Monday, 16 July 2018 - 18:44

Escursione in montagna, tra le pecore alpagote

Giu 18th, 2017 | By | Category: Dicono di voi, Prima Pagina

Oggi si cammina in montagna. Ma non è certo una novità per chi dalla città voglia uscire le domeniche d’estate (o quasi) a cercare il fresco. Sì …d’accordo… ma poi la montagna stanca: passeggi mangi, mangi passeggi…non c’è altro. Così mi dice qualche conoscente di città che evidentemente della montagna conosce assai poco.
Infatti oggi sono nella zona dell’Alpago e qui non sono soltanto con i tradizionali amici di trekking: con noi c’è un nuovo ospite, uno zoologo esperto di pecore. Sì proprio di pecore. Ci racconta molto su questo mite e simpatico animale che nell’Alpago addirittura compare nel simbolo di un comune (Chies). Qui la gente da almeno un secolo alleva ovini e, grazie a questo, gli abitanti sono riusciti a superare periodi di crisi e di miseria che ha significato per molta parte della montagna migrazione e, in molti casi, spopolamento, Ciò nonostante molte malghe purtroppo sono state abbandonate e vertono in condizioni precarie: la coppia di amici con cui faccio trekking vorrebbe prenderne e sistemarne una e deciderà a breve se concludere o meno un affare che ha in ballo.
Qui si sono allevate e si allevano accanto ai bovini anche le pecore che hanno il nome di alpagote e che si sono adattate anche ai luoghi più impervi e, specialmente in passato, alle risorse più scarse. Nelle quote più basse le si può vedere pascolare da aprile a ottobre: un tempo erano per lo più pecore in lattazione e quelle sterpe (nate l’anno prima) o quelle non gravide erano mandate in alta montagna.
Continua a narrarci delle pecore il nostro nuovo compagno di passeggiata e dice che oggi viene adottata la tecnica del pascolo a rotazione e, quando è consumato il pascolo o il foraggio di un territorio, le pecore vengono spostate in nuovi appezzamenti dove è ricresciuta l’erba.

E quando fa freddo? Chiedo io, da ingenua cittadina. Le pecore sono rinchiuse nelle stalle. Mangiano il fieno conservato dall’allevatore, granella di mais, orzo fioccato e il cosiddetto sale pastorizio. Resto stupita di quanto ci sia da sapere su questi animali montani.
La mia amica L*, che è un’animalista convinta e che è contraria a qualsiasi forma di sfruttamento dell’animale, dice che sicuramente soffrono. D* il nostro amico “ovifilo” sostiene il contrario e aggiunge che da sempre questo animale ha convissuto con l’uomo e gli è sempre stato utilissimo.
Qui in Alpago le pecore appartengono da secoli ad una razza autoctona che proprio dal luogo prende il nome. Con grande probabilità ha origine comune alla pecora di Lamon, anche se quest’ultima pare originaria del feltrino e poi transumante nella pianura veneta. Quella d’Alpago invece è stata ed è allevata nella zona sud est del bellunese.

La pecora alpagota – continua l’esperto, mentre ci invita all’ennesima sosta per riprendere fiato – ha l’emoglobina con la variante A molto alta, diversamente da altre razze in cui predomina la B. Intervengo a chiedere chiarimenti e prontamente D* mi dice che l’emoglobina A presenta una maggiore affinità per l’ossigeno e favorisce un apporto più rapido anche dove l’ossigeno si riduce, come avviene ad alta quota.
Ma la usano per la lana o per la macellazione? Chiedo sottovoce nel timore che L* mi senta e vada in escandescenze. Eh già, la si usa proprio per la macellazione! Un tempo i pastori ne utilizzavano tantissime parti, persino la coda delle agnelle scelte per la rimonta: i monconi erano abbrustoliti sul fuoco e divenivano bocconcini appetitosi.
Al solo pensiero inorridisco, ma continuo ad ascoltare incuriosita.
E poi esistevano le pendole ovvero delle strisce di carne prima conciate con sale e pepe poi messe a macerare nel vino e infine appese alla cappa del camino per essere affumicate, bruciando anche fronde di ginepro per dare un buon aroma: erano mangiate crude o cotte. E poi il latte e il formaggio, compresa la ricotta che qui è chiamata puina, normale o affumicata. Molti rammentano la figura del tramisier che portava, oltre che le persone, anche i prodotti locali sino a Venezia.
Nel frattempo siamo arrivati in baita. Si è fatta l’ora di pranzo e ci accomodiamo su un tavolo all’esterno al sole con una buona birra (stavolta ho ceduto alla bevanda ambrata) e qualche assaggino di carne. Ci vien servito dell’ottimo agnello: L* non lo mangia, ma noi lo gustiamo con piacere, mentre ammiriamo il paesaggio costellato qua e là di candide macchioline, le pecore alpagote, silenziose e indifferenti a noi cittadini rumorosi e curiosi turisti della domenica.

Bruna Mozzi

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