Monday, 29 May 2017 - 22:39

Il monaco non veste più l’abito e ora adotta anche la lingua “sfigata” * di Sante Rossetto

Mar 20th, 2017 | By | Category: Prima Pagina, Società, Istituzioni

Sante Rossetto

Concilio di Trento addio. La grande assise cattolica (1545-1563), che ha fatto argine al dilagare della Riforma protestante e ha plasmato del suo spirito la Chiesa dei secoli seguenti, sta perdendo rapidamente i suoi “pezzi”. Qualche tempo fa papa Francesco ha affermato che il matrimonio, in caso di violenza, si può sciogliere. Nessuno aveva mai osato finora affrontare un tema così delicato, quasi dogmatico, che il concilio aveva imposto. Ma il Tridentino aveva già, in tempi recenti, abbandonato qualche altro caposaldo. Da Trento in poi il sacerdote era obbligato a distinguersi dal suo gregge anche nell’abito. Poi si è arrivati prima al clergyman, che pur dà un simbolo a chi lo indossa, e poi a vestirsi come piace o come capita. Per non parlare della tonsura di cui si è perso anche il nome oltre che il concetto e la pratica. Così incontri sacerdoti che potresti scambiare per docenti, commercianti, piccoli borghesi. Qualche tempo fa ho scorto uscire da un confessionale un sacerdote in jeans e maglietta. Proprio come un bravo operaio o un giovanotto qualsiasi. Ho avvertito un certo imbarazzo.
In via di dimenticanza anche il confessionale. Quello con la grata che troneggiava nelle chiese ora, almeno in alcune, è stato sostituito. Il confessionale tridentino era stato imposto per la cattiva condotta dei sacerdoti dell’epoca. Accadeva che alcuni pastori, oltre a confessare le penitenti, commettessero, o tentassero, con loro atti poco consoni con la pratica evangelica. Così il concilio adottò il confessionale con la grata che aveva la funzione “ad audiendi commoditatem, non ad videndi commoditatem”, cioè al confessore bastava ascoltare e sentire, ma non vedere.
Ma ancora non è sufficiente. L’assise tridentina è stata cancellata anche nel linguaggio dei preti.

Qualche giorno fa nell’omelia di un funerale, che rimane una se non l’unica cerimonia ecclesiastica di grande partecipazione emotiva, il celebrante ha pronunciato la parola “sfigato”, invece che la più decorosa e consona “sfortunato”. E ricordo che le omelie si fanno in chiesa. È vero, come direbbe Norman Mailer, che la lingua si “genera”, cioè muta continuamente. Che un termine che ieri non si sarebbe, per decenza, mai usato oggi corre sulla bocca di tutti, bambini compresi. E, in questo, la televisione ha avuto un influsso determinante e spesso deleterio. Ma in chiesa! Per il concilio di Trento e i suoi insegnamenti non c’è davvero più posto. Strapazzato anche nel linguaggio. Ma bisogna capirlo, è ormai vecchio di quasi cinquecento anni.

Sante Rossetto

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