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L’estate bellunese e i capricci di Giove Pluvio

Giu 19th, 2016 | By | Category: Prima Pagina
Lago di Santa Croce

Lago di Santa Croce

Oggi ho rivisto le montagne, ma in forma diversa dal solito: da lontano e al coperto. Strano? Non molto, visto che la stagione prosegue inclemente e il cielo è sempre meno blu e stranamente più grigio. Come dicono tutti oramai, il clima si sta tropicalizzando e sembra che le stagioni da quattro si siano ridotte a due: quella buona (la fredda… che però è sempre meno fredda) e quella delle piogge. Troppo comodo, starsene al calduccio per un po’ di nuvolaglia! Mi si potrebbe rimproverare di esser pigra e di non aver il coraggio di sfidare due gocce di pioggia: non è così, le piogge sono spesso improvvise e abbondanti e la montagna non è certo l’ambiente più sicuro in questi frangenti. E allora mi limito a guardare le cime; anzi spesso addirittura ad immaginarle. In questi giorni infatti le vette sono quasi sempre coperte di nubi che, come grumi di ovatta, si posano sui pendii erbosi e sulle rocce acuminate.

Mi ha detto un vecchio montanaro, un amico di amici, che quando i cumuli di nubi non rimangono isolati, ma tendono ad “organizzarsi” e invadono ampie porzioni di cielo, allora il pericolo temporale è vicino. Lo stesso se le nuvole mostrano protuberanze sempre più nette con il passare delle ore: anche in tal caso si prepara come minimo un acquazzone. E se le nuvole sono ad altezze diverse e risalgono lentamente i fianchi delle montagne? sarà ancora peggio. Mi fido di questo signore che vive in un piccolo paesino vicino ad Agordo e che mi ricorda tanto mio padre, che sapeva leggere il cielo come tutti i saggi vecchi del tempo che fu. Qui in pianura abbiamo molti detti, vari proverbi, numerosi modi di dire che coinvolgono le montagne e non risparmiano nemmeno il mare. Ricordo che spesso in casa sentivo dire: se le nubi vanno al monte prendi i buoi e vai alla fonte (o alla corte), se le nubi vanno al mare prendi i buoi e vai ad arare. Evidenti i debiti alla civiltà contadina veneta: io ho scritto il detto in italiano, ma dentro di me risuona ancora in dialetto, la lingua dei miei padri e dei miei nonni. Il monte in tal caso non erano altro che i colli Euganei, che si stagliano all’orizzonte verso ovest opposti al mare verso est. Non si fa riferimento alla montagna vera, come quella della provincia bellunese.

Ne voglio poi ricordare un altro, stavolta in dialetto, che suona così: “Nuvoe verdoine e morete, tempesta e saete”, che potrebbe andar bene per la pianura come per la montagna o la collina. Tutto da vedere!!! Esclama a volte il mio amico G* che è esperto di climatologia: ma lo è per davvero, perché lavora al centro meteo di T* e monitora ogni giorno il cielo delle nostre zone. I vecchi – mi ricorda – avranno anche ragione, ma sono i satelliti ad avere l’ultima parola.

Che triste la tecnologia! nel frattempo guardo con un occhio alla applicazione del mio smartphone che mette nuvole grigie e fulmini per l’intera settimana. Con l’altro osservo le vette che ora risplendono rosate e lasciano ben sperare. Chissà se farà bello: incrociamo le dita, facciamo tutti i possibili scongiuri ma rassegniamoci ad iniziare una nuova settimana con Giove Pluvio che ci costringerà ancora una volta a prendere l’ombrello e la cerata.

Bruna Mozzi

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