Monday, 25 September 2017 - 00:50

Vajont, la memoria senza la speranza è solo nostalgia

Lug 16th, 2017 | By | Category: Dicono di voi, Prima Pagina

Finalmente una visita culturale! Esclama una delle mie amiche mentre saliamo in montagna: siamo ancora in auto giù nella pianura, ma con tutte le migliori intenzioni di recarci in un luogo che tutti dovremmo ricordare e dove tutti dovremmo, prima o poi, recarci.
E’ Longarone, è la tristemente famosa Diga del Vajont.
Dalla strada principale, la SS51 che sale da Pian Di Vedoja e, prima, da Ponte nelle Alpi, giriamo a destra sulla piana che quel triste 9 ottobre del 1953 vide oltre 1900 vittime tra cui circa 500 bambini e ragazzi. Poi si sale su fino alla diga: Siamo in pellegrinaggio! Suggerisco io, con l’intenzione di far riflettere la mia amica sulla gravità della tragedia tutta italiana: tragedia soprattutto, perché chi sapeva e poteva prevedere non fece quanto poteva per evitare la strage: lo confermano gli atti del processo e le sentenze.
Chi non poteva sapere i segreti della diga erano invece i vecchi abitanti del posto che pur conoscevano bene quella montagna, il Monte Toc (in bellunese significa “pezzo”, nomen omen,un nome, un presagio) e ne avevano sentiti gli scricchiolii, viste le crepe, notati i cambiamenti. E così accadde che la montagna scivolò con la sua colossale frana, con i suoi milioni di metri cubi di fango, seminando morte e terrore tra Longarone, Erto e Casso, Castellavazzo, Codissago ed altri paesi e frazioni. Una tragedia evitabile. Quel 9 ottobre è data da ricordare. La segnerei sul calendario al posto del santo del giorno, San Dionigi! Dice stizzito L* che, quando arriviamo davanti alla targa che ricorda la strage, parla con la voce rotta dalla commozione.
Ma i responsabili sono stati condannati, la Società Adriatica di Elettricità, la Montecatini, l’ENEL, il Ministero dei Lavori Pubblici.
Su questa strage, fiumi di parole e di immagini, libri e film, saggi e articoli nella stampa, programmi tv: ma ancora non basta. Le giovani generazioni non ne conoscono la storia, ne ignorano l’esistenza.
G* infatti dice che quando passa di qua con suo nipote, un giovanotto di 16 anni cresciuto in città, gliene parla sempre e lui ogni volta si mostra incuriosito e vuole saperne di più. E a scuola, ne parlate? Mai abbastanza, forse.
Si riscende poi a Longarone: si risale dalla parte opposta della vallata per far visita al cimitero-museo. All’entrata si staglia la celebre frase: la memoria senza la speranza è solo nostalgia. Perché non ci si dimentichi dei morti, perché non si ripeta l’errore, perché si possa ancora sperare che l’uomo non resti sordo alle parole che la montagna sussurra.

Bruna Mozzi

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