Tuesday, 26 September 2017 - 11:01

Una domenica di pioggia al Museo di Belluno * di Bruna Mozzi

Feb 5th, 2017 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Dicono di voi, Prima Pagina

Qui in pianura non fa che piovere da giorni. Per questo mi sposto in montagna con la speranza di cambiar aria. Gli amici mi hanno riservato una sorpresa!
Quando arrivo all’appuntamento, che è al solito posto, alla solita ora, sta piovendo e mi devo rifugiare dentro il bar al tavolino più scostato che mi lasci tener d’occhio la piazza. La coppia di amici arriva pochi minuti dopo e mi salutano tra sorrisi e abbracci. E’ sempre così tra noi: quando ci si rivede, pare che si sia stati lontani lunghi mesi…
Impossibile fare un’escursione, perché la pioggia imperversa e il cielo è sempre più grigio e gonfio d’acqua. Optiamo per uno spuntino leggero, chi dolce con strudel e cappuccino, chi invece salato con due fettine di speck e un bicchiere di rosso. Poi si decide di andare a Belluno per visitare il Nuovo Museo Civico: dal 27 gennaio ha riaperto al pubblico nella prestigiosa sede di Palazzo Fulcis. Vi è allestita una bellissima mostra di alcune opere di Tiziano che sarà ospitato qui fino al 1° maggio.

Palazzo Fulcis – Belluno

Quando arriviamo, mi fermo ad ammirare il palazzo dall’esterno: palazzo Fulcis deve il suo nome alla nobile famiglia bellunese Fulcis, attestata come residente in Belluno già dal Trecento ed iscritta al Consiglio dei Nobili dal 1512. In occasione delle nozze di Guglielmo Fulcis con la contessa trentina Francesca Migazzi de Vaal, l’architetto Valentino Alpago-Novello nel 1776, sfruttando tre edifici preesistenti, costruì l’attuale palazzo. Sulle pareti esterne ci sono molte bellissime decorazioni a stucco e opere di tema mitologico di Sebastiano Ricci, che mi incantano e mi fanno già scordare della pioggia che nel frattempo ha un po’ rallentato, ma scende continua a bagnare tetti e strade. C’è poca gente per via: saranno tutti al chiuso o – chissà – dentro al Museo?

Forse sì, anche perché oggi l’entrata è gratuita per tutti; gli altri giorni il biglietto intero è di 8 euro e il ridotto di 5. All’interno, ci troviamo dinanzi all’imponente scalone. C’è una grandiosa sala d’onore e le pareti sono impreziosite con decorazioni a stucco; straordinari i pavimenti in seminato, a motivi rococò. Leggo nel mio fedelissimo mini-tablet che si tratta di tremila metri quadrati destinati allo spazio espositivo, distribuito su 5 piani e articolato in 24 sale, 600 le opere esposte: ci si prospetta un pomeriggio intero di visita.
Io allungo il passo per curiosare nelle sale dove sono esposti alcuni quadri di Tiziano Vecellio, il grande artista nato a Pieve di Cadore. Le tele provengono dagli Uffizi, da Budapest e dall’Ermitage di San Pietroburgo.
C’è persino qualcosa di patavino: una donazione della pinacoteca del geologo e naturalista Tomaso Antonio Catullo, bellunese che fu rettore dell’Università di Padova nel biennio 1843-1844. Ci sono pittori noti quali Ippolito Caffi, Domenico Tintoretto (il figlio del più famoso Jacopo) e Sebastiano Ricci, accanto a sculture di Matteo Cesa, Andrea Brustolon e Valentino Panciera Besarel.
Sulle grafiche e stampe della famiglia Alpago Novello, pur bellissime, passo un po’ più veloce. La mia amica G* è rimasta indietro: quanto più lentamente procede, tanto più sbuffa suo marito L*, che non ha proprio la passione dell’arte e preferisce infatti andare nel bar del Museo (molto accogliente) a farsi un caffè.

Io ho visto già molte sale e ho particolarmente apprezzato la Madonna Barbarigo dell’Ermitage, che non ricordavo di avere già visto in quella sede. Ne ammiro i colori e le linee ma mentre mi sto godendo la vista, sento qualcuno che mi batte in una spalla. E’ L* che mi chiede appunto di seguirlo al bar. Ordino un caffè. Notiamo che pure qui l’affluenza è intensa. Entro poco usciremo nelle sale del Museo a cercare G* e a riportarla in auto. La troviamo in ammirazione davanti alla Madonna col Bambino e Santa Caterina. La convinciamo ad uscire anche perché oramai il pubblico è cresciuto e L* ha bisogno d’aria fresca.
Solo a fatica riusciamo a trascinarla fuori. Dopo dieci minuti di muso lungo e di broncio, davanti alle vetrine illuminate di Via Roma, G* si rasserena e torna a sorridere.
Le promettiamo che ci faremo ritorno. Il museo vale davvero un’altra visita.

Bruna Mozzi

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