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lunedì, Giugno 1, 2020
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Intervista a Enzo Barnabà, autore del libro dedicato al partigiano Ciro

Enzo Barnabà

Lo abbiamo incontrato venerdì 17 marzo al Museo Fulcis di Belluno dove ha presentato il libro “Il Partigiano di piazza dei Martiri. Storia del siciliano che combatte i nazisti e finì appeso a un lampione”, dedicato alla figura del partigiano “Ciro”.

Enzo Barnabà è nato a Valguarnera (Enna) nel 1944. Dopo la maturità classica ha studiato lingua e letteratura francese a Napoli e a Montpellier e storia a Venezia e Genova. Ha insegnato lingua e letteratura francese in varie scuole superiori del Bellunese e della Liguria. Ha abitato a Belluno per dieci anni. A Ventimiglia ha fondato il Circolo “Pier Paolo Pasolini”, forse l’istituzione culturale più prestigiosa dell’estremo ponente ligure. Essendo passato alle dipendenze del Ministero degli Esteri, ha svolto la funzione di lettore di lingua e letteratura italiana presso le Università di Aix-en-Provence e di insegnante-addetto culturale ad Abidjan, Scutari e Nikšić. In Montenegro ha scoperto un crocifisso ligneo di Andrea Brustolon, sconosciuto agli studiosi. Vive attualmente a Grimaldi, dove la riviera del ponente ligure si confonde con quella francese.

  • Come ha avuto l’idea di scrivere “Il Partigiano di Piazza dei Martiri”?

È stata Tina Merlin, tanti anni fa quando giovane insegnante ero appena arrivato a Belluno, a chiedermi di fare delle ricerche su “Ciro”, il capo dei quattro partigiani impiccati in quella che diventerà piazza dei Martiri. Di lui non si sapeva quasi nulla e ci si stupiva del fatto che nessun familiare, finita la guerra, fosse venuto a porre un fiore sulla sua tomba. Tina pensava che io fossi la persona giusta, visto che mi occupavo di ricerca storica e che ero siciliano come “Ciro”. In effetti, qualche mese dopo potevo pubblicare un primo articolo, ma fu solo moti anni dopo che, grazie a un libro del mio amico Matteo Collura, vennero fuori i familiari: fratelli, fidanzata e addirittura un figlio. Pensavano che Salvatore – questo il vero nome di “Ciro” – fosse morto in Russia. Non immaginavano neppure l’esistenze del capitolo bellunese con il quale si era conclusa la sua vita.

  • Perché la forma del romanzo e non quella del saggio?

La vicenda della persona che a sessant’anni scopre di essere figlio di un eroe è intrigante, ha già di per sé elementi romanzeschi. Quando decisi di scrivere il libro, ne avevo pubblicati altri con il taglio della cosiddetta docufiction: si fanno le ricerche tipiche del saggio e le si propongono poi utilizzando gli strumenti della letteratura. La finalità è immutata: condividere con i lettori quanto sei venuto a sapere con le tue ricerche. Si spera così di uscire dal ghetto degli addetti ai lavori, dal momento che la lettura diventa più coinvolgente. Il vero si miscela con il verosimile, permettendo di colmare gli inevitabili vuoti documentali e di esplorare una realtà più profonda e più vera di quella attestata dai documenti.

  • Ma “Ciro” è stato davvero un eroe?

Un “eroe per caso” poiché nulla lo destinava ad esserlo. Le contingenze storiche lo hanno costretto a prendere una decisione; in questi casi si è soli con la propria coscienza. “Ciro” compie quello che pensa essere il proprio dovere e scarta la tentazione opportunistica suggerita dal proverbio isolano “Càlati jùncu ca passa la china” (Giunco abbassati, fatti da parte, perché passa la piena). Non aspetta che la piena passi, ma la affronta. Il fegato non gli manca. Non usa le armi quando i tedeschi vengono a cercarlo: vuole evitare che, come avvenuto in tante località della provincia, la rappresaglia si abbatta su Caralte, il paese che lo aveva accolto; torturato per un mese alla caserma Jacopo Tasso non cede; incoraggia il giovane tremante partigiano che deve confezionare il nodo scorsoio con cui sarà impiccato. Il taglio narrativo scelto mi permette di inserire la su vicenda nella più complessiva storia della resistenza bellunese raccontandone episodi salienti: l’impresa di Baldenich, la battaglia del Cansiglio, il ponte San Felice, ecc. Tanto eroismo, certo, ma anche tanti dubbi e tante paure, all’interno di una cornice fatta di fame, di freddo e di fango.

  • Il libro è costellato di figure femminili. Come mai?

Mi è venuto spontaneo inserire nella narrazione personaggi come Tina Modotti e Giovanna Zangrandi, ma anche donne meno note e tuttavia non meno interessanti. E poi c’è Ea, la morosa del figlio di “Ciro”, che, con il suo intuito e con la sua intelligenza, guida di fatto la ricerca che, tessera dopo tessera, compone il mosaico che si completa il piazza dei Martiri.

  • Bella la foto della copertina…

Sono quatto giovani partigiani della zona di Sedico –  Vittorio Faustini, Giuseppe Rosso, Primo Casanova e Alessandro De Menech -.che traspirano bellunesità da tutti i pori. Siamo ai primi di maggio del 1945, hanno combattuto nella valle del Mis e presto deporranno le armi delle quali con fierezza fanno sfoggio. Un simbolo, si potrebbe dire. Segnalo che su facebook esiste una pagina dedicata al libro aperta a tutti i lettori: https://www.facebook.com/IlPartigianoDiPiazzaDeiMartiri/?fref=ts

  • Ha in programma di tornare a Belluno?

Sì tornerò il 16 maggio, invitato dai “Bellunesi nel Mondo”, per parlare di un mio altro libro, quello sul terribile massacro di Aigues-Mortes. Spero, in quell’occasione di rilanciare l’idea di far venire a Belluno il magnifico crocifisso del Brustolon che, del tutto sconosciuto in Italia, che trovai anni fa a Perzagno nelle Bocche di Cattaro.

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