Monday, 11 December 2017 - 14:59

Anni di piombo. Gli interrogativi senza risposta sull’uccisione del commissario Albanese. Indiscrezioni e perplessità alla conferenza di Liberal Belluno

Set 22nd, 2017 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina

Belluno, 22 settembre 2017 – Il 12 maggio 1980 a Mestre, le Brigate Rosse uccidono il commissario capo Alfredo Albanese, responsabile della Sezione antiterrorismo della Polizia di Stato di Venezia, perché era un bersaglio più facile da colpire rispetto all’obbiettivo iniziale ovvero il suo superiore, il capo della Digos di Venezia ed ex questore di Gorizia Umberto Pensato. La circostanza è emersa ieri sera nel corso della conferenza di presentazione del libro “Porto Marghera. Cento anni di storie (1917 – 2017)” che si è tenuta al ristorante Taverna di Belluno, organizzata dall’Associazione Liberal Belluno presieduta da Rosalba Schenal.

Alla serata erano presenti l’ex procuratore della Repubblica di Belluno Francesco Saverio Pavone, il questore di Belluno Michele Morelli, i 2 curatori del libro Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron e due dei 16 autori, Maurizio Dianese scrittore, giornalista d’inchiesta e Gianluca Prestigiacomo, scrittore e giornalista.

La voce, peraltro priva di riscontri, secondo la quale il commissario Albanese era stato designato quale bersaglio delle B.R. in alternativa al commissario Pensato, che circolava all’epoca dei fatti nell’ambiente degli inquirenti, l’ha riferita il procuratore Francesco Saverio Pavone rivolgendosi a Teresa Friggione, vedova del commissario Albanese. Pensato, infatti, che era il diretto superiore del commissario Albanese, abitava a Lido di Venezia, e la fuga dall’Isola dei brigatisti sarebbe stata molto più difficile rispetto alle possibilità offerte in un attentato compiuto in terra ferma.

L’ipotesi del bersaglio più facile ricorda molto il Caso Moro e l’intervista al brigatista Mario Moretti di Sergio Zavoli nell’inchiesta per la Rai “La notte della Repubblica”. “Moro fu scelto come obiettivo da colpire perché altri esponenti democristiani vi parvero più protetti, o per altri motivi”? chiede Zavoli, dal momento che era noto che le Brigate rosse avevano studiato la possibità di rapire l’onorevole Andreotti e anche il senatore Fanfani. Ma l’ipotesi viene scartata da Moretti, secondo il quale “Fu per la figura emblematica di Aldo Moro. La storia politica di questo Paese non credo che ammetta spiegazioni diverse da questa”. Quello del “bersaglio più facile” insomma è una variante ricorrente nella storia delle Brigate rosse.

Secondo la testimonianza della signora Friggione, invece, più inquietante fu l’episodio dei due agenti dei servizi segreti, che pochi giorni prima dell’omicidio si presentarono nell’ufficio del marito, il commissario Albanese, per avere notizie sullo stato delle indagini sull’omicidio di Sergio Gori, vicepresidente della Montedison, sul quale Albanese stava lavorando. L’inchiesta coinvolgeva gruppi della sinistra militante legati alle Brigate Rosse e ad Autonomia Operaia e anche il traffico d’armi. C’è la deposizione del brigatista Peci al riguardo, che dichiara ai giudici che conducono le due inchieste per l ‘uccisione di Sergio Gori, direttore del Petrolchimico, che l’OLP aveva rifornito le Brigate rosse dì mitragliatrici pesanti, machine-pìstole, bombe “ananas” ed esplosivi. Le armi, arrivate a bordo di una barca a vela sarebbero state affidate alla “colonna Anna Maria Luddman” e custodite in un deposito a Mestre.

Il commissario Albanese  liquida i due agenti dei servizi segreti dicendo di chiedere notizie delle sue indagini al suo superiore Pensato, al quale lui era tenuto a riferire. Gli agenti segreti vanno allora da Pensato, il quale dice che l’inchiesta è nelle mani del commissario Albanese e di chiedere tutto a lui. Così se ne vanno senza un nulla di fatto.

C’è da chiedersi allora, perché i servizi si stavano occupando delle indagini del commissario Albanese? E perché, a pochi giorni dalla visita degli agenti dei servizi, il commissario Albanese muore, ucciso delle Brigate rosse?

Sono interrogativi che rimarranno senza risposta, come altri episodi di quegli “Anni di piombo”.

Del resto, qualcuno può forse credere alla versione ufficiale del rapimento Moro (artefice del compromesso storico Dc Pci) del 16 marzo 1978? Quando con 91 colpi esplosi in rapida successione, 45 dei quali colpiscono a morte gli uomini della scorta, senza un graffio all’onorevole Moro. Due pistole mitragliatrici residuati bellici FNAB-43, due pistole, un mitra TZ-45 e un mitra Beretta M12 in mano a dei dilettanti? Evidentemente si è trattato di un blitz di stampo militare, effettuato da uomini addestrati. Non certo da degli apprendisti delle Brigate rosse!

(rdn)

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