Friday, 15 December 2017 - 23:32

Il discorso di Roberto Padrin, sindaco di Longarone, per il 54mo anniversario della tragedia del Vajont

Ott 9th, 2017 | By | Category: Riflettore, Società, Istituzioni

Roberto Padrin,

Longarone, 9 ottobre 2017  –  “Dal portale del cimitero monumentale delle vittime del Vajont, dove queste riposano, persone innocenti, perite senza colpa, per le quali ci riuniamo a rendere loro omaggio ogni 9 ottobre, vi porgo il mio personale saluto, della mia e delle altre amministrazioni che rappresentano, istituzionalmente, con quella di Longarone, il Vajont, la sua memoria e le sue comunità, con i propri Sindaci di Erto e Casso, Antonio Carrara, di Vajont Lavinia Corona e Paolo Vendramini di Nuova Erto a Ponte nelle Alpi. Assieme, in rappresentanza delle nostre comunità, legate indissolubilmente da quella terribile notte, ringraziamo quanti sono qui oggi e intervengono a questo momento di solenne commemorazione, civile e spirituale”.

Lo ha detto oggi il sindaco di Longarone Roberto Padrin nel suo discorso per il 54mo anniversario della tragedia del Vajont.

“Proprio dove esattamente trent’anni fa San Papa Giovanni Paolo II venne a visitare questo luogo, trattenendosi a pregare per le nostre vittime. E’ ancora molto vivo il ricordo dell’immagine che lo vedeva solo mentre camminava per le vie del camposanto, soffermandosi sulle tombe, lasciando un segno indelebile di vicinanza e speranza per tutti noi. Le comunità del Vajont ora guardano all’anno prossimo quando sul Vajont la campana suonerà il cinquantacinquesimo rintocco e l’ormai annunciata visita in terra veneta di Papa Francesco apre all’auspicio che possa condurlo in mezzo a noi. La nostra speranza è che il Santo Padre possa veramente offrire il suo abbraccio in un’ideale comunione con i superstiti e i sopravvissuti, che da sempre soffrono il distacco violento, assassino, dei loro cari. Quella notte di 54 anni fa, che portò via 1.910 persone, che nulla potevano, rivive quotidianamente in tutti noi.
E il primo pensiero va proprio a queste persone sacrificate della loro vita per gli interessi di pochi. E nel loro segno le nostre comunità portano la croce della colpa per non aver saputo intuire un destino giocato sui valori fondamentali dell’umanità. Traditi dall’ingenuità, ma soprattutto traditi da uomini privi di scrupoli, di nobili scopi, alla ricerca spasmodica, irresponsabile, del profitto.

A Longarone, a Vajont e ad Erto e Casso, però, nessuno dimentica e tutti si fanno carico di portarne il messaggio, quasi fosse una missione che il destino ha loro riservato. Questo si, un nobile scopo. Testimoniare quanto l’uomo possa farsi male quando vìola gli equilibri preesistenti, nel rapporto con la natura e l’ambiente.

Lo scorso anno eravamo qua anche a ricordare le vittime e la distruzione provocate dal drammatico terremoto che aveva colpito il Centro Italia. E proprio domani avremo qui con noi il sindaco di Amatrice e con lui quelli di Norcia, Gemona del Friuli e Casamicciola Terme, città colpite da catastrofi che hanno genesi completamente diverse dal Vajont, ma che hanno devastato le loro comunità. Parleremo di ricostruzione, a cinquant’anni dall’avvio della ricostruzione privata di Longarone, per condividere un percorso che ha visto protagonisti i longaronesi e la loro volontà unanime e determinata di poter ricostruire le loro case sopra il ricordo della vecchia, bella, Longarone. Sullo stesso luogo. Confrontarsi con altre realtà per offrire un gesto di solidarietà e testimoniando la nostra esperienza rappresenta un modo per sentirci ancora più uniti e comprendere cosa significhi ricominciare, rialzarsi dalle ceneri e riprendere a vivere. Ho ancora negli occhi la dignità delle persone che ho visto ad Amatrice un anno fa, persone consapevoli di aver perso tutto, ma, indomite, desiderose di ripartire.

Una ricostruzione che non può non passare attraverso un pensiero per quanti accorsero qui all’indomani del disastro del Vajont a prestare soccorso e a contribuire alla nostra rinascita. Persone che sono qui, come ogni anno, a condividere con la nostra comunità questo momento dedicato alla memoria, commosse ed emozionate, ricordando come fosse ieri quelle drammatiche giornate passate a recuperare corpi mutilati e portare conforto a chi era rimasto. Un pezzo del loro cuore, lo sappiamo bene, è rimasto qui.

Una fiumana di solidarietà; una ricchezza del nostro Paese, che si mobilita in massa ogni qual volta si trova di fronte a terribili situazioni di dolore e distruzione. Dai nostri paesi, non finiremo mai di dire loro GRAZIE!!!

Anche quest’anno desidero ripetermi nel dare voce al monito rivolto alle istituzioni competenti di produrre azioni di prevenzione e sicurezza ambientale. Nessuno può più accettare il sacrificio di vite umane perché non si è fatta adeguata e corretta attività di prevenzione.
Il messaggio del Vajont questo insegna e deve essere riportato ed esteso in ogni dove. Non mi riferisco unicamente a fatti imprevedibili verso i quali non possiamo fare niente, ma è evidente che in situazioni di chiare criticità e di fragilità è un delitto non intervenire prima che possano accadere eventi irreparabili.

Concetti che riteniamo irrinunciabili e che attraverso le attività della Fondazione Vajont cerchiamo di divulgare e testimoniare a tutto campo. Gli anni passano, sono già 54. I superstiti sono sempre meno, purtroppo. Questi hanno testimoniato con quotidiana costanza la prova subita, così, attraverso la Fondazione stiamo lavorando per coinvolgere le nuove generazioni in un progetto di comunicazione, affinché possano arricchirsi della conoscenza della storia del Vajont e trasformarsi, essi stessi, in testimoni e portatori della memoria. Entrando nel ruolo di “Informatori della memoria” culleranno questa storia e raccontandola ad altri la memoria non si dissolverà.

La comunicazione rappresenterà un valore aggiunto nella nostra attività di perorazione della memoria. Un esercizio indispensabile da quando Marco Paolini, proprio vent’anni fa, correva l’anno 1997, dalla Diga del Vajont mise in rete un monologo che entrò nelle case di tutti gli italiani. Da quel momento la memoria è diventata un patrimonio universale e i suoi confini non possono più essere circoscritti solo ai nostri territori. Anche per questo l’impegno deve essere rafforzato.

Un anno fa avevamo annunciato la candidatura del “Fondo processuale del Vajont” per la registrazione documentale entro l’International Memory of the Register dell’UNESCO. La candidatura, cioè, del “Vajont memoria del mondo”, attraverso una collaborazione tra gli Archivi di Stato de L’Aquila e Belluno, la nostra Fondazione Vajont e l’Associazione Tina Merlin, che si poneva come un ulteriore tassello affinché il messaggio del Vajont potesse veramente trasformarsi in un monito universale e dove fissare i valori che esprime intrinsecamente. Purtroppo la nostra proposta è stata sacrificata per far posto ad altre due, senza giustificazione da parte della struttura che istruiva le candidature, quindi questo fine anno la commissione di Parigi non si troverà a valutarla, ma i responsabili hanno ben compreso il livello del nostro progetto e per questo ci hanno chiesto di NON presentarne uno nuovo, assumendo quello già presentato come candidato per il 2019. C’è stata un po’ di amarezza, ma sappiamo, almeno, che ora corriamo in prima posizione.

Le commemorazioni di quest’anno sono state segnate dall’emozionante cerimonia del conferimento della cittadinanza onoraria al prof. Gianfranco Volpato che da 42 anni dirige la scuola comunale di musica, ma anche dallo straordinario concerto di sabato sera de “I Crodaioli” di Bepi De Marzi, che ha donato alla nostra comunità un canto dedicato alla nostra Madonna mutilata dalle acque di quella terribile notte, che veglia su di noi all’interno della nostra chiesa parrocchiale. Il titolo del concerto “Il coraggio di sperare” ci ha fatto riflettere sui valori della vita e vivere emozioni davvero forti. Di straordinario valore anche, ieri, la posa della “prima pietra” della ricostruenda Chiesetta di San Martino a Erto e Casso, risalente al quattordicesimo secolo e distrutta la notte del 9 ottobre 1963, che ora, dopo 54 anni, tornerà a rappresentare un riferimento culturale e spirituale non solo per la comunità della Valle del Vajont.

Nell’avvicinarmi alla conclusione di questo mio intervento desidero ringraziare tutti i presenti, gli amici arrivati da Urussanga, la città del Brasile dove quest’anno abbiamo celebrato i 25 anni del gemellaggio, da Bagni di Lucca, altra città a noi gemellata, Caerano San Marco, Tesero, paesi con i quali abbiamo stretto dei Patti di amicizia, ma anche coloro che non hanno potuto esserci perché impossibilitati, abbracciandoli, idealmente, a nome di tutti noi, che oggi siamo qui a vivere questa commemorazione.

Lasciatemi chiudere questo intervento affrontando il tema così delicato del collocamento delle lapidi rimosse in occasione della riqualificazione del cimitero che raccoglie le vittime del Vajont. Lo scorso anno da questo leggio mi ero impegnato ad intraprendere un percorso di conservazione e di tutela di questi cippi. Un percorso da fare attraverso il coinvolgimento di tutte le componenti della nostra amministrazione comunale, dei sopravvissuti e dei superstiti, alla ricerca di una soluzione condivisa. E così ho fatto incontrando più volte alcuni rappresentanti della comunità superstite. Il punto di partenza è stato il loro ascolto. Pur rendendomi conto delle oggettive difficoltà per dare una sistemazione e renderle elemento di memoria e da mantenere, mi sono sempre più convinto che queste lapidi, questi cippi, anche semplici, costituiscano una parte della memoria che non possiamo ignorare. Dobbiamo cercare un modo per conservarle affinché le generazioni future non abbiano a perdere il passaggio monumentale che esse hanno rappresentato. Sul tavolo abbiamo posto pertanto alcune soluzioni assumendo, anzitutto, la certezza che le lapidi sono di proprietà privata e che quindi ogni loro collocazione dovrà avere il benestare dei parenti delle vittime. Se tutti hanno concordato sull’idea di una esposizione fotografica, ora sta prevalendo anche l’ipotesi di un loro utilizzo monumentale a perenne memoria, magari attraverso un concorso di idee che le valorizzi. Svolgeremo qualche altro passaggio in modo da trovare la soluzione meno impattante e maggiormente condivisa.

Una soluzione che possa racchiudere in sé i significati di una comunità che non intende cancellare un dolore al quale si deve rispetto e profonda attenzione. Perché, come sappiamo, se il dolore può essere elaborato, la memoria è qualcosa che non potrà, né dovrà, mai essere rimossa”!

 

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