Saturday, 20 January 2018 - 13:20

Tutto quello che c’è da sapere su Palazzo Fulcis, nuova sede del Museo di Belluno. Aperto dal 27 gennaio

Gen 19th, 2017 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Pausa Caffè

Dal 27 gennaio 2017 a , rinasce , nuova sede del civico di Belluno. Tremila metri quadrati di spazio espositivo distribuito su cinque piani e articolato in 24 stanze; stucchi e affreschi settecenteschi recuperati; un allestimento rispettoso ed emozionante: a Belluno torna a splendere destinato a nuova sede della collezione d’arte del Museo Civico, dopo un attento restauro finanziato da Fondazione Cariverona e costato circa 8 milioni di euro e un accurato progetto museografico.
Bartolomeo Montagna, Domenico Tintoretto, Matteo Cesa, Andrea Brustolon, Marco e Sabastiano Ricci, Ippolito Caffi, ma anche le preziose collezioni di porcellane, i rari bronzetti e le placchette rinascimentali, la raccolta di disegni e le incisioni di altissimo pregio hanno ora una nuova casa.

Palazzo Fulcis – Belluno

Oltre 600 opere della collezione dei Musei Civici di Belluno – una delle più antiche di tutta la regione – dal Medioevo al Novecento, saranno ospitate dal 27 gennaio 2017 nelle rinnovate e funzionali sale di Palazzo Fulcis, uno degli edifici più importanti del Settecento veneto. Belluno si arricchisce così di un nuovo spazio museale, già di per sé un’opera d’arte, destinato a diventare il gioiello culturale delle Dolomiti.
Per celebrare l’apertura di Palazzo Fulcis non poteva tuttavia mancare il grande Tiziano, nativo del Cadore; ed ecco allora l’omaggio alla città di un prestigioso museo internazionale.
Direttamente dal Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo – per la prima volta in Italia, dopo oltre centocinquanta anni – giunge a Belluno fino al 1 maggio 2017 la celebre “Madonna Barbarigo”, opera realizzata dal maestro intorno agli anni Cinquanta del XVI secolo.
Dopo il lungo ed eccezionale restauro concluso da pochi mesi, che ne ha rivelato la sorprendente qualità originale, il magnifico dipinto, amato da Tiziano tanto da conservarlo in casa propria fino alla morte, sarà affiancato a due opere dello stesso soggetto provenienti dal Museo di Belle Arti di Budapest e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze.

 

 

RECUPERO E FUNZIONALIZZAZIONE DELL’EDIFICIO SETTECENTESCO: UN MUSEO TRA STUCCHI E DECORI
L’apertura del Museo Civico di Belluno nel restaurato Palazzo in Via Roma, alla fine di Piazza Vittorio Emanuele e giusto di fronte allo storico Teatro Comunale, segna un momento particolarmente importante per la città dolomitica, che sta ripensando la cultura e l’identità del territorio e la sua offerta alla luce di una serie di interventi strutturali in atto nel cuore di Belluno:
non solo il Fulcis ma anche il restauro in corso di Palazzo Bembo, la futura apertura del Museo archeologico, i lavori di ristrutturazione dell’Auditorium Comunale nell’antico Palazzo dei Vescovi-Conti, a creare un triangolo della cultura assolutamente unico.

Il recupero di Palazzo Fulcis, residenza settecentesca di una delle famiglie più in vista della città, attestata a Belluno fin dal Trecento e iscritta al Consiglio dei Nobili dal 1512, è stato affidato allo studio Arteco di Verona e la sua destinazione a sede delle collezioni civiche, conservate dal 1876 ad oggi nel Palazzo dei Giuristi (1664) in Piazza Duomo, è il risultato di un progetto museografico e museologico che ha visto operare in stretto rapporto il Conservatore del Museo Denis Ton e l’architetto progettista Antonella Milani.
Da un lato, si è trattato di recuperare un edifico storico di alto pregio, che nel cortile ha anche svelato una notevole necropoli longobarda.
Interessato da interventi decorativi già agli inizi del Settecento – quando Pietro Fulcis nel 1702 ottenne il titolo di Cavaliere di Malta – il Palazzo fu oggetto di un importante ampliamento nel 1776 attuato dall’architetto Valentino Alpago Novello che, in occasione delle nozze di Guglielmo Fulcis con la contessa trentina Francesca Migazzi De Vaal, realizzò l’elegante facciata su via Roma, creò i due monumentali portali d’accesso, dotò il Palazzo di un imponente scalone e di una grandiosa sala d’onore, qualificando in vario modo gli spazi interni con decorazioni a stucco e straordinari pavimenti in seminato a motivi rococò.
La volontà di mantenere il più possibile intatta la struttura originaria, riportando alla luce tanti elementi dell’epoca, ha ora permesso di restituire i delicati decori del piano nobile e gli affreschi che arricchiscono il soffitto del “Grande Salone” a doppia altezza, opera di Costantino Cedini – tra i più significativi artisti del secondo Settecento – così come quelli di fine Ottocento che animano altri ambienti del palazzo.
Recuperati anche i pavimenti originali con motivi a rocaille e pure gli stucchi tardo barocchi che rendono emozionante l’Alcova e che risultano coevi a quelli bellissimi dal famoso “Camerino Fulcis”: quest’ultimo – nonostante gli sforzi – non è ancora acquisito agli spazi museali (una parte dell’articolato edificio è ancora appartenente a privati), ma si spera di poterlo inserire presto nel percorso trattandosi dell’ambiente da cui provengono le tele più significative di Sebastiano Ricci presenti nelle collezioni civiche, tra cui la potente e grandiosa Caduta di Fetonte, opera iconica del Museo di Belluno che si attende di poter ricollocare nel Camerino.
Dall’altro lato, l’esigenza di adeguamento funzionale del Palazzo ha portato a soluzioni tecniche e distributive che hanno interessato soprattutto il settore ovest del complesso che, sottoposto nel tempo a modifiche e manomissioni di vario tipo, non presentava particolari qualità. In particolare, oltre ai necessari impianti di sicurezza e condizionamento, è stato creato un nuovo sistema distributivo con la realizzazione di una scala principale e di un ascensore trasparente che consente ai visitatori di accedere a tutti piani. In questo modo lo scalone d’onore, che serve principalmente il primo piano, potrà consentire l’accesso diretto del pubblico al Salone centrale – spazio prestigioso del Museo – anche al di fuori del percorso di visita, per eventuali eventi e conferenze.

LA SFIDA MUSEOGRAFICA: INTEGRARE LE COLLEZIONI A UN CONTESTO ARCHITETTONICO FORTEMENTE CONNOTATO E CONDIZIONANTE
Il vero obiettivo del progetto museografico è stato quello d’inserire in modo adeguato le diversificate collezioni civiche in uno spazio architettonico fortemente connotato – e condizionante in alcuni casi l’allestimento e il percorso museale – utilizzando elementi il più possibile leggeri, garantendo al tempo stesso la migliore conservazione e fruizione delle opere e la leggibilità del contesto.
La volontà d’integrazione ha portato a scegliere, per i dipinti che lo rendevano necessario, climaframe dotati di cornice lignea dorata anziché semplici climabox, per assecondare la fascinazione dello spazio settecentesco e la natura di pinacoteca storica, oppure pannelli colorati – molte volte non a parete dati i decori degli ambienti – per richiamare in un ideale confronto i fondali e le tappezzerie tipiche di gallerie storiche, “gesto museografico autentico – come lo definisce Denis Ton – e non meramente mimetico, ed anzi riconoscibile e perfettamente reversibile“.
Scelta obbligata in questo contesto, oltre all‘esposizione del lapidario nel cortile del Palazzo (stemmi nobiliari, iscrizioni, decori architettonci) e ad un percorso non sempre rettilineo anche se altamente suggestivo, è stata l’esposizione al terzo piano – in un ambiente completamente diverso dal resto del Museo, destinato alle esposizioni temporanee e alla didattica – del ciclo delle tre tele di Sebastiano Ricci provenienti dal “Camerino d’Ercole”: in assenza degli ambienti originari, in cui si auspica possano venire ricollocate, questo era infatti l’unico spazio con altezze tali perché la spettacolare tela di Fetonte potesse esser posta a parete e resa visibile, scelta temporanea condivisa con la competente Soprintendenza.

 

NUCLEI COLLEZIONISTICI E UNA PINACOTECA STORICA IN UN PERCORSO RICCO DI SUGGESTIONI: DA MATTEO CESA A DOMENICO TINTORETTO, DA MARCO RICCI AD ANDREA BRUSTOLON
I nuovi e ampi spazi museali hanno infatti reso possibile innanzitutto l’esposizione di nuclei collezionistici e di opere prima sacrificate o non esposte, a causa degli spazi limitati del Palazzo dei Giuristi, seguendo uno sviluppo, a partire dal primo piano, il più possibile cronologico o per fondi collezionistici, questi ultimi collocati soprattutto nell’ala nord-orientale dell’edificio.
Qui, il visitatore troverà la collezione Zambelli con una delle raccolte di porcellane del Settecento più importanti del Veneto, la collezione di gioielli Prosdocimi Bozzoli, le matrici xilografiche della tipografia Tissi e, a rotazione, il materiale delle ricche raccolte grafiche del museo, che ora dispone di uno spazio consono per valorizzare sia i notevoli disegni – dall’eccezionale album di Andrea Brustolon ai lavori di Diziani, fino ai fogli di Demin e Paoletti – sia le importanti stampe della collezione, tra le quali si segnala, ad esempio, il fondo Alpago-Novello (oltre 1400 fogli), per il quale è in corso un progetto di catalogazione sistematica.
Il percorso del Museo è modulato in base alla natura e alla consistenza, nei diversi periodi, della collezione civica, che sostanzialmente si è formata attraverso donazioni, a partire dalla raccolta di dipinti del medico bellunese Antonio Giampiccoli nel 1872.

Così gli inizi dell’arte bellunese, nel Quattro e Cinquecento, sono testimoniati dall’opera di Simone da Cusighe (compresi due pannelli di un polittico smembrato recentemente acquisiti sul mercato antiquario) e di Matteo Cesa, con l’importante episodio degli affreschi della Caminata;
dalle bellissime tavole della fine del Quattrocento (due eccezionali Madonne con il Bambino) di Jacopo da Montagnana, uno degli artisti più importanti per la diffusione nella terraferma veneta del linguaggio rinascimentale di Giovanni Bellini e Antonello da Messina; dai lavori di Pomponio Amalteo, Domenico Tintoretto, Bernardino Licinio, Francesco Frigimelica o Palma il Giovane, fino alla raccolta di bronzetti e di placchette di Florio Miari, che conserva alcuni degli esemplari più importanti della bronzistica italiana.
Tuttavia è l’arte del Seicento e soprattutto del Sette e Ottocento il cuore delle collezioni della città cantata da Buzzati.
Nelle stanze al secondo piano dell’edificio è possibile seguire il racconto di queste stagioni, nel quale non solo sono state messe in evidenza le personalità più importanti ma anche dove sono stati enucleati alcuni temi conduttori nodali per la storia dell’arte a Belluno: il genere del paesaggio, dove Marco Ricci, Antonio Diziani e Giuseppe Zais prima e Ippolito Caffi e Alessandro Seffer poi hanno creato opere di importanza nazionale; il tema dell’intaglio ligneo e della terracotta preparatoria per tale produzione, che in Andrea Brustolon – ricordato da Honoré de Balzac nel Il cugino Pons (1847) come il “Michelangelo del legno” – e in Valentino Panciera Besarel vide due esponenti di primo livello; la scultura dell’Ottocento e le tematiche risorgimentali e del ritratto.
Sempre al secondo piano, in una dei corridoi coperti e affacciati sul cortile, per godere al meglio della luce naturale e nel contempo obbligare a quella visione ravvicinata per la quale erano stati pensati, è pure esposta la raccolta di tavolette votive della chiesa di Sant’Andrea, che consente un vero viaggio nel tempo, dal Cinquecento all’Ottocento, nella devozione e nei costumi del popolo di Belluno.

LE OPERE DI SEBASTIANO RICCI, GRANDE PROTAGONISTA DEL ROCOCO’ IN EUROPA: A BELLUNO LA RACCOLTA MUSEALE PIU’ IMPORTANTE IN ITALIA
Infine un discorso a sé merita Sebastiano Ricci che – nato a Belluno nel 1659 ma attivo nel Nord come nel Sud dell’Italia, ma anche in Inghilterra e in Francia – fu protagonista di primo piano della trasformazione della pittura europea, dalla stagione barocca a quella rococò.
La pazienza di Giobbe, ancora seicentesca e forse legata a un qualche ciclo decorativo non rintracciato, il Riposo durante la fuga in Egitto espressione di uno stile nuovo e più libero, da collocare probabilmente durante il periodo inglese, La Testa della Samaritana proveniente dal perduto ciclo di Villa Belvedere a Belluno (1718), e Il satiro e la famiglia del contadino, testimonianza della produzione matura e della maniera ‘di tocco’ sviluppata da Ricci sono inserite nel percorso museale mentre, come dicevamo, le tre opere provenienti dal Camerino Fulcis sono al momento esposte al terzo piano. Il sottotetto dell’edificio, opportunamente recuperato per gli uffici, la biblioteca, la didattica e come area per le esposizioni temporanee, era il granaio del complesso.
Qui venivano stivate le derrate alimentari, come si può desumere dalla scritta sull’intonaco datata 1778, e qui si potranno ammirare la monumentale Caduta di Fetonte, l’Ercole e Onfale,
e l’Ercole al bivio, capolavori pittorici che esprimono il genio di Sebastiano Ricci, in attesa dell’acquisizione e del restauro dell’ambiente originale per il quale furono concepiti: “il più bel camerino del Settecento europeo” – come fu definito – degno di un palazzo di così grande prestigio e di un museo davvero unico.

LA MOSTRA TIZIANO FINO AL 01.05.2017 OSPITE D’ECCEZIONE CON “LA MADONNA BARBARIGO DELL’ERMITAGE”
DOPO UN RESTAURO DURATO DUE ANNI CHE HA RIVELATO LE STRAORDINARIE QUALITÀ CROMATICHE E DI STESURA DEL DIPINTO, LA MADONNA BARBARIGO, CAPOLAVORO DI TIZIANO, GIUNGE DALL’ERMITAGE A BELLUNO, TERRA NATALE DEL MAESTRO, DOPO 167 ANNI PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA.

Giardino Palazzo Fulcis

Un grande omaggio per l’apertura del Museo di Belluno nel settecentesco Palazzo Fulcis.
Non poteva mancare il grande Tiziano, il figlio più illustre del Cadore, ai festeggiamenti per l’apertura del Museo Civico di Belluno nella nuova sede di Palazzo Fulcis, edificio settecentesco oggetto di un imponente restauro conservativo che ha rivelato decori e ambienti di grande fascino, ove verranno esposte oltre 600 opere delle collezioni bellunesi. Tiziano sarà dunque l’ospite d’onore con una mostra inaugurale, curata da Irina Artemieva e Denis Ton, che è anche un grande omaggio alla città da parte di uno dei musei internazionali più prestigiosi.
“Tiziano. La Madonna Barbarigo dell’Ermitage”, promossa dal Comune di Belluno grazie alla disponibilità straordinaria del Museo Statale Ermitage, al sostegno fondamentale della Fondazione Cariverona e alla collaborazione di Ermitage Italia, porterà a Belluno dal 27 gennaio al 1 maggio del 2017 l’ illustre e bellissima tela conservata a San Pietroburgo dal 1850.
L’opera, mai esposta prima d’ora in Italia, viene presentata all’indomani di un lungo restauro che ha consentito approfondite analisi tecniche e ne ha rivelato cromatismi e qualità eccezionali.
La Madonna con il Bambino e Maria Maddalena, detta Barbarigo perché entrata a far parte della famosa collezione nobiliare veneziana dopo la morte dell’artista, torna dunque nel nostro Paese, e proprio nella patria di Tiziano, dopo oltre 150 anni di assenza, confermando il suo ruolo di prototipo di un soggetto che ebbe una fortuna considerevole.
Ed è forse questa la ragione per cui Tiziano non volle mai separarsi da tale dipinto, che conservò fi no alla fi ne dei suoi giorni nello casa-studio di calle dei Biri, descritto da Ridolfi come rappresentante “la Vergine col Bambino al seno e la Maddalena che le porge il vase d’alabastro”.
Pur essendo tra le opere meno studiate del corpus tizianesco, il prototipo della Madonna Barbarigo è, tra i modelli devozionali elaborati dal Maestro, uno dei più fortunati, replicati e copiati, con riprese che senz’altro travalicarono l’orizzonte del XVI secolo.
Ecco perché nell’occasione si è voluto confrontare per la prima volta il capolavoro dell’Ermitage con un’altra importante versione autografa del soggetto proveniente dal Museo di Belle Arti di Budapest, “La Madonna con il Bambino e San Paolo”, e con una delle più signifi cative repliche di bottega “La Madonna con il Bambino e santa Caterina” dalle Gallerie degli Uffi zi di Firenze, a lungo attribuita anch’essa alla mano del Maestro ed esposta nel cuore del museo fiorentino, la Tribuna del Buontalenti.
IL DIPINTO, LA STORIA
Nel 1850 è lo zar Nicola I ad accaparrarsi la celebre collezione di quadri di Domenico e Alvise Barbarigo a San Polo, proveniente da palazzo Barbarigo della Terrazza a Venezia. Una collezione divenuta famosissima soprattutto grazie a un nucleo impressionante d’opera di Tiziano.
Gli scritti di Ridolfi e di Boschini sulla collezione, che sottolineavano in particolare le opere del pittore bellunese, contribuirono a fare di palazzo Barbarigo dalla Terrazza, nel Settecento, uno dei luoghi di maggiore attrazione a Venezia, che appassionati e nobili viaggiatori si sentivano in dovere di visitare: l’abate Cochin, famosissimo esperto e incisore francese, scrisse in proposito che la galleria veniva chiamata “scuola di Tiziano”.
I quadri più pregevoli del Maestro allestivano le sale da parata lungo il perimetro della terrazzo e, tra questi, quattro erano di soggetto religioso: «Magdalena famosis nel deserto», «Cristo portacroce con Simone Cireneo», «San Sebastiano in piedi» e appunto la «Madonna col Bambino e Maria Maddalena».
Secondo l’opinione affermatasi nella storiografia veneziana di quel tempo, questi quadri erano entrati a far parte della galleria in circostanze del tutto particolari. Nel 1581 il patrizio veneziano Cristoforo Barbarigo aveva infatti acquistato da Pomponio Vecellio, figlio minore di Tiziano, defunto nel 1576, la casa del Maestro cadorino in Calle dei Biri nel Sestriere di Cannaregio, con tutto quanto conteneva, compresi i quadri, che si trovavano sia nell’abitazione che nello studio.
I documenti relativi all’acquisto della casa in Calle dei Biri furono scoperti e pubblicati nel 1833 da Giuseppe Cadorin e ciò rafforzò ulteriormente la già salda convinzione dell’eccezionalità della provenienza dei lavori di Tiziano della galleria Barbarigo: nella monografia di Crowe e Cavalcaselle, uscita nel 1877, la storia dei dipinti viene presentata come un fatto inconfutabile.
Tra i tanti visitatori che avevano ammirato la collezione Barbarigo non mancarono personalità russe e tra queste nel 1782 anche i conti “Severnye” (“del Nord”) in visita a Venezia: l’erede al trono il Granduca Pavel Petrovič e la consorte Maria Fëdorovna. Anch’essi, passando da un festeggiamento all’altro, non tralasciarono di vedere i quadri di Tiziano.
Scrive Irina Artemieva nel sua saggio, nel catalogo della mostra: “É possibile che Maria Fëdorovna abbia raccontato ai figli di questa visita e i ricordi si siano conservati nella memoria di Nicola I, ma è ancora più probabile che la decisione di acquistare la galleria Barbarigo sia stata influenzata dalle vive impressioni che il figlio maggiore dell’imperatore, Aleksandr Nikolaevič, aveva ricevuto dal viaggio in Europa compiuto negli anni 1838-1839 in compagnia del suo educatore, il famoso poeta Vasilij Zhukovskij”. Tra le mete preferite, Venezia, e nei suoi diari i commenti alle opere tizianesche. Certo è che quando fu nota la decisione della famiglia Barbarigo di vendere la collezione, preannunciata dalla pubblicazione del suo catalogo, il console generale dell’Impero
Russo a Venezia, conte Aleksandr Chvostov – il 23 febbraio 1850 – si rivolse al ministro di corte con la proposta di: “approfittare della felice possibilità che si offre e che potrebbe non ripetersi”.
Una volta giunta all’Ermitage l’opera, insieme alle altre, venne ridipinta con pesanti vernici giallastre che ne hanno condizionato la lettura nei primi studi dedicati, limitando il giudizio sulla sua qualità. Nonostante ciò, gli studiosi più recenti – Rodolfo Pallucchini, Harold Wethey, Tatiana Fomichova, Wilhelm Suida, Vilmos Tàtrai, per citarne alcuni – hanno considerato il dipinto capostipite di tutta una serie di varianti autografe e copie di bottega, conservate oggi nei musei di tutto il mondo e in varie collezioni private.
L’opera si situa intorno agli anni ‘50 del Cinquecento, quando oramai Tiziano sperimenta una pittura di tocco estremamente libera, poco interessata alla definizione grafica dell’immagine e assai più rivolta a una stesura preziosa e cromaticamente molto sofisticata, fatta di strati sovrapposti di stesure differenti; ma è il recentissimo restauro condotto dal Museo Statale Ermitage, durato due anni e ultimato nel 2016, a rivelare l’assoluto capolavoro realizzato da Tiziano.

IL RESTAURO
Realizzato da Serghej Kisseliov, uno dei più noti specialisti dell’Ermitage, l’intervento di restauro ha dato esiti assolutamente eccezionali restituendo l’originaria brillantezza cromatica e dettagli imprevedibili, come lo straordinario manto blu oltremare naturale che copre il capo della Vergine e che poteva essere trattato solo da un Maestro con grandi abilità tecniche.
Nessuno si sarebbe atteso colori così intensi e tale bellezza di particolari: il volto della Madonna di tenerissima carnagione rosea, sottolineata dall’ombra celestina del suo velo, il velo stesso, il passaggio dall’ombra alla luce sullo sfondo della Madonna, che conferisce profondità.
A testimonianza dell’attenzione portata alla stesura pittorica, si segnala egualmente che l’autore ha impiegato tre diversi tipi di pigmenti blu per il manto. Le indagini a infrarosso e ai raggi X hanno confermato che ci sono stati pentimenti e varianti soprattutto nella posizione della Maddalena.
Come altre opere del periodo maturo di Tiziano, l’opera è caratterizzata da un fondo realizzato attraverso una mistura di pigmento terroso e ferroso (ocra) con biacca legati insieme dall’olio; l’imprimitura è assente, gli strati di colore sono stati applicati direttamente sul fondo e legati insieme con olio di semi di lino. Insomma un capolavoro che viene restituito alla nostra meraviglia, al nostro godimento e che ha scelto Belluno, la patria natale di Tiziano, per mostrarsi nella sua riconquistata bellezza, per la
prima volta al pubblico fuori dai confini russi. Un omaggio a Tiziano, un omaggio alla sua terra.

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