come sostanza pericolosa in grado di provocare gravi lesioni oculari e tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata.

Lo IARC, agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, nel marzo 2016 lo classifica come appartenente al gruppo 2°, che include le sostanze ritenute probabilmente cancerogene. A riguardo lei fa notare, per ridimensionare la portata del rischio contenuta in quella classificazione a dir poco pesante, che nella categoria dei probabilmente cancerogeni ci sono anche alcuni stili di vita. Ebbene, a mio modesto parere questo dato di realtà nulla toglie alla pericolosità degli uni e delle altre (sostanze). Aggiungerei che stili di vita pericolosi e sostanze pericolose vanno il più possibile evitati.
Gli eventuali conflitti sono fortemente rispediti al mittente dallo IARC con una nota, del 20 novembre ai due presidenti di commissione del Congresso degli Stati Uniti nella quale reitera che le classificazioni del rischio effettuate dallo IARC sono il risultato di deliberazioni scientifiche del Gruppo di lavoro di scienziati liberi da conflitti di interessi.
Non dimentichiamo corrispondenza pubblicata sul sito IARC; si trovano note e richieste delle ditte, con toni che potrebbero essere oggetto di discussione.

Il brevetto, secondo il sito roundup, sarebbe scaduto nel 1992 e non nel 2001; il numero dei prodotti autorizzati, secondo il Ministero della Salute (banca dati dei prodotti fitosanitari) sarebbe circa di 170 e non 350; le autorizzazioni scadono per la quasi totalità al 31/12/2017; secondo quanto riportato nelle etichette la maggior parte degli stabilimenti, sono belga e danesi e non italiani.
In Italia dal 2016 vige il divieto: di uso nelle aree frequentate dalla popolazione, di impiego in pre-raccolta; il divieto, ed ai fini della protezione delle acque sotterranee, dell’uso non agricolo su suoli contenenti una percentuale di sabbia superiore all’80%; aree vulnerabili e zone di rispetto
A livello europeo la Germania era incaricata della valutazione della sostanza; il BfR, l’Istituto di valutazione del rischio tedesco, a sua volta si è avvalso della Glyfosate Task Force, consorzio formato Monsanto, Syngenta, etc; non potrebbe esservi un conflitto di interessi?
Anche il sistema che produce i dati scientifici per le valutazioni dovrebbe essere indipendente e terzo e non fornito dalle ditte che chiedono l’immissione in commercio.
Sarebbe utile cominciare a valutare gli effetti del “multiresiduo” negli alimenti; ammesso che ciascuna sostanza sia inferiore al LMR (limite massimo residuo) quale è l’effetto di più residui presenti nello stesso alimento, tenendo conto ad esempio delle sostanze hanno lo stesso meccanismo di azione (es. neurotossici)?
Per la persistenza, il report del piano di monitoraggio dei prodotti fitosanitari nelle acque di ISPRA ci dice che,la sostanza, dove ricercata, è una dei maggiori contaminanti dei corpi idrici.

Dichiarare, come lei fa, che non poter utilizzare “il glifosato significherebbe tornare agli anni ’50, diserbando a mano i campi” semplifica forse troppo il problema; esistono diversi profili di tossicità dei prodotti, e la lotta alle infestanti ed anche la loro diffusione dipende dalla gestione globale degli agroesistemi: più un sistema è stressato e specializzato, più le erbe infestanti saranno aggressive e difficili da contenere. Questo accade nella monocoltura; dove invece le rotazioni sono prassi, la lotta alle malerbe è più semplice e meno impattante.
La competitività dei sistemi agricoli italiani deve basarsi sulle specificità; non possiamo competere sulla quantità e con sistemi a basso costo; riconoscere questo permetterebbe anche l’equa remunerazione dei fattori produttivi e dei lavoratori coinvolti.
Numerosi studi, anche della FAO, indicano che le produzioni da agricoltura biologica giocano un ruolo fondamentale per la lotta alla fame, alla povertà ed alla loro possibilità di produrre cibo sufficiente per tutti. L’eventuale riduzione di produzione (intorno al 20%) potrebbe essere compensata dalla riduzione degli sprechi. Per il bilancio dei gas serra è provato che i suoli dove si pratica l’agricoltura biologica sono in grado di sequestrare molta più CO2 rispetto ai suoli condotti in agricoltura tradizionale.
Comunque l’attuale sistema agricolo industriale ed intensivo non è stato in grado di assicurare cibo per tutti.

Daniela Altera

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