Wednesday, 13 December 2017 - 13:20

Credo, ideali, amori e passioni nell’800 nel libro “Il Lobbio”, di Michela Piaia

Ott 18th, 2017 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina

Una storia tutta bellunese quella raccontata da Michela Piaia ne “Il Lobbio”, edito da Sismondi. Le vicende si svolgono nell’Ottocento risorgimentalista e vedono al centro della scena la famiglia dei Dorin. Tra fame, miseria e, dopo l’Unità, anche l’emigrazione in massa uomini, donne e preti sono travolti da avvenimenti più grandi di loro. C’è il parroco cadorino don Erminio che subisce malvolentieri il passaggio delle parrocchie in Friuli nella diocesi bellunese, c’è il figlio dell’avvocato che, dopo la ventata quarantottesca, si adagia in una pigra esistenza borghese. E ancora amori e sentimenti profondi, ideali cui si dedica la vita, la Chiesa con parroci che esaltano la missione cristiana (don Davide), vecchie figure di sacrestani e perpetue. E lui, il Lobbio. Di nome fa Menuccio, figlio della povera gente di montagna. Ma di quelle montagne, pur aspre e poco generose, non può fare a meno. Lo mettono, contro i suoi sentimenti, in seminario a Feltre. Ma lì coltiva i nuovi ideali di patria, libertà, indipendenza. Scontrandosi con i compagni di scuola. E, strappato al suo mondo montanaro, ora è un “diverso”. Non è più montanaro né buon seminarista. L’unico suo amico rimane barba Doleto, un anziano che vive in un “cogol”, solitario e romito, sopravvivendo con un po’ di latte, formaggio e polenta. Un giorno Menuccio, dopo un breve periodo con la famiglia, prende la via del seminario, dove, però, non tornerà più. Si unirà ai combattenti per la libertà d’Italia.
Ma poi si accorge che gli ideali sono solo chimere e si rifugia nella sua famiglia, i Dorin. Ma qui è immediatamente cacciato perché ha disonorato il loro buon nome. E, seguendo la vocazione di barba Doleto, si rifugia in quel “cogol” dove finirà la sua vita solitaria, accudito solo dalla sorella Santina, anche lei vittima di un amore impossibile.

Il bel libro di Michela Piaia, che ha il grande pregio di catturare il lettore capitolo dopo capitolo, è un grande affresco storico e sociale del Cadore e dell’Agordino nel periodo aspro e combattuto che arriva agli ultimi decenni dell’Ottocento. Giovani che sanno abbracciare il sacerdozio con una vera vocazione evangelica (i vescovi si mostrano invece diplomatici e, forse, era anche il loro compito), ragazzi che lasciano la loro terra infatuati del mito americano, scontri tra contadini sfruttati dai padroni e proprietari insensibili alle nuove esigenze sociali.
Alla fine quel mondo antico fatto di sofferenza e non poca fede si sgretola pur lentamente. Il vero riscatto sociale arriverà nella seconda metà del Novecento con industrializzazione e, soprattutto, turismo. Per quelli che rimangono e non sono emigrati lavoro nelle cave di mole o a strappare brandelli di terra ai sassi della montagna. Che proprio in quegli anni viene scoperta da alpinisti che ne rendono celebri picchi e vette in tutto il mondo. Ma senza amore per quelle rocce da cui cercano solo affermazioni personali e gloria. Di questo li accusano i montanari, loro sì innamorati delle loro montagne.
Un romanzo di illusioni e delusioni potrebbe essere definito quello della Piaia. Certamente tra i più convincenti scritti in questi anni accanto a “Storia di Bortolo”, “Terre Alte” e “I minatori della Valbelluna”. Ma anche altri che la memoria, e la penna, non ricordano.

Sante Rossetto

 

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