Saturday, 17 August 2019 - 16:43
direttore responsabile Roberto De Nart

Ritorna a Belluno dopo 8 anni di esperienza al Foster + Partners di Londra per fondare uno studio associato con tecnologia BIM. Intervista all’architetto Enrico Anelli-Monti

Giu 28th, 2016 | By | Category: Cronaca/Politica, Lavoro, Economia, Turismo, Riflettore
Enrico Anelli Monti (seconda fila) con il fondatore Lord Norman Robert Foster (primo a sinistra)

Enrico Anelli Monti (seconda fila) con il fondatore Lord Norman Robert Foster (primo a sinistra)

Enrico Anelli-Monti è uno di quei 47mila bellunesi che 8 anni fa, con in tasca la Laurea in Architettura conseguita all’Università IUAV di Venezia nel 2005, ha scelto Londra. Si tratta quindi di una nuova emigrazione, qualificata, dei giovani in fuga dall’Italia in cerca di opportunità più gratificanti. Il giovane architetto, infatti, è chiamato a lavorare al Foster + Partners, ovvero uno dei più prestigiosi studi di architettura a livello internazionale, fondato nel 1987 da Lord Norman Robert Foster, Barone Foster of Thames Bank, un architetto e designer dalle origini modeste, che in poco meno di 30 anni crea un team di 1200 architetti con un fatturato che supera i 200 milioni di dollari l’anno e cantieri in tutto il mondo. Sua la ristrutturazione del Reichstag di Berlino (1999), del Millenium Bridge (2000) e Swiss Re (2004) simboli di Londra, dell’Hearst Tower a New York (2006), e del Terminal internazionale dell’aeroporto internazionale di Pechino, Cina (2007),
Da un paio di settimane Enrico Anelli Monti ha rinunciato alla prospettiva di una carriera brillante nel più prestigioso studio di Londra, per ritornare a Belluno, dove ha deciso di realizzare il suo progetto ambizioso. Lo abbiamo incontrato per conoscerne i dettagli all’indomani del Brexit, il referendum che ha decretato la volontà degli inglesi di uscire dall’Unione europea.

Architetto, per quale ragione ha lasciato una posizione sicura e di prestigio assumendosi il rischio di un rientro in Italia dal futuro incerto?
“Mi sono chiesto perché mai un italiano debba per forza andare in Inghilterra per vendere prodotti italiani in un mercato estero. Alla Foster + Partners ci sono numerosi architetti italiani, perché non si possono associare qui? Insomma, produciamo il Made in Italy riconosciuto in tutto il mondo e poi demandiamo ad altri la realizzazione. Nei numerosi progetti a cui ho lavorato in tutto il mondo, dall’Australia al Brasile, tutto parlava italiano dalle finiture, ai mobili alle facciate degli edifici.
Oltre ad una serie di valutazioni sulla reale qualità della vita. Le faccio un esempio. A Londra non è raro lavorare 60-80 ore la settimana e non di rado il fine settimana. Sono 11-12 ore al giorno. L’ultima consegna per cui ho lavorato, dove dirigevo un team di 12 architetti, la metropolitana di Jeddah in Arabia Saudita, sono entrato in studio alle 7 del mattino e sono uscito 24 ore dopo. Perché in Inghilterra il contratto di lavoro prevede l’orario dalle 9 alle 18. Ma in caso di necessità è d’obbligo rimanere fino a completamento del lavoro senza alcun riconoscimento economico aggiuntivo. E la necessità a Londra è diventata una consuetudine nei grandi studi. Anche le retribuzioni, benché elevate, se ne vanno per l’elevato costo della vita. Perché è vero che la tassazione è minore rispetto all’Italia, ma i servizi, trasporti, acqua, luce, costano il triplo che qui. Un piccolo bilocale in zona 3 di Londra (quella della classe media) costa l’equivalente di 1400 euro mensili. In Italia ci si lamenta della pressione fiscale, ma le protezioni sociali sono maggiori che in Inghilterra”.
Ci spiega questo suo progetto dello studio associato con tecnologia BIM?
“Il mio obiettivo è quello di creare insieme ad altri colleghi del Nord Italia, con alcuni dei quali sono già in contatto, una realtà in grado di fornire nel mercato italiano ed estero un prodotto 100% made in Italy . Per realizzarlo applicherò il bagaglio di esperienze professionali di questi 8 anni vissuti a Londra, che spaziano da modellazione BIM, a 3D Print, etc. Costituire quindi un team di architetti ognuno dei quali ha una sua specifica professionalità. Ci sarà quello che si occupa di mobili e design d’interni, quello che tratterà eventi ed esposizioni, l’architettura di lusso, negozi, infrastrutture, ecc. Sotto il profilo tecnologico si lavora in 4D e 5D, ossia con programmi sofisticati dell’ultima generazione che ai progetti tridimensionali tradizionali del 3D aggiungono una serie di informazioni riguardanti i materiali impiegati, l’impiantistica, l’architettura, le strutture. E gli eventuali possibili conflitti. Il programma si chiama Bim (Building Information Modeling) una tecnologia che da quest’anno sarà obbligatoria in Inghilterra per partecipare ai progetti di lavori pubblici. Inoltre il software, nella fattispecie AECOsim della Bentley, che consente di inviare dei normali formati Pdf leggibili in tutti i Pc che consentono però la navigazione in tridimensionale.”.
Un’ultima curiosità, lei è rientrato in Italia poco prima dell’esito del referendum. Visto da Londra come si spiega quel risultato ed era prevedibile?
“Sì, si poteva prevedere. Io me l’aspettavo per due motivi. Innanzitutto quella dell’uscita dallUnione europea è una decisione difficile da comprendere per le persone comuni. E in secondo luogo è stata la conseguenza di un azzardo del premier britannico David William Donald Cameron. Nelle grandi città si è votato per rimanere nell’Unione europea, per i vantaggi commercali che ne derivano e l’importanza di avere professionisti da tutto il mondo. Nelle campagne dove non c’è integrazione, si è votato per uscire dall’Europa. E’ stato un voto di protesta contro il governo e contro l’immigrazione massiccia. Hanno votato per l’uscita coloro che hanno vissuto in una Inghilterra pre-Europa e pre-crisi, in una situazione economica migliore di oggi. E quindi hanno attribuito questo impoverimento all’ingresso nell’Unione europea. In realtà le ragioni della recessione sono diverse e più complesse. Cameron, inoltre, alla vigilia della sua rielezione del maggio 2015, aveva promesso che avrebbe fatto il referendum, perché si era accorto dei problemi legati all’immigrazione. E dell’avanzare dell’UKIP un movimento antieuropeista simile alla Lega. Con il successo elettorale, Cameron si era illuso che avrebbe trascinato l’elettorato anche per il sì all’Europa”.

Roberto De Nart

Share

Comments are closed.