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martedì, Maggio 26, 2020
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Una domenica nel centro di Belluno, tra storia, cultura e casunziei * di Bruna Mozzi

Con gli amici bellunesi si passeggia in centro città: il caffè al primo mattino, magari una buona brioche e via di chiacchiere e commenti. Mi guidano nelle vie del centro. Non che sia difficile orientarsi, ma preferisco non guardare lo smartphone o google maps e mi lascio guidare da loro. Abbiamo lasciato l’auto nel parking di Viale dei Dendrofori (portatori di alberi, dal greco) e poi saliamo verso Via Dino Buzzati; la attraversiamo, passiamo la Piazza Castello, poi Piazza del Duomo, attraversiamo Via Sant’Andrea e arriviamo in breve ad uno dei panorami più belli del centro storico di Belluno.

Palazzo Doglioni Dalmas sede di Confindustria

E’ quello che si vede scendendo da Via San Lucano e dirigendosi verso Palazzo Doglioni Dal Mas: da qui ci viene quasi spontaneo girarci a destra ad ammirare la distesa del Piave.
L* però non smette di parlarmi di suo figlio e dei problemi tipici dell’adolescenza. Ogni tanto invece G* si gira e mi illustra un palazzo, una via; mi indica una statua, un angolo caratteristico. Complice la bella luce e le vie semideserte per via dell’ora mattutina domenicale, passeggiare in città è rilassante. Mi giro dalla parte opposta lasciando le spalle al Piave e noto in alto a sinistra uno strano signore che se ne sta lì a leggere un libro: chiedo a G* di chi sia quel busto. Mi comincia a narrare prendendola da lontano di arabi e di medicina…Finalmente mi dice il nome del personaggio raffigurato: un certo Andrea Alpago, medico e arabista nato a Belluno nella seconda metà del Quattrocento e poi morto a Padova nel 1521. Questo umanista avrebbe tradotto dall’arabo o rivisto il Canone medico di Avicenna, testo base degli studi di medicina in Europa.
L* continua a distrarre la mia attenzione, riportandomi a argomenti ben più leggeri della storia della medicina, come gli ultimi dettami della moda in fatto di calzature e di accessori donna. Le vetrine del centro la attraggono più di ogni altra cosa: la seguo per un po’, entriamo in uno dei pochi negozi aperti la domenica, si fa mostrare due o tre borse per poi uscirne nel giro di pochi minuti quasi crucciata e insoddisfatta. Come al solito, L* è alla perenne ricerca della borsa e delle scarpe perfette.
Passo volentieri dal fallito shopping alle spiegazioni di G* che nel frattempo ha sfoderato il suo tablet cui recentemente si è convertito, dopo aver abbandonato la guida cartacea. Lo ascolto con attenzione. Continua su Andrea Alpago e mi racconta che verso il 1487 si sarebbe stabilito a Damasco, dove rimase per circa trent’anni come medico del consolato veneziano. Seguito da Shemseddin Moliammed Ibn Mekki, si appassionò della cultura orientale e imparò la lingua araba, tanto da essergli assegnate mansioni estranee a quelle consuete di medico. Di un suo ritratto, già posseduto da Luigi Alpago-Novello e trafugato durante l’occupazione austro-germanica nel 1917-18, si conserva un’incisione in rame, di Francesco Monaco (sec. XVIII), nel Museo civico di Belluno e ne è segnalata una fotografia presso l’Orto botanico dell’università di Padova: da essa il proprietario fece poi trarre un nuovo dipinto.
G* continua senza tregua e non mi risparmia nessuna frase. L* è distratta da quando siamo partiti.

Confesso che, vista l’ora, mi fermerei volentieri per un piatto caldo e un calice di rosso. Appena lo propongo si alza il coro dei due amici che emettono un Sì sonoro e deciso. Si passa in un ristorante poco lontano. Entriamo e ci accomodiamo. Il resto non è più alta cultura da tablet, ma genuinità di sapori e di aromi: il ristoratore ci propone tortelli di rapa rossa (i famosi “casunziei”) e poi dei piatti di cacciagione. Impossibile non innaffiare con del buon vino.
Sovrana del pranzo la grappa classica alla genziana. Alla salute di Andrea Alpago, Avicenna e del loro trattato di medicina.

Bruna Mozzi

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