Saturday, 23 September 2017 - 02:17

La leggenda di Valcorno

Ago 6th, 2017 | By | Category: Dicono di voi, Prima Pagina

Gli amici sono in montagna anche questo week end, nonostante le previsioni meteo. Io dopo gli eventi tristi di questi giorni, non ho molta voglia di avventurarmi con loro tra le cime e me ne sto in terrazzo a guardare il panorama e a leggere delle pagine di storia/leggenda delle montagne venete. Una di queste mi colpisce particolarmente: è la leggenda di Valcorno.

Un certo Piero De Monte uscì dalla sua borgata, quella di Sopalù (poche povere case in legno in fondo alla forra del Padola), per portare al pascolo il suo piccolo gregge. Incerto sulla direzione da prendere perché c’era ancora un po’ di neve in giro, optò per Ciarafèn, ben soleggiata e dall’ottimo pascolo. Le pecore stavano a brucare qui e là e il fedele Nerone abbaiava per tenere unito il branco.

La lettura mi viene piacevolmente interrotta dallo scampanio del mezzogiorno e dopo una breve pausa ritorno a leggere.

Casualmente anche il racconto riparte con l’ora del mezzogiorno, quando Piero e il suo gregge raggiunsero un vecchio tabià; il sole era ormai alto e scaldava; si era d’aprile e la buona stagione avanzava rapidamente. Ad un certo punto Piero decise che era il momento di far sosta; depose la gerla e l’accetta che si portava dietro per fare la legna e si sdraiò appoggiato ad un vecchio ceppo. Mangiò un tozzo di pane di segale e una fetta di ricotta affumicata. Bevve poi alla sorgente lunghi sorsi di acqua fresca.

Nel frattempo si scatenò quello scontro feroce tra i Veneziani e gli Imperiali scesi a distruggere il Cadore per vendicare l’onta subita da Massimiliano d’Asburgo al quale il Senato Veneto aveva negato l’attraversamento dei territori della Serenissima. I tremila Imperiali concentratisi a Sesto che in gran segreto salirono furtivamente verso il passo di Monte Croce, sgominarono il piccolo presidio posto a guardia del confine e scesero veloci e silenziosi per i pascoli di Zancurto fino a Lantrago, i piani di Moié e Campitello. Gli abitanti di Padola furono sorpresi nel sonno e trucidati. Molti fuggirono per mettersi in salvo nei boschi. La stessa sorte toccò a Dosoledo, Sacco e Staunovo raggiunti dalla seconda ondata. La terza torma di incursori scese fino a Casamazzagno, tra urla e stragi.

Solo le poche misere case di Sopalù, in fondo alla valle sfuggirono alla rabbia devastatrice degli invasori.

Piero vide il grande rogo. Candide bruciava; ma perché la campana non suonava per chiamare a raccolta gli uomini? Scorse alcuni gruppi di persone che correvano verso la valle e infine una foltissima torma di uomini in armi, riuniti a Col Martin, che vociavano, urlavano, brandendo spade, picche e balestre. Piero capì subito la tragedia avvenuta e senza alcuna esitazione prese in fretta il corno e soffiò con tutto il fiato che aveva in gola.

Un suono cupo e grave si diffuse per la valle, prima incerto e via via più forte, più robusto, più lacerante. I nemici fuggirono con il suono del corno che li inseguiva: ne parevano tramortiti…

Mentre sono concentrata sulla lettura, un suono improvviso mi riporta alla realtà: è il clacson di uno dei suv che sgomma al verde del semaforo qui vicino. Torno a tuffarmi nella mia lettura e cerco consolazione nella leggenda che mi chiama di nuovo alle pagine del libro.

Piero del Monte ebbe da allora tutta la riconoscenza dei valligiani. Non passò molto tempo e i piccoli paesi, con le loro chiese furono ricostruiti. E i Comeliani tornarono allo loro fatiche operose di sempre.

La valletta dalla quale si era levato il suono del corno salvatore fu indicata da allora come Valle del Corno e oggi Valcorno.

Questa è la montagna che mi piace, quella delle leggende, delle storie originali che fanno del più semplice dei pastori un vero e proprio eroe.

Bruna Mozzi

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