Tuesday, 21 November 2017 - 19:41

Morire per una 24 ore piena di libertà. La militanza nell’Erp, Esercito rivoluzionario del popolo, di Sergio Dal Farra nell’Argentina dei militari degli anni ’70

Lug 10th, 2016 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina
Sergio Dal Farra - Argentina 1975

– Argentina 1975

La Plata (Argentina) metà degli anni ’70. Un giovane alto, robusto di corporatura, con baffi e capelli scuri cammina con in mano una 24 ore, diretto verso il centro. Nascosta al suo fianco ha una pesante Colt 45 modello 1911, arma d’ordinanza delle forze armate statunitensi fino al 1985. Il suo nome è Sergio Dal Farra, di origini bellunesi nato nel 1950 a San Carlos de Bariloche, in Patagonia nord occidentale, studente di ingegneria a La Plata, una città universitaria a una sessantina di chilometri da Buenos Aires. Dal 1974 militante dell’Erp, Esercito rivoluzionario del popolo, un movimento clandestino in opposizione al regime militare. I suoi compiti erano circoscritti alla propaganda politica, con funzioni di appoggio nelle azioni urbane di volantinaggio e scritte sui muri. Nella valigetta Dal Farra ha un congegno con una piccola carica esplosiva che ha solo la funzione di lanciare in aria i volantini dell’Erp e quindi disseminarli nella piazza principale de La Plata.

Ingegner Dal Farra, ci racconta cosa succede quel giorno a La Plata?

“Si trattava di un’azione dimostrativa, per far sapere alla popolazione che c’era tra loro un movimento che si opponeva al regime militare. Eravamo circa in 5mila militanti dell’Erp e con noi c’era anche il fratello di Che Guevara. Ad un incrocio vengo fermato da una volante della polizia. Ero consapevole che se mi avessero fatto aprire la valigetta quei volantini sarebbero stati la mia condanna a morte. E sapevo anche che sarebbe stato preferibile morire con l’arma in pugno piuttosto che cadere nelle loro mani. Andò tutto bene, perché si limitarono a chiedermi un indirizzo, un espediente per vedere la mia reazione, se manifestavo nervosismo o avevo qualcosa da nascondere”.

Sergio Dal Farra - Belluno 2016

Sergio Dal Farra – Belluno 2016

Quindi eravate disposti a morire per dei volantini di propaganda.

“Sì, molti di noi sono morti per questo ideale di libertà. Ripensandoci, credo che questa inclinazione al sacrificio estremo sia un retaggio della nostra cultura cristiana”.

Se dovesse ritornare indietro rischierebbe ancora la vita per un’azione dimostrativa?

“Sì, certamente. Combattevamo per gli ideali della nostra generazione. Io appartenevo ad una famiglia della classe media, se avessi voluto avrei potuto starmene fuori dalla politica e dalla lotta armata. A condizione però di voltarmi dall’altra parte facendo finta di non vedere quello che succedeva intorno a me”.

Quale è stata la scintilla che l’ha convinta a fare quella scelta radicale?

“E’ successo nel giugno del 1974, dopo aver partecipato ad una manifestazione operaia. Frequentavo già il movimento studentesco e leggevo il giornale clandestino El Combatiente. Durante la manifestazione, mentre sto parlando con degli operai di una fabbrica siderurgica del Gruppo Iri, mi accorgo che siamo accerchiati dalle forze dell’ordine in assetto di guerra. Riesco a sfilarmi dal corteo. Ma il giorno dopo leggo che 5 operai sono stati massacrati dalla polizia. Quel giorno decido di entrare a far parte dell’Erp, il movimento clandestino che insieme all’altro movimento dei Montoneros, si contrapponeva al regime militare. Rimango nell’organizzazione clandestina per tre anni, fino al giugno del ’77 quando lascio l’Argentina e vengo in Italia”.

Che aria tirava in quel periodo in Argentina?

“Il I° maggio del 1974 per la Festa dei lavoratori, il presidente Peron, al suo terzo mandato, si affaccia al balcone di Plaza de Mayo, la piazza principale di Buenos Aires, e pronuncia un discorso che rompe con la sinistra. Il ritorno di Peron, infatti, era stato appoggiato dai militari per fermare il comunismo. Il Peron del 1974 non è più quello degli anni ’50 che riesce a rendere le classi operaie protagoniste della vita argentina e organizza i sindacati. Ora Peron ha per suo consigliere il capo della loggia P2 Licio Gelli che, come mi riferì il funzionario dell’Ambasciata di Buenos Aires Bernardino Osio, lo accompagnava in tutte le riunioni d’affari. Cambia anche la strategia. Prima i morti li facevano vedere come deterrente, il messaggio era quello di non ostacolare il governo. Dopo il colpo di stato cambia la metodologia, i corpi dei morti non si trovano più. Non dimentichiamo che in Cile l’11 settembre del 1973 era stato destituito Alliende con un colpo di stato sostenuto dalla Cia, che porta al potere per 17 anni la dittatura militare del generale Pinochet. E mentre la maggioranza del popolo cileno appoggiava Alliende, in Argentina dopo la morte di Peron (01.07.1974) la società civile era disorganizzata, la classe media, gli emigranti italiani anche figli di italiani scomparsi vogliono che sia ristabilito l’ordine e appoggiano il colpo di stato. La Chiesa si divide. Un settore importante della gerarchia ecclesiastica, attraverso la delazione, appoggia i militari. Sette vescovi denunciano la violazione dei diritti umani, e due di loro vengono eliminati”.

Lei in questa fase intravede lo zampino della Cia anche in Argentina come in Cile?

”I militari sono sempre stati i cani da guardia del potere. C’è un detto in Sudamerica che dice, negli Stati Uniti non ci sono colpi di stato perché nel territorio non ci sono ambasciate americane”!

Perché nel giugno del 1977 decide di andarsene dall’Argentina?

“All’interno dell’Erp eravamo organizzati in nuclei operativi di tre persone. Per ragioni di sicurezza non conoscevamo il nome di battesimo dei nostri compagni, ma solo il nome “di battaglia”, un po’ come nella Resistenza partigiana. Anche le riunioni le facevamo cercando di non rendere identificabili i luoghi ai partecipanti, e se qualcuno li riconosceva doveva dichiararlo. Non dovevamo lasciare indizi per evitare che, se catturati, sotto tortura i nostri compagni rivelassero nomi e luoghi. Il mio compagno di stanza, aveva il presentimento di essere stato individuato. E infatti, un giorno quando stavo per rientrare, mi accorgo che l’isolato è presidiato dalla polizia. Evito quindi di avvicinarmi. Dopo un po’ c’è un conflitto a fuoco nel quale il mio compagno perde la vita e la casa viene distrutta dalla polizia che cerca documenti. Per me la situazione era diventata pericolosa. A salvarmi la vita è stato Bernardino Osio, funzionario dell’ambasciata italiana di Buenos Aires che mi ospitò in casa sua, mi fece avere il passaporto italiano e mi fece partire da un aeroporto secondario per l’Uruguay, poi per Rio de Janeiro e quindi per Roma. Ho saputo solo dopo, che quando rimasi tre ore fuori dai cancelli dell’ambasciata italiana, con il rischio di essere catturato ed ucciso (durante la dittatura sparirono 30mila persone, cosiddetti desaparecidos ndr) era perché l’ambasciatore di Buoenos Aires non voleva farmi entrare. Perché dalla Farnesina non aveva ricevuto alcuna direttiva ed evidentemente non voleva grane”.

Che idea si è fatto delle forze in campo che hanno determinato le sorti dell’Argentina?

“Il coinvolgimento dei militari dal 1976 all’83 era subordinato al comando delle multinazionali, c’erano anche imprese italiane ed europee come la Mercedes. Una parte della Chiesa ha preso parte a questo progetto appoggiando i militari, per difendere i principi cristiani contro il comunismo. E tutto questo si è saputo grazie alle Madri di Plaza de Mayo, l’organizzazione creata dalle madri dei dissidenti che si riunirono sulla piazza principale di Buenos Aires per protestare. E’ grazie a loro che si aprono i processi. Con la democrazia, nel giugno 1987, il presidente Alfonsin emana la legge dell’obbedienza dovuta “obediencia debida” per sollevare da ogni responsabilità i grandi intermedi e inferiori dell’esercito che si fossero macchiati di crimini contro l’umanità tra il 1976 e il 1983. Per paura di un nuovo colpo di stato Alfonsin emana anche la legge del “Punto final” per chiudere la stagione dei processi. E solo nel 2005 con il governo peronista del presidente Kirchner saranno abrogate quelle leggi, consentendo così la riapertura dei processi e l’incarcerazione dei militari responsabili dei massacri”.

Ha parlato di Gelli. C’era un legame allora tra Argentina e Italia nella destra internazionale?

“Sì, dopo la strage di piazza Fontana a Milano (12.12.1969), Giovanni Ventura, fascista infiltrato nella sinistra e informatore del Sid (il servizio segreto diventato Sisde poi Aisi) si rifugia in Argentina e apre nella capitale Buenos Aires il ristorante di lusso Il Filo, nei pressi di Plaza San Martin, una delle zone più centrali ed eleganti della città. Inoltre si era infiltrato in una organizzazione pacifista della sinistra dove incitava alla violenza.

In Sud America, in Bolivia, trova rifugio anche Stefano Delle Chiaie, esponente della destra internazionale. In Argentina è legato alla Tripla A, Alianza Anticomunista Argentina. Lo ricordo dopo l’attentato all’aeroporto di Buenos Aires (massacro di Ezeiza del 20.06.1973) eseguito dalle forze peroniste di destra contro il movimento peronista di sinistra, in una foto che lo ritrae sul palco con il mitra, insieme alle autorità”.

Roberto De Nart

 

Per saperne di più: “Un bellunese di Patagonia” di Alfonso Lentini (2005 – www.stampalternativa.it)

http://europa.uniroma3.it/cires/files/d12b8210-410f-4e33-979f-b294be19467e.pdf

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